L’importanza di comunicare le cose corrette

Ritorno a buttare giù i miei pensieri piuttosto che farvi vedere cosa combino (anche perché sono in ferma biologica, come si direbbe se fossi un pesce): pensieri che frullano in testa avendo a che fare con amici e conoscenti dalle vite più disparate. Non ho solo rievocatori fra le mie conoscenze e anche fra loro il modo di approcciarsi alla Storia e alla divulgazione non è mai lo stesso per tutti.

Cosa significa fare divulgazione?

Non faccio un’elenco in modo da darvi il vostro pensiero su un piatto d’argento, vi dico direttamente il mio: fare divulgazione significa comunicare nel modo più comprensibile un’informazione veritiera.

Sezioniamo la frase.

Informazione veritiera. Faccio fatica a parlare di Verità (con la V maiuscola ovviamente), perché è una cosa che si potrebbe ottenere solo avendo una macchina del tempo e per ora non esiste. Per ora. Quindi si deve usare un termine che si avvicini alla verità, al dato oggettivo scevro da ogni visione soggettiva e personale: potrebbe essere verosimile o veritiero. Chi comunica qualcosa, soprattutto quando si parla di Storia dovrebbe avere prima di tutto dalla sua lo studio e l’approfondimento, poi la comprensione dei dati che ha acquisito per poter comunicare il fatto nel modo più oggettivo possibile. Sì, chi divulga, pur parteggiando per qualcuno o qualcosa (lo facciamo tutti noi rievocatori, se non non sopporteremmo fatica e disagio) dovrebbe essere oggettivo e non negare il bello e il brutto che è stato fatto. Non esiste un’epoca storica che possa essere stata un’età dell’oro: esistono solo epoche di pace, di compromessi, di costruzione ed epoche di guerra e distruzione, e nel mentre si mischia tutto quello detto sopra. Questo dovrebbe essere fondamentale per far capire a chi ascolta che la storia dell’Uomo è un lento mutamento, evoluzione e involuzione, su e giù, niente altro che andare avanti; chi ascolta potrebbe anche capire come cogliere il meglio da ogni epoca, potendo discernerne il peggio; in più si potrebbe anche far comprendere il perché delle mutazioni e della ripetibilità di certi eventi in condizioni simili. Ma questo è un lavoro onesto e pesante perché impone che chi fa divulgazione abbia compreso quello che racconta quasi a 360° e non è facile. Nessuno ha mai detto che lo sia.

Comunicare nel modo più comprensibile. Questo è un pilastro di ogni tipo di comunicazione: adattarsi al ricevente. Non si può parlare in modo difficile a un bambino di 4 anni, come non si devono trattare gli adulti come degli infanti; parlare in una scuola è diverso che fare un laboratorio manuale in estate; parlare in una conferenza è diverso che farlo in aula universitaria. Se vogliamo far arrivare il messaggio senza decodifiche aberranti bisogna adattare linguaggio e tono. La verve è un di più molto personale e non è facile insegnarla.

Detto questo, cosa ha smosso questo mio post? Il fatto che in luoghi deputati allo studio quali i musei, ci siano ancora persone (da guide ai testi di corredo ai reperti, alle didascalie queste sconosciute a volte) che divulgano visioni vecchie di 20 anni, superate dagli studi fatti in questi anni; e che alla mia rimostranza mi sia stato risposto da un non addetto ai lavori che “non era importante, tanto la gente non lo sapeva comunque”.

(sospensione del pensiero).

Qui mi sorge una spontanea: se sei ignorante posso raccontarti qualunque balla tanto si parla di roba vecchia come la Storia? Che differenza ci sarebbe allora con una bufala scientifica o una vera e propria disinformazione fatta per manipolare le coscienze? Non è che se si parla di Storia si possa dire qualsiasi cosa “tanto che importa, son cose vecchie”, tanto non ci sono i testimoni a smentirti.

La Storia è il nostro presente e sarà il nostro futuro o quello dei nostri figli. Non è una cosa da poco. La Storia ci dovrebbe permettere di capire da dove veniamo per riuscire a modificare dove stiamo andando. Se raccontiamo una Storia bugiarda su cosa si basa il nostro presente se non su piedi d’argilla?

Che senso hanno gli archeologi, gli storici, i restauratori, gli sperimentatori, i rievocatori, tutti coloro che mettono le mani nelle fonti, che cercano ancora una volta di farle parlare in modo udibile che tanto basta una balla per ammansire le folle e dar loro il senso di appagamento culturale? Che senso abbiamo tutti noi se basta un pseudo giornalista a fare sensazione buttando informazioni a caso, malgrado centinaia di esperti dicano il contrario? Esiste un panem et circenses anche della cultura e io non lo sapevo? Diamo in pasto alla gente pillole avariate di sapere e loro non avranno più la curiosità di andare a fondo delle cose.

Non è il mio modo di fare cultura.

Preferisco dire “a seguito dei recenti studi quello che sapevamo è stato completamente rivoluzionato e abbiamo cambiato idea” e giù a snocciolare dati, legami, fonti, situazioni in modo che in almeno una persona di fronte a me si illumini il neurone. Preferisco fare un laboratorio didattico sulla schiavitù romana per i più piccoli, ridendo ma non negando loro l’essenziale della cosa, piuttosto che dar loro la peggior fiaba Disney (perché ne ha anche di belle e bisogna ammetterlo). Preferisco “perdere tempo” a cercar di far comprendere il filo rosso della Vita alle persone unendo anche argomenti che sembrano assurdi per far vedere con gli occhi del cervello come vivessero i nostri avi. Preferisco combattere contro i mulini a vento piuttosto che cedere alla faciloneria del buttar su.

Chi ho davanti ha il diritto di accedere al Sapere come me, anche se non ne ha le stesse potenzialità, perché non è una questione elitaria o di scelta divina: non importa l’età, il sesso o il titolo di studio, il mio dovere è di non raccontare frottole e di non accettare che vengano raccontate frottole; mio dovere è di continuamente mettermi in dubbio e continuare a informarmi, anche leggendo materiale che è lontano dalla mia idea storica perché è sempre meglio avere dubbi che certezze nella vita.

Io devo raccontare la Storia, se no che senso ho io di fare la rievocatrice storica?

MRK_0226

ecco cosa significa raccontare la Storia e avere il pubblico che ascolta

Annunci

Un treno chiamato “Festival del Medioevo”.

si arriva...i pensieri

si arriva…i pensieri

Ieri finalmente mi sono messa a scrivere il post sul “Festival del Medioevo” sul blog Mansio, oggi tocca a me per me. Diventa difficile scindere le due cose e fare due discorsi diversi per un’esperienza unica e che non può non essere la summa di una condivisione di intenti e di fatica, ma ci possiamo provare (almeno in parte mi sa).

Il Festival del Medioevo è stata un’esperienza unica e spero ripetibile in futuro che ha dimostrato a me, ancora una volta, come questo mio gruppo possa essere una sana “macchina da guerra” anche (o forse dovrei dire soprattutto) nelle situazioni più complicate. Questa lo era, considerando tutte le aspettative e le ansie alla partenza; mettendo in conto la stanchezza del viaggio e di montare un accampamento semi completo in 4. E poi la didattica subito, dal primo giorno, a pieno regime, dovendo coprire tutti i buchi degli assenti (quelli che sarebbero arrivati il giovedì notte per la precisione), passando da un discorso all’altro, cercando di capire chi può sostituire chi in caso di bisogno. Solo quando arrivano gli stranieri vado sinceramente in tilt e mi rendo conto che non solo non so parlare l’inglese pur comprendendolo, ma non so fare un discorso tecnico sulla mia didattica…ho tempo un anno per rimediare! Per fortuna Elisabetta (che non si era mai palesata poliglotta), Claudio e Giovanni potevano gestire le situazioni d’emergenza, e non solo, con i vari turisti.

eh, sì, sotto quell'elmo c'è il professor A. Barbero.

eh, sì, sotto quell’elmo c’è il professor A. Barbero.

Dal primo giorno mi sono resa conto che il festival era qualcosa di diverso dal solito, sia per organizzazione che per investimenti, ma anche per interesse di pubblico: un pubblico fatto di appassionati, ma anche di curiosi, di interessati e di veri e propri stacanovisti della Storia. Mi sono guardata attorno e mi sembrava di essere in un mondo a parte, quello un po’ sperato ma raramente trovato, quello dove la cultura è un bene da condividere e da divulgare e non da tenere sotto chiave. Mi spaventava solo il confronto con gli studiosi, con l’Accademia con la A maiuscola, perché alla fine non è facile far capire loro che anche noi, magari senza una laurea, stiamo camminando a fianco, sperimentando, contestando, provando, provocando e tanto altro ancora. Invece, vedere il professor Barbero parlare e chiedere da dentro un nostro elmo perché voleva capire, provare e a suo modo sperimentare è stato per me un tuffo al cuore. In quel momento ho capito che non solo ne valeva la pena tutta la fatica, ma che non avrei dovuto temere nulla.

E ho tirato il fiato.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

Sono stati 5 giorni impegnativi, con quasi 10 ore di didattica continuativa e spesso in piedi, con la tensione che qualcosa all’ultimo non andasse come di dovere, cercando di dare il massimo, di gestire le forze di tutte, di risolvere ogni piccolo inconveniente senza mai spazientirsi. Ma sono stati 5 giorni di orgoglio: vedendo che i miei “pulcini templari” si buttavano nella mischia con le nuove didattiche (l’alimentazione e l’architettura), si mettevano alla prova sostituendo degnamente i referenti dedicati quando questi erano assenti, si ingegnavano per risolvere la logistica quando a un certo punto ci siamo trovati sommersi dalla gente. Sono orgogliosa di ognuno di loro e di come hanno gestito ogni momento, anche nello smontaggio quando l’adrenalina ha ceduto il posto alla stanchezza. Lo so che il mio sembra un discorso da “mamma chioccia”, ma purtroppo alla fine il mio istinto da veterano punta istintivamente a quel modo…prima o poi però li abbandono tutti in autostrada…

P1190924

particolari

Per quello che riguarda me, il mio piccolo banco della didattica del vestiario ho da essere orgogliosa di quello che ho, di quello che ho aggiunto, ma so quello che mi manca perché parlando con la gente ci si rende conto di quanti strumenti sarebbero necessari per meglio far comprende come da un piccolo filo (di origine animale o vegetale poco importa) si arrivi all’uomo/donna e al suo ruolo nella società. Ancora una volta mi scopro a non interessarmi davvero al concetto dell’artigianato, ma dell’antropologia che ci sta dietro a un oggetto e a vederlo come un ingranaggio di un meccanismo ben più complesso; ancora una volta confermo che non amo la ricostruzione precisa e da modellino, ma la personalizzazione che tira fuori l’essere umano dietro a un sapere, una moda, una manualità.

Ancora una volta scopro che la didattica mi rilassa, mi stimola, mi mette in dubbio e mi fa capire che non mi sentirò mai arrivata, nella continua ricerca di comprendere quello che forse non sarai mai comprensibile: il Passato.

Il Festival del Medioevo è stata un’occasione d’oro per vedere come il mio gruppo sia non solo cresciuto, ma forte e sulla buona strada; per rivedere gli amici (vedere alla voce Enzo Valentini tanto per dirne una) o conoscere di persona i contatti di fb; per stringere legami professionali spero proficui per il futuro; ma soprattutto è stata l’esperienza giusta per comprendere che in Italia si può fare Cultura e Divulgazione aperta a tutti e che parlare di Medioevo è più stimolante di quanto si possa pensare.

Grazie…dove devo firmare per venire alla seconda edizione?

io...per una volta rilassata anche se stanca

io…per una volta rilassata anche se stanca

Bardi: un giorno da medievale. Tanta didattica a ritmo continuo

Dopo qualche giorno dall’evento, posso dire che ne siamo usciti splendidamente vivi.
L’evento di Bardi è stato impegnativo, stimolante e faticoso. Mentre a giugno eravamo relativamente in pochi (solo la Mansio Templi Parmensis e pochi amici di altri gruppi) e poco si poteva allestire, ma splendidamente abbiamo fatto tutto, questa volta eravamo in tanti, più gruppi (Grifoni Rantolanti, Militia Sancti Micheli, Civitas Zumellarum, La Compagnia della Rosa) e poche teste pensanti (non che le altre non lo siano, ma i coordinatori devono essere per forza pochi se no è il caos).
Ricostruire l’interno di un castello medievale è il sogno di moltissimi rievocatori del periodo non solo perché con l’età la voglia di stare alle intemperie scema, ma anche perché un castello ti permette di fare e ricostruire cose e situazioni che non sono fattibili in campo.
Prima di tutto le botteghe, le stanze, la cucina attrezzata; poi i vari amministratori, ufficiali, mercanti o semplici uomini e donne. Ti si apre un mondo di possibilità che sarebbe veramente bello poter cogliere al balzo, e mentre noi rievocatori siamo pronti e desiderosi, ci chiediamo se lo siano anche i veri amministratori di questo nostro patrimonio artistico così ampio.
Come sapete il mio pallino è la divulgazione, soprattutto in ottica diversa, moderna, fruibile, ma storicamente corretta e questo evento è stato davvero questo. Non mi lodo e non mi imbrodo, come si suol dire, ma lo abbiamo visto nell’affluenza (considerando che c’era da pagare un biglietto d’ingresso); dalle persone che si sono fermate a vedere, a chiedere, a curiosare; dai bambini che al massimo sbuffavano per andare a vedere altre cose nel castello oppure che tornavano anche da me per farsi insegnare qualcosa, per imparare; dalle mamme che chiedevano chi siamo, cosa facevamo e che, sì!, ci avrebbero fatto pubblicità anche nelle scuole. Quando sei in rievocazione hai un pubblico vario e molto spesso svagato, ma a Bardi c’è stato qualcosa che ci ha stupiti e stimolati tutti.
Ognuno di noi aveva la sua stanza che condivideva con un compagno di lavoro in modo che non fosse da solo e in caso di bisogno, o di turno cibo, la stanza non venisse abbandonata. Io per la seconda volta ho potuto allestire un’ipotetica bottega da sartoria. Al di là che per tutta una serie di cose non abbiamo ancora gli arredi storicamente corretti (ma incrociate le dita perché se le amministrazioni capiscono…) e quindi abbiamo fatto quello che si poteva con quel che si aveva; al di là che la nostra filosofia non sia quella di fare un modellino ma di cercare di personalizzare nei limiti dei possibili per rifar rivivere non il personaggio medio medievale, devo dire che la stanza faceva il suo effetto di verosimiglianza.
Ecco quindi la bottega della moglie di un sarto in ascesa economica.
Vestiti sparsi, oggetti, stoffe su panche, appese ai muri, sui tavoli per far vedere al compratore tutto quello che può offrire.
Essere pronta a qualsiasi richiesta
o semplicemente dedicarsi a progetti e lavori che poi arricchiranno le case dei nobili.
Ricostruire questo ipotetico personaggio mi ha permesso di poter spiegare in modo più ampio, tridimensionale la vita che girava attorno a un semplice abito: la lavorazione delle stoffe, la tintura, il significato dei colori, l’importanza del racconto che si ricama, del lavoro dell’apprendistato e delle donne, della vita dei mercanti (e poi non c’era tempo per parlare delle corporazioni e della politica).
Vedere che negli occhi della gente quella stanza raccontava un mondo vivo, fatto di persone e di fatica e non un semplice compendio di date e di numeri, è stato per me un fatto nuovo.
La didattica “libera” si è svolta tutto il giorno a ritmo continuo lasciando che le persone entrassero ed uscissero dalle stanze incuriositi. Chiacchierare di Storia partendo da un abito e da una semplice domanda permette di seguire il flusso di pensiero della gente che magari la Storia l’ha solo studiata sui libri e nessuno gliela ha fatta amare.
Visita guidata al castello con doppia spiegazione: una guida per il castello e noi tutti per i dettagli di vita quotidiana. La gente era così numerosa che nel pomeriggio abbiamo dovuto separarla in due gruppi.
La cosa difficile è che in 5 minuti bisogna dare loro nozioni e stimolarli a volerne sapere di più.

Vedere che le bambine, quelle stesse bambine che nella loro vita giocano cantano urlano e si fanno belle come le loro compagne, rimangono affascinate dal ricamo (e proprio da me, a cui non mi sarei mai data così credito) e vogliono imparare, capire, vedere, provare anche se hanno paura dell’ago.

Telaio tondo piccolo, non filologico, ma utilissimo per poter far capire meglio alle bambine come si lavora.

 

Vedere i bambini affascinati mentre gli spiego perché sto ricamando un bestiario, che cosa sia un bestiario e vedere che anche loro come i nostri avi hanno gli occhi che si illuminano a pensare che potrebbero incontrare un drago (anzi che un dinosauro è un po’ un drago), che potrebbero andare a caccia dell’unicorno e che la balena è un grosso pesce (anche se sanno benissimo che è un mammifero, anche se i più piccoli non riescono a dire “cetaceo”) e che potrebbe portarli in giro per il mare.

La giornata è stata fisicamente stancante, ma emotivamente e mentalmente stimolante.
Ringrazio tutto il mio gruppo che dopo tanti anni di convivenza ragiona come un sol corpo in cui ognuno di noi è un elemento: funzioniamo insieme, ragioniamo nella stessa direzione, ma ognuno sa cosa deve fare. Abbiamo fatto un ottimo lavoro che è solo la prima pietra, speriamo. Grazie.
Ringrazio tutti gli altri rievocatori, gli Amici che la Storia ha unito, per aver appoggiato il nostro progetto e per averci partecipato con entusiasmo e attenzione.
Grazie al castello con il suo fantasma silente, con la cooperativa Parmigianino e con il comune e i vigili per i permessi (autorizzazioni, permessi transito, palestra) per averci permesso di realizzare un piccolo sogno.
E in fine un grazie ai fotografi Marco Elli, Luca Verzeroli, Roberto Fusconi e Monia Boscolo a cui abbiamo chiesto l’immane compito di documentare tutto quello che facevamo, di vederlo attraverso i loro occhi e di poterlo raccontare a voi anche con le immagini.

Soddisfazioni rievocative

Ci sono tante soddisfazioni nella rievocazioni. Se non ci fossero nessuno si prenderebbe la briga (e di certo il gusto) per vestire scomodo, mangiare strano, fare allenamenti faticosi, ricerche infinite, viaggiare tutti i fine settimana o quasi da aprile a settembre, dormire scomodo e a volte non lavarsi.

La prima soddisfazione è di certo quella della realizzazione dei giochi da bambino: se da piccoli giocavi coi soldatini e sognavi di essere un generale, ora sei tu il soldatino e ti diverti come se fossi il generale.

La seconda è fare qualcosa di particolare che ti permette di conoscere tante persone e di vedere cose interessanti, posti nuovi (visti poi sotto un’ottica particolare).

La terza è puramente snobbistica: il tuo livello di cultura aumenta. La rievocazione ti spinge a leggere molti libri, andare per musei, visitare mostre, scambiarsi informazioni e conoscere conoscere conoscere.

Tutte queste sono assolutamente fra le mie soddisfazioni, ma col tempo ho imparato a trovare grande appagamento spiegando ai bambini ciò che amo.
Malgrado quello che si dice o quello che si pensa, i bambini sono meravigliose spugne curiose e sorprendenti. La loro fantasia gli permette di capire meglio alcune cose, anche se altre gli sono lontanissime. Per loro fortuna vivono una vita comoda e fortunata.

I loro insegnanti a volte invece sono evanescenti… Ed è un vero peccato, perchè le classi stanno con noi massimo due ore, mentre chi deve davvero stimolarli e continuare il discorso che io ho introdotto sono proprio loro.
Dà soddisfazione vederli stupiti quando spiego loro la famiglia di 800 anni fa oppure schifati quando la difficoltà della vita antica gli viene spiegata.
Certo non è tutto rosa e fiori. Qualche classe è muta e svogliata; qualche altra totalmente disinteressata, ma il più delle volte vedo scintille di curiosità e quando permetto loro di farmi domande sento le cose più svariate.

Chiudo con una domanda meravigliosa fattami da un ragazzino qualche mese fa.
Alunno “Mi scusi, ma se io ero il feudatario e mia moglie mi ha dato solo figlie femmine…”
Io “…sì…”
Alunno “…posso ucciderla?”
Io “Ma no! Puoi divorziare al massimo.”
Negli occhi dell’alunno si estende la delusione più assolta.
Okkei che abbiamo capito l’importanza di avere un figlio maschio, ma qui si trascende!