Workshop “Il cappuccio trecentesco” a cura di Anna Attiliani e Irene Barbina

Settimana scorsa ero a fare lo stage di lotta antica organizzato dal mio gruppo e ieri invece ero a fare quello di cucito a Imola a quello organizzato da Anna e Nini per imparare finalmente a cucire a mano. Come al solito la mia schizofrenia rievocativa si palesa sempre.

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tema della giornata

E’ da tempo che Anna e Nini mi tampinano e mi stimolano ad intraprendere anche questo modo di affrontare la rievocazione e io sono sempre stata refrattaria, non tanto perché non mi interessa l’argomento, ma per mancanza di concentrazione: a volte penso che non mi sia possibile fare e star dietro a tutto quello che mi piace o mi stimola. O forse ho ancora l’arroganza di voler avere una vita sociale oltre la rievocazione…non so.

Comunque sia, ieri ho ceduto, anzi avevo ceduto appena Anna aveva pubblicato il manifesto sulla sua pagina fb (Tacuinum Medievale): questa volta avrei dovuto rischiare. E ho fatto bene.

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La classe. Epoche e gruppi diversi, competenze diverse, tutte messe a disposizione per confrontarsi

Prima di tutto corsi del genere sono un ottimo motivo per ritrovare amici rievocatori anche di diverse epoche, in momenti più rilassanti e meno concitati di una rievocazione; secondo perché proprio le diverse competenze e studi permettono di affrontare lo stesso argomento sotto diversi punti di vista diversi, con tanti stimoli, domande e dubbi (insomma una vera e propria “tempesta di cervelli”); terzo perché le competenze in questo “lavoro” non finiscono mai e bisogna sempre e solo imparare, sempre. Non si è mai arrivati, soprattutto se a un certo punto vuoi capire davvero la vita del passato, senza modellismo o stereotipi. In ultimo, mettersi sempre in dubbio, provando e riprovando e ricostruendo abiti ed oggetti cercando di essere più verosimili storicamente, entrando pian piano nella mentalità dell’uomo o donna che si vuol ricostruire.

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Il gruppo di taglio

Torniamo a noi. Dopo una mattinata di didattica pura con un’ottima introduzione di Anna, con supporto di Todeschino (modello autovestente 😉 ) e Nini, il pomeriggio dopo pranzo si è passato alla vera pratica dividendo la classe in due: un gruppo con Anna e Todeschino a impostare il cappuccio, uno con Nini a imparare i punti. E poi ci si scambiava. In finale di lezione, Anna ci ha fatto vedere come fare i bottoni (e la cosa le piace un sacco) e le asole, mentre Sebastiano cercava faticosamente di imitarla avendole espresso le sue perplessità nella resa.

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gruppo cucito

Erano tante le nozioni da imparare e tante le cose che volevano farci conoscere e provare, quindi al di là della battuta ogni tanto abbiamo lavorato tanto e in silenzio, cercando di apprendere il più possibile. Non è stata una passeggiata, perché a mio parere sarebbe stato utile avere più tempo per metterci ancor di più alla prova e magari completare il cappuccio insieme invece che lasciarci il compito a casa. Al di là di questo piccolo appunto che è dovuto più a “egoismo” mio che a dimenticanze altrui, tutto è filato liscio come l’olio e anzi ha stimolato davvero la mia voglia di imparare e provare. Per fortuna la dispensa che mi permetterà di ricordare cosa fare e come e magari capendo anche come utilizzare i diversi punti per la realizzazione dei diversi pezzi. In più la bibliografia mi ha fatto pensare che devo trovare il modo di ordinare da amazon un paio di libri che ho sempre guardato, ma che non ho mai voluto prendere per “non immischiarmi troppo”.

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uno dei miei esercizi di ieri. 

Tornando a casa, al di là di guidare sotto al diluvio (che noia guidare ai 110 e meno…ma si deve), pensavo mentalmente se in casa avessi un pezzo di stoffa di lana con cui provare a realizzare la mia versione del cappuccio e mettere in pratica, riguardando l’utile dispensa, quello che mi è stato insegnato, perché in situazioni del genere più fai e più ricordi e meglio ti riesce e più ti vien voglia di fare. Imparare è maledettamente drogante!

Un grazie a tutti i ragazzi e le ragazze del gruppo per aver condiviso questa esperienza: rivedere gli amici, scambiarci notizie e informazioni finalmente a voce è più stimolante che scrivere su fb. Grazie a Francesco/Todeschino per aver fatto da supporto, dato una mano, palesato che fa il “piccolo cinese che cuce”, sempre col sorriso, sempre attento. Un grazie speciale ad Anna e a Nini per tutto il lavoro fatto, per la disponibilità e per non aver perso mai il sorriso anche quando la stanchezza si faceva sentire. Non vi prometto che farò mille bottoni e mille asole come voi, ma cercherò di impegnarmi di più e provare a fare, fra un combattimento e l’altro. 😉 A quando il corso sulle calze?

Annunci

Corsi: tablet weaving

Oggi vi posso annunciare, con trepidazione, ansia, timore e contentezza che il 28-29 marzo sarò in quel di Urbino a tenere un corso sulla tecnica base del tablet weaving.

Sono emozionata perché è la prima volta che mi metto a insegnare qualcosa di tecnico e sarà un’esperienza nuova e stimolante. Non vedo l’ora di raccontarvi come è andata (intanto io incrocio le dita, sai mai).

Il corso è praticamente chiuso, visto che i posti sono tutti occupati, ma se la cosa vi interessasse potete contattare il numero e farvi dare tutte le informazioni, perché in caso si farà un secondo corso a data da destinarsi (in primavera o in autunno, in base ai miei impegni rievocativi).

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volantino

La lana del corso, sia quella naturale che quella tinta, proviene dalle mani sapienti di AquiLana che vi ho parlato poco tempo fa. Sono molto orgogliosa di poterla usare per far entrare la gente nel magico mondo della tessitura, ma soprattutto non vedo l’ora di poter scegliere tutte le sfumature di colore tinto naturalmente che abbiamo potuto avere (io e Betta, l’istigatrice del corso nonché mia amica) e che faremo usare ai corsisti. In foto le sfumature sono meravigliose, ma mi dicono che dal vero sono ancora meglio.

lana AquiLANA che useremo per il corso.

lana AquiLANA che useremo per il corso.

Cuscino punto bayeux

Sara vs punto bayeux 1-0

Prima o poi chi si occupa di ricamo storico questo punto lo vuole o deve affrontare, dipende dal periodo storico. Non so se sia una forma di masochismo interno, oppure una sfida, oppure necessità o solo mera curiosità, ma sta di fatto che non è raro pensare di doverlo affrontare e provare e poi vedere se e quando utilizzarlo.

Il punto bayeux è famoso soprattutto per il suo arazzo (che tale in realtà non è, ma comunemente chiamato in questo modo per la grandezza): 68,30 m, diviso in 9 pezze, ricamato in filo di lana, racconta la vittoria e conquista di Guglielmo il Bastardo (non ancora il Conquistatore) del regno di Inghilterra. Vuole la storia che sia stata la moglie e regina Matilde a farlo realizzare per raccontare le vicende del marito. Un’opera manifatturiera unica nel suo genere per l’attenzione per i particolari da renderla una fonte primaria per la ricostruzione di quel periodo; un favoloso mezzo di propaganda; la dimostrazione della maestria delle donne anglosassoni. L’arazzo ha un suo museo ed è stato dichiarato patrimonio dell’UNESCO. In questo link qualche dritta per poterlo studiare e conoscere meglio.

Torniamo a me. Come mio solito giro attorno alle cose finché non scatta la molla per provare o per capire come si fa una cosa e a questo giro è stato trovare un libro di mia mamma con tutte le spiegazioni dei punti da ricamo. Un libro intitolato “250 punti di ricamo” che era un inserto di Marie Claire, spiega con foto e con descrizioni semplici e chiare come si devono eseguire tutti i più diversi ricami del mondo (o quasi, non so, non ho controllato). Il punto in questione si compone di tre passaggi:

1. riempire in un verso tutto il disegno prescelto.

2. tirare delle linee rette perpendicolari al riempimento scelto. Queste linee saranno quelle che daranno il vero movimento della luce sul disegno.

3. fermare le linee rette con punti posizionati a distanze prestabilite e standard, sfalsandoli fra le righe dispari e pari.

Un lavoraccio o meglio un lungo lavoro che impone molta pazienza e attenzione, ma soprattutto pazienza. Esiste sicuramente un paradiso specifico per le ricamatrici del punto bayeux, a fianco del paradiso delle sarte dei lanzichenecchi (poi vi spiegherò anche questo, spero, se mi fanno delle foto a breve).

Come al solito parto inconsapevole di cosa ne farò del mio ricamo, ma in questo caso l’inconsapevolezza era legata al fatto che poteva anche diventare un vero schifo e ci stava anche, visto che era un imparaticcio. Se sono qui a scrivere un post è perché, con mia totale sorpresa, il ricamo è venuto molto bene e quindi si è dovuto pensare in corso d’opera cosa farlo diventare.

Primo passaggio: scegliere il soggetto. Gironzolo un po’ nei miei album di foto e di reperti tessili per trovare qualcosa di stimolante e mi trovo a prendere due falchi tessuti su tela insieme a una sequenza di leoni. Estrapolati i falchi dal loro contesto, ricamo il contorno (io parto sempre da quello, non so se sia corretto, ma mi sembra rassicurante capire cosa riempire, un po’ come quando da bambina coloravo con le matite e pennarelli) con un piccolissimo punto catenella. Poi si passa al riempimento, anche se prima va visualizzato nella mente il diverso modo di riempire ogni particolare in modo da rendere il disegno più vivo e meno piatto. Credo che lo scopo di questo punto sia proprio la possibilità di giocare con la luce e quindi enfatizzare i particolari. Con molta calma si accingo al riempimento, chiedendomi come abbiano fatto le donne a ricamare dettagli minuscoli rendendo il lavoro chiaro e pulito (mi piacerebbe vedere il dietro dell’arazzo, perché di solito è il dietro che fa capire la professionalità e manualità della ricamatrice), ma soprattutto “perché”. Sarà una domanda che mi tormenterà per tutto il lavoro. 🙂

l'inizio

l’inizio

Una volta finiti i due falchi, ricamati con filo da ricamo in cotone, mi stupisco della chiarezza con cui sono venuti e mi rendo conto che è un vero peccato che rimangano così, spersi su un pezzo di tela leggera, abbandonati al nulla. Non si può e quindi rompendo le scatole a un mio amico rievocatore mi faccio dare le dritte per poterlo rendere pieno e con un senso (al di là della chiacchierata piccioni-falchi-pappagalli e il medioevo). Nasce così un nuovo e molto bello cuscino ricamato.

PicMonkey Collage passaggi

i tre passaggi del ricamo: riempimento, linee perpendicolari, punti a blocco delle linee

Ho aggiunto un nastro che non solo circonda i due falchi, ma crea anche quattro piccoli cerchi ai lati del primo più grande. Il nastro è stato colorato con filo di lana color oro e ho usato il punto catenella; mentre i quattro cerchi ai lati sono stati riempiti con filo di lana color acqua marina (è un verde con sfumature azzurre) e ho usato il punto bayeux.

il contorno

il contorno

A questo punto dovevo pensare come riempire lo sfondo dei falchi e ho optato ancora per il punto bayeux, con movimento opposto a quello dei quattro cerchi più piccoli e sempre usando filo di lana acqua marina. E’ stato lavorando in ampio che ho capito la difficoltà del punto e anche la sua vera peculiarità: in piccolo rende bene e rimane compatto, mentre in ampio rischia di lasciare dei buchi se non si riempe bene e fitto il lavoro. Credo davvero che il punto valga per le miniature.

sfondo e falco

sfondo e falco

Il lavoro è stato assemblato con una tela di cotone tramata di color bordeaux, riempito con ovatta, creando un cuscino di grande effetto (ma di dimensioni contenute 22 x 22 cm) e molto particolare. Un altro oggetto di ricostruzione si è ora unito al mio bagaglio di didattica sulla tessitura, ricamo e sartoria e devo essere sincera sono molto fiera di me.

verso

verso

retro

retro

In fondo all’articolo ci sta un vero ringraziamento a Silvio Luciani per la pazienza nell’avermi sopportato mentre cercavo di dare un senso a questo oggetto che non è la riproduzione di un reperto particolare, ma la costruzione di qualcosa di possibile e storicamente accettabile: grazie per le fonti che mi ha passato, per i consigli, per le dritte e per l’incoraggiamento. Ammetto che senza la sua spinta sarebbe rimasto un dubbio nel mio cervello e un progetto non finito.

 

 

Postilla:

Essendo autodidatta, ho sicuramente fatto degli errori nella realizzazione, soprattutto nella comprensione del movimento del punto e come sfruttarlo al meglio e in modo più corretto. Mia intenzione è di continuare ad apprendere meglio questo punto ed usarlo nel modo giusto potendo dare vita anche a vere ricostruzioni di reperti storici. 🙂

Cosciali da combattimento

Più si combatte e più ci si fa male e più ci si fa male e meno ci si vuol far male: è la regola del buon rievocatore combattente. E dopo esserci fatti male più e più volte e tornati a casa con un sacco di lividi sulle gambe, ho pensato bene di progettare e fare dei cosciali che fossero ben imbottiti per attutire le botte, ma non impedissero il movimento.

Punto di riferimento sono sicuramente i lavori fatti da Adriana per l’Ars Dimicandi: protezioni molto imbottite, ma che non impediscano il movimento

Tarraco Viva. Combattimento Ars Dimicandi

Tarraco Viva.
Combattimento Ars Dimicandi

A noi sinceramente non serve così tanta protezione, primo perché abbiamo anche altre protezioni da sovrapporre e secondo perché, per quanto fisico, non siamo ancora a quei livelli agonistici e fisici.

Ma procediamo con ordine. Prima di tutto bisogna partire dalla fonte e io ho usato la famosissima bibbia Maciejowski dove c’è tutto (cit.). Non è l’unico punto di riferimento ma è di sicuro quello di più chiara comprensione.

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski, particolare

bibbia Maciejowski, particolare

Poi ho chiesto un po’ in giro per capire quale migliore imbottitura si dovesse scegliere e devo ammettere che non mi soddisfacevano le risposte non tanto per il materiale, quanto per lo strato di imbottitura. Già il mio gambeson è troppo morbido per i miei gusti e i nostri standard di combattimento e ricostruttivo, che non volevo che i miei cosciali fossero poco più spessi di un misero piumino d’oca: devono fermare le botte, attutire i colpi e impedirmi di farmi male. Quindi ho optato per una doppia imbottitura naturale, ma di spessore e lavorazione diversa: feltro pressato e lana da materassi. Il primo è stato usato per imbottire quasi tutti i canali dei cosciali, mentre la seconda è servita per imbottire quelli più interni alla coscia e quindi più complicati da sagomare per non dare fastidio.

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strati di feltro pressati

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lana da materassi

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imbottitura

Una volta imbottito il quadrato di stoffa diviso in canali, inizia il lavoro vero e proprio: la sagomatura. La scelta di modello di questo gambali è stata di farli aperti e sagomabili in ogni momento, alla bisogna, quando li si indossa, per non essere costretti ad avere delle protezioni che possono diventare larghi o stretti al cambio di fisicità.

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primo lavoro di rifinitura

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sagomatura

Le prove sul corpo sono state necessarie e fondamentali per calibrare al meglio le imbottiture e per non intralciare i movimenti con cuciture o imbottiture mal messe.

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prima prova: Maresciallo e Madre

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attenzione a ogni dettaglio

Una volta completati i cosciali sono stati uniti da un’unica cintura. Anche questa è una delle tante opzioni valutate e ci è sembrata quella più comoda e veloce da indossare. Rimane una delle tante possibili opzioni però.

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dietro con la chiusura coi lacci

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davanti

Tutto questo lavoro è stato fatto a mano da mia mamma nel suo mese di ferie agostane, spezzando aghi e incavolandosi con la macchina da cucire che ovviamente non è progettata per lavori così particolari. Senza di lei questi cosciali avrebbero visto la luce nel 2015 rischiando di rimanere lettera morta o sogno del cassetto. Grazie grazie grazie.

Conclusioni:

I cosciali sono stati sperimentati per Mantova Medievali sia da me che da mio fratello (la santa mamma è riuscita a farli entrambi) per la solita e aspettata battaglia contro i quattrocenteschi.

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La mobilità è ottimale: non solo il movimento non è impedito, ma in caso di piegamento permettono una buona ammortizzazione. L’ingombro è minimo, paradossalmente, essendo sagomati. Il peso è quasi del tutto ammortizzabile con tutto il peso che si ha indosso. La resa è ottima. Non posso dire quanto sia la resa in rapporto con le botte, perché a questo giro non ne ho prese sulle gambe, ma aspetto altra occasione per provarli. Da sistemare la posizione di cosciali e schinieri in modo che non si spostino durante l’azione. Da valutare l’applicazione di un ginocchiello di metallo. La posizione della cintura proprio sul bacino stranamente non da né fastidio né intralcio.

Devo dire che sono molto soddisfatta per questa prima prova e che mi da modo di pensare a come migliorarli o fare altre imbottiture sagomate su di me (e sui miei), quindi molto più comode e funzionali in ottica di un modo di combattere non figurato, ma in libera e sempre più impegnativo.

Cuscinetto duecentesco: progetto finito

Inizia l’anno e io finalmente porto a termine un progetto e mi sorprendo da sola per come sia venuto bene.
Premetto che non è la riproduzione corretta e precisa di un reperto storico (premessa d’obbligo prima che piovano critiche varie ed eventuali), ma solo la personalizzazione di un reperto. Potrei passare giorni e giorni a difendere e promulgare la personificazione al posto dell’omologazione, ma andremmo fuori tema e perderei il filo del ragionamento.
Torniamo all’oggetto del titolo: in cuscinetto duecentesco.
In questo post del mio blog troverete le spiegazioni di come è nato il progetto e quali sono le sue premesse, mentre nella mia pagina fb potrete trovate tutte le foto che ho fatto (ma molte verranno riproposte qui, quindi non preoccupatevi).
Alla fine della storia, come si suol dire, mi sono data un buon vuoto: 70% di credibilità. Secondo la mia parte più critica sono stata molto buona con me stessa, ma devo dire che vista la partenza abbiamo ben recuperato.
Il voto alto è dovuto sicuramente alla scelta del reperto da copiare.
Gli animali riprodotti sono fedeli a come sembrano in foto, anche se in originale potrebbero aver contenuto molti più elementi di quelli che sono rimasti coi vari restauri.
leopardo, aquila, grifone e due uccelli (forse pavoni o colombi) alla fonte
Ho cercato di mantenere tutti i dettagli visibili e di ragionare su certi particolari per poterli rendere più credibili (per esempio ho cercato di fare anche le unghie al leopardo, ma non tutte perché sembravano esagerate). Mi sono chiesta se fare l’occhio o meno e alla fine ho optato per il no, ma il giro dei fili fa in modo che nella posizione dell’occhio si formi un piccolo vuoto. Mi sono anche chiesta se ci fossero o meno le lingue (il leopardo di solito ce l’ha e il fatto che abbia la bocca aperta mi fa pensare che potesse esserci), ma anche in questo caso, dopo aver guardato più volte il reperto ho optato per lasciare perdere.
La scelta del monocolore blu è, come precedentemente detto, frutto di un fraintendimento iniziale sulla finalità del ricamo, quindi non me la sono sentita di cambiare in corso d’opera. Nel reperto originale pare che ci fosse del filo d’argento (come detto dalla dottoressa Davanzo Poli): o tutto pieno oppure solo nell’interno di alcuni animali contornati poi di blu.
originale.
Notate come in contrapposizione due animali siano sempre contornati di blu mentre gli altri due no.

Non avendo mai ricamato col filo d’argento (e mi chiedo se quello che si trova in merceria insieme al suo compagno d’oro possa andare bene) non saprei nemmeno come sarebbe stata la resa.
I materiali senza ombra di dubbio non sono quelli adatti per la ricostruzione, visto che la tela non è di lino come nel reperto e dubito che i filati fossero di cotone come i miei. Ipotizzo che potessero essere lino o seta, visto che l’immagine riprodotta mi fa pensare a un oggetto di lusso o simbolico.
Anche le dimensioni sono diverse dall’originale.
L’interno poi non è di piume, ma di ovatta di cotone.
Perché queste precisazioni? Perché riprodurre un esatto e particolare reperto prevede tutta una serie di elementi che debbono essere rispettati: materiali, dimensioni e punti usati. Questo è il “protocollo” per la ricostruzione di un preciso oggetto. Io ho riprodotto un oggetto che possibilmente potrebbe essere stato confezionato in quel periodo.
I punti usati sono quelli segnalati: punto croce e punto catenella.
I materiali sono quelli possibili all’epoca: cotone e lino.
La grafica, per quanto non in scala e coi difetti del restauro, è quella che appare in foto.
Ecco perché vi dico che mi ritengo soddisfatta del lavoro. Lavoro che è potuto venire alla luce grazie alla pazienza e bravura di mia mamma che me lo ha confezionato e nel frattempo riempito con l’ovatta. Senza di lei sarebbe rimasto un quadretto o diventato un pessimo cuscino.
Punti usati: punto catenella e punto croce.
Anche qui ho fatto una personalizzazione: visto che il punto croce è la mia “croce” appunto e che non ho mai ricamato con esso senza la tela aida e contando i fili ho preferito fare il contorno con il punto catenella e riempirlo con il punto croce. L’effetto è buono, non so se questa cosa si possa usare, ma se mai imparerò a ricamare contando i fili vedremo di rifarci.
La confezione ha previsto l’ultimo sforzo di precisione da parte mia, soprattutto per dover rimediare al fatto che la tela fosse storta e tagliata un po’ così (lezione imparata: non ha senso risparmiare un cm di stoffa da ricamare, che tanto la trovi a 2 euro all’ikea, per poi inveire dopo quando bisogna sistemare il tutto).
siete pregati di non fare commenti sul disordine, ci tenta da una vita mia mamma a farmi ordinata,
ma si vede che non mi ha dato il gene.
Tutto alla fine ha pagato le ore di ricamo, i promemoria per i progetti futuri, i ragionamenti sul “cosa si fa e cosa no” e sono davvero soddisfatta del risultato.
Ora aspetto solo l’occasione giusta per poterlo usare al meglio, anche se, come molti ricami fatti fino ad adesso, mi servirà di certo per fare la didattica sull’araldica e sui bestiari, perché gli oggetti storici si leggono sempre sotto varie lenti di ingrandimento.

Con l’autunno riprendono i lavori e le ricostruzioni.

Ammetto di aver latitato questo mio bel blog per metabolizzare la fine della stagione rievocativa. Eheheheheh, come se ci fosse una fine! In realtà si sospendono le uscite, il sabato e la domenica puoi indicativamente dedicarlo a qualcosa d’altro, ma i progetti si sviluppano proprio adesso, la pianificazione del lavoro, rispondere alle domande di tutti i novizi che si vogliono preparare al meglio per il prossimo anno e soprattutto adesso si ricomincia a sperimentare, fare, brigare.
Dal lato fisico la stagione schermistica è cominciata, qualche nuovo, molte conferme. Il lavoro che ci attende è impegnativo, ma stimolante. Mentalmente sono prontissima, fisicamente un po’ meno, ma da questa settimana ci rimettiamo in carreggiata.
Dal lato personale invece mi trovo a dover finire i lavori iniziati nella stagione per far vedere “come si fa”. Quindi finita una passamaneria in cotone (sì, sto cedendo al cotone perché per ora è l’unico sottile che rende la tensione, però non ci capiamo ancora. Preferisco la lana), che mi portavo dietro da un po’, dalla cassa salta fuori il mio telaietto rotondo non filologico con l’abbozzo di un ricamo. E’ da finire. Eppure il solito imparaticcio buttato lì sul tavolo per far vedere non mi soddisfa più di tanto, ma va finito, finché non mi viene l’idea: adattare il mio lavoro all’originale da cui l’ho tratto!
Prima della nostra uscita a Bardi la dottoressa Davanzo Poli aveva condiviso sulla sua bacheca facebook (sì a volte è davvero utile) un reperto datato XIII-XIV secolo
cuscinello del sec.XIII-XIV, tela ricamata

La didascalia che la dottoressa ha messo è questa: tela di lino ricamata con seta rossa a punto incrociato e con argento filato a punto catenella.

Quindi due punti che sono in grado di riprodurre o quasi (il punto croce non è mai stato il mio forte ma si fa quel che si può), eppure quando ho stampato il foglio e ricopiato i quattro animali simbolici non ho pensato che potessi imbarcarmi in una piccola riproduzione di questo bel cuscino.
questa pagina facebook si possono vedere alcune opere di restauro sullo stesso.
dettaglio con i quattro animali.
Mi sono premunita di fotocopia a colori del dettaglio, tavolo luminoso e matita e ho ricopiato il tutto, rendendomi conto che anche in questo cosa la personalizzazione sarebbe venuta fuori. Alla fine i tratti a matita, tranne per i due colombi, era l’esito di una pessima disegnatrice/ricamatrice medievali. Ma sì!
Forse vedendolo dal vivo la resa sarebbe migliore, ma non si può avere tutto subito. Già è stato un gran regalo che la dottoressa Davanzo Poli ce lo facesse conoscere.
Quindi:
la mia non sarà una riproduzione fedele dell’oggetto, ma una copiatura sia per dimensione che per resa.
Non avendo idea che potesse essere un lavoro interessante, sono partita con la solita tela di cotone leggera trovata all’ikea (davvero ottima per ricamare sia per colore naturale, che per tramatura fitta ma regolare, per non parlare della leggerezza ma compattezza) e con il solito filo di cotone in grosse bobine. Quindi il mio sarà un piccolo cuscino con solo un fronte ricamato. Ora devo trovare una tela valida per l’altro fronte e un interno grande giusto, se no lo riempirò di ovatta.
Alla fine sarà un piccolo cuscino con una sola parte ricamata a cui dovrò trovare uno scopo, ma ho tutto l’autunno e l’inverno per pensarci.
i due colombi sono facili e sono venuti bene, ma quel coso tipo grifone è veramente un casino.
Sono convinta che l’originale sia migliore e più definito, ma per ora non so come altro migliorarlo.

Il mio abito duecentesco

Ricostruire significa capire, vedere, provare, sbagliare.
Ricostruire significa anche innamorarsi di un particolare e volerlo fare proprio, magari non un semplice modellino, ma una versione personalizzata.
Uno dei punti di riferimento di moltissimi rievocatori duecenteschi è la Bibbia Maciejowski, manoscritto francese del 1250 di una importanza fondamentale per le scritte in 5 lingue, ma soprattutto per tutta una serie di dettagli di abiti, oggetti, armi e armature che pochi altri manoscritti hanno.
Di certo questo manoscritto non è la prova lampante che tutta Europa avesse gli stessi oggetti e abiti, ma di certo è il miglior esempio per ricostruire un periodo e una regione, ma anche per partire per ragionare anche sulle altre regioni.
Per questa ragione essendo la Mansio Templi Parmensis sì un gruppo di templari e famiglia templare di origine italiana, ma come si evince dall’ordine stesso non monolitica né nello spazio né nella composizione delle persone che ve ne fanno parte. Quindi prima che qualcuno protesti e metta il ditino dove non dovrebbe, il nostro ragionamento di gruppo e di ricostruzione ci ha permesso di integrare la specificità italica del nord con elementi della Terrasanta (visto che nello specifico il gruppo rievoca la vita proprio in quelle zone) con presenze europee varie ed eventuali.
Ecco perché il mio abito da civile proviene proprio dalla Bibbia in questione.
Nello specifico di questa immagine è l’abito centrale, quello con guarnacca azzurra con abito bianco sotto, ma soprattutto con le maniche aperte e lasciate cadere dietro le spalle per poter lavorar meglio.
Ed ecco la mia ricostruzione.
Un grazie a tutti i fotografi che mi hanno permesso di farvi vedere il mio lavoro (nell’auto scatto ancora non sono brava) durante la manifestazione “Assedio di Brescia A.D. 1238”.
foto di Luca Verzeroli
foto di Luca Verzeroli
foto di Riccardo di Filippo
La scelta di questo tipo di abito, fra tutti quelli mostrati nel manoscritto, è dovuta essenzialmente al ruolo che ricopro nel gruppo. Non sono una nobildonna, ma faccio parte della famiglia del Tempio e quindi lavoro per esso pur non essendo di basso rango.

Un immagine mille racconti

Oggi mi sono trovata nella mia bacheca Pinterest questa stupenda immagine e oltre ad averla notata, salvata e cercato di valutarla,  mi è sovvenuta una riflessione così, molto generale (volutamente) e applicabile a tutte le fonti iconografiche.
Come al solito.
Questa è l’immagine:

tratto dal Psalter, Flanders, ca.1250.
Potete trovare un po’ di informazioni e immagini a questa pagina: http://www.guenther-rarebooks.com/en/catalogues_publications/Catalogue_online/Catalogue_10/13_Psalter_Tournai_c1270-80.php

 

Un immagine del genere ha molte soluzioni di lettura e soprattutto molti racconti.
Prima: Utilizzo.
Non è una cosa da poco che la miniatura sia un salterio o su un manoscritto.
Qui si racconta del committente (un anonimo patrono della diocesi di Tournai) che aveva però la conoscenza e la sapienza per richiedere e riconoscere la meraviglia di certe immagini.
Un appassionato di manufatti troverebbe già solo questo aspetto interessante.
Seconda: Supporto.
Pergamena.
Ci parla della preziosità del libro, dell’opera di lavoro che c’è dietro la costruzione dello stesso; la spesa; gli animali usati; quante persone ci lavorano.
Qui più figure di appassionati potrebbero essere interessate: esperto di manufatti, artigiano del libro e forse anche qualche appassionato di storia degli animali.
Terza: Tecnica:
La scelta della pittura, della miniatura, dei colori rivela una perizia e una tecnica particolari che coinvolge la tintura, la costruzione degli inchiostri, l’applicazione di essi e della foglia d’oro, la perizia tecnica del disegno e lo stile dello stesso.
Artisti e artigiani si soffermerebbero a discernere ogni singolo componente, volendo anche ricrearne le tecniche.
Quarto: La scrittura
Anche se per poco quest’immagine rivela il tipo di scrittura in uso all’epoca. Colore, forma, stile rivelano non solo la perizia tecnica, ma anche l’area geografica dell’amanuense e la politica dell’epoca.
Un calligrafico e uno storico della scrittura potrebbero già ricavare da quelle poche lettere molto più di quello che io potrei dire.
Quinto: Araldica
I simboli della gualdrappa del cavallo, con i relativi colori oro e bianco (che da quel che ricordo non dovrebbero stare insieme), potrebbero raccontare una storia tutta loro.
Quinto: Falconeria
Il nostro cavaliere porta sulla mano sinistra guantata un falco.
Un falconiere riuscirebbe facilmente a leggere la specie del volatile e la modalità di addestramento dello stesso (si intravedono i sottili fili che lo tenevano buono).
Sesto: Cavallo
Per quanto un’immagine debba essere sempre guardata con occhio critico e mai presa per oro colato (considerando che non solo la mano del pittore ha un suo valore, ma anche che la pittura non è una fotografia e che a volte vuole dimostrare qualcosa più che raccontare fedelmente quello che vede), forse un appassionato di cavalli potrebbe riconoscere quello che viene cavalcato e potrebbe raccontarci la specie, l’addestramento, la provenienza, magari anche gli incroci che può aver avuto.
E anche come si cavalcava a quel tempo.
Settimo: Vestiti
Uno studioso della moda, un ricostruttore storico vedrebbero negli abiti la scelta del colore, il taglio della stoffa per la confezione degli stessi, l’uso dei singoli indumenti, la comodità o la scomodità (sempre in paragone moderno).
Ottavo: Flora
Anche qui si cammina sul limitare del vero e del simbolico, ma non è detto che da una miniatura non si possa ricavare una specie veramente esistente.
Nono: Anatomia
In questa miniatura è veramente difficile, anche perché per molto tempo non c’era attenzione alla fisicità realistica delle persone (in certi momenti della storia c’è anche una difficoltà a distinguere uomini e donne se si eliminano certi accennati aspetti sessuali), ma in certe sculture greche e romane questo è facilissimo e soprattutto molto meno ideale di quanto si pensi (un giorno vi racconterò dello svelamento fisico degli atleti greci e della loro veridicità anatomica. Un documentario ha cambiato la mia visione dell’arte scultorea greca).
ho scelto il dettaglio del polpaccio, perché anni fa discutendo con cavallerizzi e allenatori sportivi si ragionava proprio sulla grandezza dei polpacci per riconoscere il cavaliere dal fante.
Quindi a una veloce analisi di una fonte, possiamo raccontare un’immagine almeno sotto 9 aspetti, coinvolgendo più tecnici di varie arti (senza contare che a loro volta gli esperti possono coinvolgerne altri).
E questo vale per ogni fonte che un rievocatore si trova davanti, perché alla fine mi sono resa conto che quando entri nel vizioso circolo della rievocazione, puntando alla ricostruzione e alla sperimentazione, non riesci più a guardare quello che ti trovi davanti con un solo occhio: molteplici racconti ti si aprono di fronte se si vogliono ascoltare tutti. A volte si sceglie di seguirne uno solo per comodità o per interesse.

Soddisfazione ed emozione

Scusatemi sin dall’inizio se questo post sarà un po’ emotivo e sdolcinato, ma ogni tanto capita di potersi fermare e guardare con occhio soddisfatto il proprio lavoro, personale e di squadra.
Sabato e domenica con la Mansio abbiamo fatto un servizio fotografico con il fotografo Camillo Balossini che conosciamo da 3 anni e con cui abbiamo già avuto occasione di lavorare e di farci fare delle foto.
Di solito però eravamo in rievocazione, coi tempi risicati, con le situazioni un po’ ballerine, con l’attenzione altalenante perché tante sono le cose che devi gestire.
Questa volta invece ci siamo presi un fine settimana intero (in cui negli ultimi anni eravamo di solito impegnati in Francia, ma quest’anno La Barben è saltata lasciando noi e i Grifoni nella completa desolazione) e siamo andati al castello di Bardi.
Il risultato di due giorni di lavoro, risate, fatica, casse spostate a destra e a manca, vento e pioggia è stato veramente mirabile.
Lunedì quando Camillo ha postato su fb alcune foto, lo ammetto, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Due cavalieri templari e il cappellano del Tempio
Sergenti templari in pausa
Vedere nero su bianco, o meglio colori su colori, e vedere come il nostro lavoro collettivo di ricostruzione e di sperimentazione abbia dato un risultato ottimo, esaltato dalla professionalità di un fotografo molto bravo, mi ha fatto capire tante cose:
-prima di tutto che non abbiamo sbagliato a fare quello che stiamo facendo;
-secondo che io non ho sbagliato a fare quello che sto facendo;
-terzo che malgrado il tanto lavoro che io credo si debba ancora fare, siamo arrivati a un buon punto di riferimento e le lodi che ci fanno non sono più per darci il contentino.
Sì, lo so, ho chiuso la modestia nel cassetto.
Lo ammetto.
Ne sono conscia e non mi interessa.
Le foto rivelano un gran lavoro.
Templari e Turcopoli che decidono la miglior strategia di battaglia
Turcopoli che difendono il castello dei franchi
Rivelano tutte le discussioni, i libri aperti e chiusi, gli errori corretti, gli oggetti rifatti.
Rivelano lo studio su quello che si trova, su quello che si deve capire, su quello che si deve intuire.
Rivelano le risate, le gite fuori porta, i tanti “secondo me”.
taverna
angolo femminile e giovane ragazzo annoiato
infermeria del castello franco: il cappellano controlla il ferito e le donne, fra cui una suora, si danno da fare per curarlo.
Queste foto non sono né un inizio né una fine di un lavoro, sono solo un punto di intermezzo che di sicuro segna un punto importante nella storia del nostro gruppo.
Sono un bello stimolo.
Non è scontato il ringraziamento a tutti coloro che sono potuti venire a fare le foto, ma anche a quelli che non sono potuti esserci, ma che ogni volta che c’è da fare sono presenti col corpo e con la mente e danno il loro contributo.
Un grazie a Camillo Balossini che ci ha fatto queste e altre stupende foto e che le ha pubblicate immediatamente su fb il giorno dopo per colmare la nostra curiosità.
Aspettiamo di vedere le altre a tempo debito.

Ricostruire un abito storico. Pantaloni per turcopolo

Non sono qui a insegnare niente a nessuno, ma semplicemente a raccontare la mia crescita come rievocatrice.
Undici anni fa non mi sarei posta tanti problemi: avrei preso della stoffa, l’avrei fatta tagliare e poi avrei fatto un abito che poteva essere medievale.
Ma fare il rievocatore, serio soprattutto, è altro ragionamento.
E’ cercare la stoffa giusta, non solo per genere, ma anche per colore e tramatura.
E’ andare in giro per negozi fino allo sfinimento.
A volte è anche perdere la pazienza con se stessi, perché ci si rende conto che si è pignoli, che a volte anche odiosi.
Poi si deve tagliare nel modo giusto e non come è possibile: esiste il concetto del risparmio della stoffa, ma non in ottica a te contemporanea, ma del periodo che hai scelto.
A volte si decide anche che bisogna (sottolineo “bisogna”) tagliare la pezza con la metratura di allora e poi ricavarne i pezzi da assemblare.
Per arrivare a questo livello un rievocatore fa e vuole fare certi passaggi, i quali a volte portano alla follia.
Qualcuno si ferma prima ed è contento lo stesso, qualcuno va avanti e diventa un po’ più talebano: cucire tutto a mano, magari anche alla luce delle candele; tessere la stoffa con riproduzioni di telai dell’epoca e poi comporre il vestito. Cose così.
Il mio livello di ricostruttore storico (con mamma al seguito perché è lei che taglia e cuce) è medio alto. Non intendo come qualità, visto che quella non la voglio giudicare io, ma come voglia di essere precisa. L’ultimo mio abito invernale medievale è stato tagliato secondo il metodo del Medievale Tailor’ assistant (da questo link scaricate direttamente il manuale) e ciò ha fatto impazzire mia mamma (oltre al fatto che lo ha fatto in mia assenza), ma con risultati ottimi. Mi sono totalmente bulleggiata ad Armi&Bagagli 2013 che potevo sembrare un po’ arrogante, ma cadeva giusto ed ero soddisfatta.
Il prossimo fine settimana poi farò un corso apposta di cucito medievale e vedremo cosa riuscirò ad imparare.
Nel frattempo imparo nuove cose sul ricamo e qui ritorniamo all’argomento di partenza, perché ricamare così, imparare i punti, fare due disegni ha sì un suo valore, ma impari di più se devi ragionare su una fonte o su un disegno per ricostruire un abito.
E qui caschiamo in due, io e Mario, amico da anni con cui abbiamo condiviso anni di rievocazione nello stesso gruppo e ora collaborazione ed amicizia.
Il suo punto di riferimento è ricostruire un turcopolo.
Con turcopolo si intende la truppa turca o araba in generale al soldo delle truppe crociate in Terra santa. Non ha un valore religioso, perché potevano essere mussulmani come cristiani, ma solo geografico. Franchi per indicare gli europei, turchi per i medio orientali.
Siamo partiti da questa immagine, anche perché io non ne sapevo nulla.
E abbiamo ragionato sui pantaloni visto che quelli erano il suo obiettivo.
A mio parere erano tessuti già così, visto che non è solo un bordo in fondo, ma ci sono alcune righe lavorate a spina di pesce lungo tutta l’altezza della gamba. L’immagine non è un reperto, ma Mario è un rievocatore scrupoloso e quindi è sicuramente quella più leggibile per ora. Vedremo cosa potrò trovare in futuro di fonte primaria.
La mia conoscenza dell’arte del ricamo è ancora agli inizi e quindi non dubito che potrei trovare un punto più adatto e corretto, ma vedendo il lavoro e poi il periodo ho scelto un punto erba e del filo di cotone da mettere in doppio per dare più spessore.
Visto che la pezza da ricamare che mi ha dato Mario era insufficiente per tutto il lavoro pensato all’inizio (bordo orizzontale e strisce verticali), ho pensato di focalizzarmi solo sui bordi inferiori. Ringrazio la Sartoria del Borgo (credo che siano a Riolo Terme) che ha fatto gli abiti di Mario per avermi dato le dimensioni giuste, perché se aspettavo lui potevo fare mille metri…
La parte di progettazione è stata quella più noiosa.
Odiavo tecnica alle medie: avevo sempre tutto il foglio sporco, anche se giusto. La professoressa era rassegnata e a volte mi dava un buon voto per l’impegno. Quindi progettare tutti questi rombi che dovevano essere uguali e precisi è stato un lavoraccio.
Alla fine ero molto fiera di me e anche se i rombi interni li ho fatti a mano libera, lo schema era venuto molto bene. Dico era, perché una volta messo sul tavolo luminoso con sopra la stoffa, essa era talmente spessa che non si vedeva nulla. Ma nulla. Avrei voluto piangere, lo ammetto.
Ripresa dallo sconforto ho dovuto rifare lo schema su tela a mano libera e stare attenta a non sbavare troppo, perché la matita non si cancella bene. Su consiglio della mamma sono andata a cercare la matita da ricamo cancellabile (lei se la ricordava), ma mi hanno guardato con aria dubbiosa. Continuerò la cerca comunque.
Poi è iniziato il lavoro e lì ho imprecato contro la mia leggerezza (mi ero dimenticata del lavoro e dovevo fare tutto in una settimana), ma soprattutto della stoffa: un truscello romagnolo-marchigiano, tela che un tempo si usava per fare le lenzuola pesanti e le tovaglie. Bellissima, forse ho qualcosa in casa di mia nonna, ma assolutamente non ricamabile, se non per delle piccole iniziali.
Quindi dopo aver spezzato un ago all’inizio del lavoro, rischiato di perderne uno per la camera, piegato un altro e finalmente minacciato il terzo (che era quello quasi perso), ho lavorato come una schiava e in una settimana quasi sono riuscita a fare tutto. Lunedì a scherma avevo male alla mano e alla spalla per il ricamare che maneggiare una spada è stata una cosa leggera.
Poi dopo aver spedito il pacchetto sono partita per Palermo e diciamo che me lo sono dimenticata finché non sono tornata in quel di Parma proprio in tempo per l’ultimo giorno di fiera.
E quando ho visto il bordo montato e sistemato, mi sono sentita molto fiera di me.
dettaglio. Non si vede nemmeno che i rombini interni sono uno diverso dall’altro. 
Mario nella sua turcopolaggine a fianco del nostro manichino templare.
Non mi aspettavo una copia del disegno, ma alla fine è molto più vicino di quanto si pensi.
Lui era molto soddisfatto e ciò mi ha fatto piacere.
Adesso continueremo a collaborare per rendere ancora più preciso il vestito, ma diciamo che è un buon inizio.