Sant’Ilario di Poiters patrono di Parma

Non starò qui a farvi un panegirico del patrono della mia città, nè a raccontarvi ogni piccola cosa che ha fatto e il perché è stato reso santo e altro, qui vi racconto che nel cuore dell’Oltretorrente c’è un piccolissimo oratorio a lui dedicato e che il tempo e il denaro costringe a tenere aperto solo il giovedì e al giorno a lui dedicato. Che la porta dell’oratorio sempre chiusa per tanti anni è stata una ferita al cuore sociale della città, ma che il santo è sempre stato uno di noi. La devozione del parmigiano non è plateale nè coreografica, ma tratta santi e personaggi storici come se fossero uno di loro, come se ce li si aspettasse alla fermata dell’autobus a lamentarsi del sindaco e a urlare “comunque sempre viva forza il Parma!”.
Siamo così.
Forse sarà per il fatto che nel medioevo abbiamo regalato alla storia due antipapi.
O forse perché la nebbia attutisce un sacco di cose ed emozioni e lascia le parole sussurrate a rincorrersi per l’aria.

statua del santo di epoca quattrocentesca.

Sant’Ilario è “quello delle scarpette” e difatti per la sua festa si fanno dei semplici dolci di pastafrolla a forma di scarpa, magari colorata con la glassa (nota per la mia mamma che legge il blog: io mi segno tutti gli anni in cui non me le hai comprate…).
La motivazione è che il santo è stato patrono della corporazione dei calzolai.
Ma partiamo un pelino prima.
Sant’Ilario era francese (non a caso Poiters) ed era nato da famiglia pagana nel 315 circa e si convertì da adulto al cristianesimo, dedicandosi anima e corpo al contrasto all’arianesimo. La sua predicazione era talmente virulenta che, vuole la leggenda, venne mandato in Anatolia per andare lontano a predicare. E qui iniziò il suo pellegrinaggio che molto probabilmente lo portò a solcare le strade vicino a Parma…comunque sia dall’Anatolia dopo qualche tempo venne rispedito in patria per lo stesso problema che lo aveva allontanato. Sulla strada del ritorno, questo santo pellegrino, si ferma di sicuro a Parma dove un ciabattino viste le sue condizioni si offre a sostituirgli le scarpe, senza aspettarsi nulla.
Il santo colpito da tanta generosità fa trovare la notte successiva un paio di scarpe d’oro che risolvono ogni problema del ciabattino.
Ecco qua la vicinanza con la corporazione dei calzolai.

Il santo divenne patrono di Parma nel XIII per ingraziarsi Carlo d’Angiò per aver aiutato la città (ricordo di aver letto da qualche parte chi fosse il patrono precedente, ma come al solito non lo trovo nei miei libri. Come al solito quando mi serve qualcosa) e tale è rimasto fino a noi.

L’Oratorio a lui dedicato si trova nell’ospedale vecchio (come da noi si chiama), ma che nel quattrocento era l’ospedale della Misericordia, con inglobato l’ospedale degli Esposti voluto nel 1201 da Rodolfo Tanzi benefattore di Parma.

Rodolfo Tanzi morto nel XIII secolo, ma qui risepolto con una nuova tomba.
La lapide originale venne mantenuta, ma sinceramente non ho capito dove si trovi.

L’oratorio odierno è una costruzione del 1663 e sostituisce quello costruito nel XIII secolo oltre piazzale della Croce (e quindi molto al di fuori delle mura cittadine o del controllo della città) e l’oratorio dedicato alla Madonna proprio nell’ospedale degli Esposti.
Esso venne dedicato a tutti i santi medici o taumaturgici che si ricordino proprio per la sua posizione all’interno di un complesso medico che rimase funzionale fino al 1920 circa.

 

La giornata a lui dedicata è il 13 gennaio e di solito nell’oratorio si fa la messa per le autorità (anche perché è talmente piccolo che non ci sta nessun altro), la distribuzione delle scarpette dolci e dei guanti bianchi (questa tradizione non so da dove venga) ai bambini.
In più in Comune con gran cerimonia vengono premiati i cittadini illustri che con le loro opere di valore hanno reso lustro alla città. Ecco  i premiati di quest’anno e la motivazione.

Io di solito me ne sto a casa a polleggiare o si esce con gli amici per una birra o cose del genere, ma quest’anno ho proprio voglia di godermi la mia città e quindi l’occasione era propizia.
Peccato il cattivo tempo che ha costretto tutti a chiudersi in casa.
Eppure il piccolo oratorio era pieno zeppo di gente e io non sapevo nemmeno perché. Il mistero è durato poco perché ho scoperto che ci sarebbe stata una lezione di storia nell’oratorio su di esso e poi un concerto di musica popolare parmigiana.

Il coro tutto femminile, intramezzato da poesie in dialetto che ci raccontano le feste nelle famiglie parmigiane, è il coro “Il cuator Stagion” diretto da Mariangela Bazoni, ci ha deliziato con canzoni nel nostro dialetto degli inizi del ‘900.

Una bella giornata tutta parmigiana, perché alla fine non si può dire altro che Parma è “tam bela!”.

Il Destino è quel che è non c’è scampo più per me!!!!


Uno può opporsi fin che vuole, ma alla fine deve inevitabilmente cedere. E io ho ceduto.
E’ innegabile che posso mascherare il mio gesto con un ennesimo riferimento alla festa che domani notte si festeggierà. In moltissime leggende, per tenere buoni o lontani spiriti più i meno maligni, oppure per festeggiare i morti si offrivano loro cibi. Il pane dei morti è un classico, in diverse forme e sapori. A Parma i biscotti, più o meno semplici (dai frollini, ad aggiunte di mandorle e cannella) prendono forma di ossa e si tingono di bianco. E’ sempre un gesto apotropaico. Oppure una scusa per condividere con amici e parenti delle vere leccornie (per non parlare dell’apporto calorico utile per sopportare i primi freddi).
Io più banalmente ho ceduto all’istinto di fare la torta di mele ad un orario poco civile. Come faceva mia nonna materna. E’ stato più forte di me! Mentre per tutto il giorno mi sono dilettata a preparare il pane, leggere libri di storia medievale e fare foto agli alberi del giardino, la sera mi ha portato il desiderio di una buona colazione per la mattina successiva. Come faceva mia nonna, più o meno. A lei serviva anche per ripulire la dispensa temo…Di fatti non ho la sua ricetta. La torta di mela della nonna poteva contenere le pere, l’uvetta, frutta secca, un po’ di cioccolato…chi più ne ha più ne metta. Sono convinta che se chiedessi a mio zio cosa ricorda della torta di mele, lui me ne darebbe una versione altrettanto varia.
Io mi attengo al classico, almeno quello trovato sui libri di cucina.
Però non avevo fatto i conti con la geometria… Ebbene sì, sappiate che per fare una torta e diminuire le dose da una tortiera di diametro 26-28 a una di diametro 20, tocca rispolverare l’area del cerchio…Ho implorato mia mamma di evitarmi questo supplizio…Ho optato per la matematica e ho diviso gli ingredienti più o meno per la metà, con approvazione materna.
Alla fine, dopo aver preparato il tutto, aspettato che il forno facesse il suo dovere, guardando (io) la tv e sfogliando libri di religione dell’antica roma, questo è il risultato.