Le giornate del FAI: 23 e 24 marzo a Palermo

Non riesco mai a partecipare alle giornate del FAI o della cultura perché in quei giorni sono sempre in rievocazione o in fiera o in cose che competono la rievocazione storica, ma sta volta, complice la vacanza, finalmente vi ho partecipato.
A Palermo ci saranno stati un sacco di eventi ed edifici, ma dovendo riprendere l’aereo dopo pranzo non ci è sembrato il caso di avventurarci troppo e siamo rimaste (io e mia mamma, mio padre lavorava) attorno all’albergo.
Abbiamo potuto vedere e seguire le spiegazione dei ragazzi nell’oratorio annesso alla Chiesa della Gangia e la Biblioteca Francescana.
Nel primo, ora archivio di Stato, due ragazzi del liceo ci hanno spiegato un po’ di cose e benché si capisse che la lezione era ben preparata, ma altro si poteva imparare, quello che mi è piaciuto è capire che questi ragazzi provano per la loro città un vero amore; quello che invece mi è dispiaciuto è sentirli già demoralizzati e come impotenti di fronte alla burocrazia, alle amministrazioni, allo strazio della loro città.
Soffitto barocco siciliano.
accompagnamento musicale molto interessante, purtroppo la sala era troppo piccola e molto affollata e quindi si è mischiato con il rumore. Magari se lo avessero messo in altra stanza lo si sarebbe apprezzato meglio.
Monumento in ricordo della fuga di alcuni rivoluzionari contrari ai Borboni. Il buco sotto la grata (chiuso e purtroppo mortificato da un graffito) è originario e da lì i prigionieri scapparono dalla Chiesa della Gangia, grazie anche alla complicità di un prete e delle donne della via.


Nella Biblioteca Francescana a fianco della chiesa di San Francesco (quella chiusa, inaccessibile del post precedente) invece c’erano i ragazzi delle medie e sinceramente non ricordo niente di quello che hanno detto, perché sono stati buffissimi: emozionati, volenterosi, pronti a divertirsi e a “sfidarsi” (facevano la gara fra loro a chi incastrava più turisti!). Non so quanto ricorderanno delle nozioni imparate, ma l’importante secondo me è stato che sono stati coinvolti nella storia e nella cultura della loro città, si sono sentiti parte integrante della vita culturale e di un evento che spero possa rinnovarsi ogni anno.
Per fare davvero una rivoluzione purtroppo tocca saltare le generazioni grandi e puntare sui piccoli.
Lo scalone d’entrata.
Per entrare nell’edificio tocca passare oltre a un vero disastro di incuria che mi sono rifiutata di fotografare perché davvero ero rimasta scioccata: sembrava di essere entrate in un garage degli anni ’60…
All’interno l’edificio ha degli evidenti luoghi restaurati e altri in restauro.
La biblioteca in sé e per sé è abbastanza lasciata andare con mensole piegate dal peso dei libri e altri accatastati: credo che ci vorrebbe moltissima manodopera.
Spero che quei ragazzi capiscano l’importanza di una biblioteca non solo per noi o per loro, ma per tutti.
Visione del chiostro dall’esterno e dall’alto, visto che non è possibile visitarlo perché chiuso, o meglio le macchine possono entrarvi e posteggiarvi ma i turisti non hanno le indicazioni per poterlo vedere.
Ecco alcuni ragazzi intenti ad accompagnare una mamma coi suoi bambini piccoli nella prima stanza.
Notate il pavimento meraviglioso, tipico della città.
Corridoio adibito a mostra per le macchine da scrivere e degli incunaboli.
Alla sinistra il muro divide la biblioteca con la chiesa direttamente.
Uno dei tanti cactus. Con quel sole è innegabile che stiano bene.
La giornata è stata molto interessante e sinceramente è stata anche più stimolante di andare in giro da soli in una città un po’ silente in turismo, anche perché Palermo sembrava essere animata da un altro spirito e da un’altra luce.
Quando il FAI interviene in tutte le città d’Italia da modo alle stesse e ai cittadini di riappropriarsi di beni e storie a volte dimenticate e, per quanto io continui a dire e a ritenere che la cultura va retribuita, queste giornate vanno sfruttate al massimo da chi non sa ma vuole sapere e conoscere, da chi non può (purtroppo in questo periodo di crisi uno dei primi tagli è proprio nella cultura) ma vorrebbe e da chi può, va, ma vuole ancora di più.

Palermo in rosa e in nero

Sono appena tornata da Palermo per una 4 giorni di ferie turistiche scarpinanti su e giù per le vie del centro e alla fine me ne sono tornata a casa un po’ confusa.
La scelta del titolo del post è dovuto all’omaggio dei colori della squadra di calcio della città, ma anche per spunto per raccontarla dal punto di vista del turismo.
Di rosa c’è sicuramente il clima: partita da Milano con pioggia e umido e freddo, si arriva con il sole (anche se poi ci ha regalato 2 gocce di pioggia) e con un clima mite e con aria fresca.
Di nero c’è lo smog.
Aeroporto di Linate: partenza!
 
Chiesa di San Giuseppe dei Teatini
Fontana Pretoria.
 
Di rosa c’è il cibo: abbondante da dover scarpinare tutto il giorno per non ingrassare, pesce buonissimo (e detto da una che non riesce a mangiare il pesce cotto, ma solo quello crudo per una strana intolleranza alimentare), presente ovunque e dovunque.
[Non essendo una food blogger, non mi è venuto mai in mente di fotografare i miei piatti: ha sempre vinto prima lo stomaco sull’occhio.]
Di nero c’è il traffico.
Di rosa c’è la natura delle palme, dei giardini, delle piante grasse che rallegrano palazzi, finestre e angoli di vie.
stradina laterale dalle parti di Palazzo dei Normanni.
Sulla destra della scala c’è un ottimo ristorantino dove ho mangiato un ottimo piatto di pasta con gamberoni, zucchine e pomodorini. Che buoni i gamberoni…
 
 via Roma: ci hanno spiegato che è una delle vie più importanti e belle e in effetti è molto curata e ben tenuta. Dalla cartina sembra che possa essere un antico decumano romano.
 
 palazzo di fronte alla Cattedrale in via Vittorio Emanuele
 
giardino di Villa Bonanno, vicino a palazzo dei Normanni: è in restauro o mantenimento e quindi non siamo riusciti a capire dove fosse possibile vedere i resti di una villa romana. Persa.
Di nero c’è l’abbandono totale e disarmante di palazzi meravigliosi, di vie sporche, di pozze d’acqua provenienti da tubature nascoste rotte, di rovine di palazzi di cui non si capisce nemmeno di che epoca fossero.
 palazzo privato in via Alloro
 
via Vittorio Emanuele, forse l’antico cardo romano, via del centro molto importante, ma non ben tenuta. Peccato.
 
palazzo sconosciuto dalle parti di Porta Nuova a fianco del complesso del Palazzo dei Normanni: restaurato a metà.

Di rosa c’è il tentativo di riprendere il “possesso” della propria bellezza cittadina e tenere pulite le strade e ricostruire i palazzi, adibire i palazzi antichi a musei e conservarli.

Palazzo del museo archeologico Salinas, facciata su via Roma: chiuso per restauro dal 2011.
 
 Galleria regionale nel Palazzo Abatellis in via Alloro 4: aperto e ben restaurato.
 
Palazzo privato di via Alloro.
 

Di rosa ha angoli meravigliosi, con piccole sorprese fatte da persone o situazioni che ti fanno capire che la vita va avanti.

 una natività nel portone di un cortile interno di un palazzo
 
 un artigiano di burattini
 
un carretto pieno di carciofi! Oh, come lo avrei assaltato volentieri!
Peccato che non li abbia mai trovati nei menù. 
Museo delle Marionette, in via Pasqualino.
Bello poterlo confrontare con quello di Parma: pezzi totalmente diversi, ma spazi poco usati e dispersivi. Avrei preferito avere un po’ più di teche per poter vedere ulteriori pezzi.
Di nero c’è che non esistono orari certi per vedere i musei o le chiese; ci sono musei chiusi da almeno due anni per restauro e le collezioni sono sparse per la città (cosa non agevole per un turista); non ci sono indicazioni per vedere reperti archeologici, pittori o altro e se non hai una cartina o guida ben documentate non puoi andare alla ricerca.
Chiesa di San Francesco.
La foto è fatta da una bifora che divide la chiesa e la biblioteca Francescana annessa. Mentre ho fatto la foto ho potuto vedere che ci girava gente dentro, ma quando siamo andate a visitarla era chiusa, murata, inaccessibile. Persa.
Di fronte c’è l’Antica Focacceria di San Francesco chiusa per cambio di gestione.

Quello che mi è venuto da dire, anche parlando con le stagiste del museo diocesano (poco visitato perché poco conosciuto e sponsorizzato) oppure i ragazzi del liceo che facevano i volontari per la giornata del FAI (bravissimi e molto motivati), è che Palermo non è una città per turisti, ma purtroppo è una città normale che vive su allori meravigliosi dati da una storia millenaria e multietnica (cosa che si vede tutt’ora nei monumenti e nella gente che cammina per le strade), ma che si comporta (e queste sono parole di mia mamma che era con me a in gita) “come una bella donna aristocratica che fidandosi della sua bellezza non l’ha curata ed ora è in totale disarmo”.

Questa cosa è per me, ma credo anche per altri, assolutamente triste e demoralizzante.
Per chi un po’ mi conosce sa che non amo le città turistiche, anzi mi sento come un criceto in una palla da far girare e spennare; amo le città che mantengono la propria identità unica e irripetibile, ma che si possano girare senza che qualcuno mi faccia capire che non è il caso che si passi da una zona o l’altra, ma senza dover essere rimpallata da un edificio all’altro per cercare un qualcosa di culturale che poi non si trova oppure dover fare le corse perché forse fra 2 minuti in modo incomprensibile quella chiesa potrebbe essere chiusa.
Sì lo so, mi rendo conto che forse chiedo troppo eppure ho visitato altre città che mi hanno dato questa sensazione e mi chiedo sempre se siano degli unicum, delle normalità oppure… Anni fa sono stata a Catania e ricordavo una città ospitale, facile da girare, pulita (malgrado la cenere) e accogliente, tanto per fare un esempio siciliano.
“Bottino di guerra”: fra libri (tanti), cartoline, borse, magliette e magneti.
E per fortuna per il mio portafoglio (e quello dei miei genitori soprattutto) che avevo solo il bagaglio a mano, ma se avessi portato un paio di magliette in meno avrei potuto prendere un libro in più.
 
Torno da Palermo confusa, lo ammetto.
Ho visto tante cose, ma sono convinta che tante altre me le sono perse per manifesta “sparizione” delle stesse; ho visto persone, ma poche si sono lasciate conoscere (non è un’accusa, ma un dispiacere, anche se posso capire che la città possa essere di carattere chiusa) anche se gentilissimi tutti; mi aspettavo di essere stordita da tanta bellezza e invece sono rimasta disillusa dalla realtà.
Palermo è una città da rivedere, fra qualche anno, per sperare che certi semi che ho visto possano aver portato frutto e aver reso onore alla sua Storia passata, ma soprattutto per quella futura.