Il duecentesco contro il quattrocentesco si piega ma non si spezza: Mantova Medievale 2013

Anche quest’anno la stagione raggiunge la sua fine, o quasi, con un evento a me molto caro: Mantova Medievale. Come ho potuto dire anche l’anno scorso, o forse no, noi come Mansio Templi Parmensis c’entriamo come i cavoli a merenda, visto che l’evento è fine 1300 inizio 1400, ma con gli organizzatori (il gruppo “Compagnia della Rosa a.d. 1403”) c’è una bella intesa e quindi è bello essere confermati anno dopo anno, perché la stima c’è e l’amicizia pure.
Quest’anno poi orfano di La Barben (saltata per motivi organizzativi), le aspettative erano alte: avevo voglia di fare una bella rievocazione, di potermi godere lo scenario e la compagnia e poi dare durissimo in battaglia!
Mamma smettila di leggere che poi mi picchi! ahahahahah
Perché Mantova Medievale è anche il luogo dei “paparazzi” e a volte ti prendono alla sprovvista e vien fuori la tranquillità di quello che sei a discapito di tutto e tutti.

Alla fine questa battaglia è l’unica che ci mette davvero alla prova e ci costringe a mettere in atto tutto l’allenamento schermistico dell’anno. Perché Mantova e non nelle altre? Ma, forse è il periodo rievocato o forse i rievocatori presenti, comunque sia lì si picchia duro e onesto.

Regola dei quattrocenteschi: picchia e prendine finché non sei stanco.
Regola dei duecenteschi: vai giù dopo un po’ di colpi in base all’armatura che hai.
Beh, bella differenza di mentalità, non credete?
Un quattrocentesco di media è più bardato, ma non è detto; più grosso e più alto; e per loro noi siamo fanti leggeri (rabbia!), ma alla fine anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, incontrandosi ogni anno sullo stesso campo verde, beh ci siamo ben guadagnati il rispetto che abbiamo ricevuto.
Non siamo partiti con l’intenzione di fare i bravi scolaretti e diventare i primi della classe. Ogni volta Mantova ci ha messo di fronte alle nostre difficoltà, ci ha spronato a capire dove migliorare, ci ha aperto nuove possibilità di sperimentazione, ci ha visto applicare tutte le teorie pensate davanti a una birra e provate negli stage. Mantova è il nostro personalissimo laboratorio schermistico.
I capitani e gli stendardi alla presentazione del nemico.

I primi anni, in cui vi ho partecipato, ho avuto serie difficoltà in battaglia sia per la presenza di alcuni esagerati che pensavano seriamente di essere a Battle of the Nation, ma anche per la mia impreparazione, dopo è stato un puro divertimento e a questo giro mi sono guadagnata i gradi. Ho guadagnato il rispetto di tutti quegli omoni piastrati che se le danno e poi ridono e poi vanno a bere una birra insieme. Ho guadagnato i sorrisi, le pacche virili e i gentili apprezzamenti per la mia salute.

Perché a questo giro ho vinto io l’ambulanza dopo la battaglia della domenica e ho rischiato di lasciarci un pezzo di me.
Andiamo con ordine.
Di solito le battaglie sono preordinate: si sa chi vince, o meglio si sa quale schieramento vince. Tu sei lì pronto solo a divertirti e a decidere se devi morire te o l’altro al di là delle reciproche capacità. Vabbè, a volte ti diverti lo stesso (come appunto a La Barben), a volte fai solo il tuo compitino anche se lo fai bene e ti diverti con quelli del tuo schieramento. Anche qui è stata fino all’anno scorso così, anche se la regola quattrocentesca di prenderne quante ne vuoi, muove un po’ la durata del tutto. Questa volta siamo andati in libera, o meglio, avrebbe dovuto essere pari e patta, ma…ecco…ci siamo fatti prendere dalla foga, dal divertimento, dai fisici che reggevano e dalla voglia di divertirsi. Quindi complice anche mio fratello (che comandava uno dei reparti del nostro schieramento. Per la serie “non c’entriamo niente e cerchiamo di mischiarci nella folla”), siamo andati alla morte: invece che 3 salve di frecce e 3 scontri, siamo arrivati a 5 salve e 7 cariche. Sfiancati, coi polmoni fischianti e i muscoli doloranti vince il nostro schieramento.

Lo scontro dei muri di scudi.
C’è un secondo in cui il tempo si ferma, poi le forze prendono il sopravvento e tutto prende inizio.

Saetta si è dimostrato un pilastro della prima linea, anche se ancora sfugge e gli devo urlare di tornare indietro, ma ha sfiancato un sacco di gente. Mario veloce ha veramente infastidito tutti, correndo da una parte all’altra dello schieramento avversario. Io ho tenuto, come una seconda linea, posizione. Non so come ho fatto ma puntellavo Saetta e lui, che forzava come chissà, rimaneva al suo posto. Brava puntello! Testa bassa e spingere come se non ci fosse un domani. Poi essendo piccola la terza linea poteva picchiare gli altri. Quando c’era bisogno poi picchiavo anche io.

La mia fatica e il dolore per un piede dolorante (a sto giro davvero mi hanno massacrato, ma io ho continuato).
Sembro arrabbiata, ma non è vero. Ero strafelice di come andava, ma sentivo dolore ovunque.

La battaglia del sabato ci vede uscire esaltati e contenti, ma ci sfianca. Alle 23 eravamo già tutti a letto. In 4 non si può chiedere di più: sveglia presto, montaggio campo e battaglia epica.

E’ bello andare a letto con la consapevolezza che te lo sei meritato e che la stanchezza vedrà il coma del sonno beato.
La domenica vede l’alzata presto per le riprese rai, ma poi tanto riposo. Poco da fare, clima meraviglioso e riposo per la seconda battaglia. Ci raggiunge il resto del gruppo: da 4 passiamo a 16 e il divertimento aumenta. Anche gli altri gruppi vengono raggiunti dai ritardatari e le fila degli accampamenti si ingrossano.

Il nostro schieramento. Le araldiche diventano fondamentali nella mischia.
Bisogna che le impari meglio la prossima volta.

Questa volta sappiamo che è in libera, anche se ci hanno detto che sarà pari e patta. Ci prepariamo, ma anche loro sono pronti e lo sentiamo tutti.
Fanno una tecnica geniale: impattano, tengono il muro di scudi e poi d’improvviso cedono e noi ci sfaldiamo e ci picchiano. Così un paio di volte, ma oramai lo abbiamo capito e siamo pronti. Di fronte a me, o meglio a Saetta, ci sono un paio di giganti. Per me sono tutti alti, e non mi preoccupo. Ripeto gli ordini, mi guardo attorno e a tempo debito puntello. Tengo. Resisto e poi un fortissimo SDENG! in testa. Vedo nero. Un passo indietro, in mezzo alla mischia, è questione di un paio di secondi. Il naso non sanguina anche se sente la botta. Decido di continuare a combattere. Questa volta non cedo. Non voglio. Non lo permetto.

Altri scontri e poi vengo atterrata. Vabbè, ho dato tutto quello che potevo.
Tolgo l’elmo e vedo il sangue. Con la mano controllo il naso ed è solo un graffio. Per precauzione non faccio il morto sdraiato, ma il moribondo seduto. Mi godo la scena finale a pochi passi da me.
Il capitano dello schieramento avversario si avvicina al nostro, Giorgio degli Squarzacoje, e gli intima la resa. Il nostro gli rende gli onori e l’avversario lo alza e gli rende gli onori. Emozione. Da groppo in gola.
Ecco il momento della resa. Emozione.
A destra mi si intravede, mentre cerco di riprendere fiato.

“Si alzino i morti!” La battaglia è finita. Sono ancora un po’ rintronata, ma credo che sia normale. Un armigero mi guarda e si spaventa: “Ti aiuto ad alzarti, seri ferita”. “Ma no è solo un graffio.” E mi aiuta ad alzarmi, penso che sia solo galanteria, non penso ad altro. Mi aiuta a trovare i miei e mio fratello mi guarda e mi dice “E’ storto.” Il naso. Ora ho capito che qualcosa non è come al solito. Chiamano i paramedici e mi visitano. L’adrenalina inizia a scendere, inizia il dolore, ma non vedendomi non capisco, però va tutto bene e tempo mezz’ora torno al campo con il ghiaccio sul naso. Tutti, fra i campi, preoccupati chiedono. Io rido ” Se non volevo farmi male, stavo a ricamare al campo!” E giù tutti a condividere. Faccio parte del gruppo. L’adrenalina scende ancora e non riesco a dare una mano a smontare il campo come vorrei e inizio a subire il vento freddo (ma solo io lo sento così?) che si è alzato dal lago. Forse è peggio di quello che pensassi, ma che importa mi sono divertita.

La visita medica del martedì conferma quello che vedevo allo specchio: ho storto l’osso nasale, non rotto. Il naso è gonfio e dolorante, ma passerà; la stortura non si sa. Pazienza. Si vede che non basta un quattrocentesco per rompermi davvero.
Ho vinto la mia Mantova Medievale e ho fatto il salto di qualità. Mi è andata bene, ma se ci penso la cosa mi galvanizza e basta. Penserete che io sia folle, ma credo di aver capito ancora di più qualcosa di me e questo mi rende fiera di me. Il resto non conta. Il resto si aggiusta, a Dio piacendo.
Annunci

L’ arciere questo sconosciuto

Prima di leggere guardatevi questo filmato. E’ un po’ lungo, ma capirete meglio la riflessione.

Il video, oltre a esser fatto con molta perizia e con tecnologia avanzata (qualità ottima che sarebbe bello avere per riprendere tutte le rievocazioni), è utile per comprendere una cosa che in gara mi sono persa: cosa passa per la mente all’arciere.

Invero non ho una risposta e sinceramente non ho intenzione di chiederla a loro, ma quello che mi ha stupito è quel momento di concentrazione che ognuno di loro deve prendere prima di tirare.
La posa, la gamba, essere mancini o meno, vestiti in un modo o nell’altro sono accessori.
Se non hai la mente il bersaglio non lo vedi o meglio non lo visualizzi, perché esso è primariamente dentro di te, poi se non lo prendi i fattori possono essere anche esterni a te.

E allora rifletto su quante differenze ci sono e ci sono state fra arcieri e fanti, fra fanti e cavalieri.
Sì, parlo proprio delle battaglie medievali (perché quelle mi interessano, lo sapete).

L’attenzione al proprio strumento è simile.
L’arciere doveva curare arco, corda e frecce non solo da danni improvvisi (un tiro di catapulta che ti spatascia potrebbe rientrare in questo ambito), ma soprattutto da quelli atmosferici: vento, pioggia, freddo e caldo. Ognuna di queste cose modificano il proprio mestiere.
Anche il fante lo fa e soprattutto il cavaliere che vede nel proprio armamento non solo il proprio status, ma la propria ragion d’essere e di vivere: l’armatura oliata e ben tenuta, le armi a posto sono possibilità di vittoria e di sopravvivenza.

Poi c’è l’inquadramento.
Ognuno di questi soldati ha un suo posto, un suo momento e ordini ben precisi da seguire.
Gli eroi valgono, ma fino a un certo punto e non è sempre una cosa positiva.

Quello che cambia è la mentalità.
Il cavaliere è un individuo; un essere che si ritiene superiore per status e per nascita: una macchina da guerra tirata su da bambino; un tutt’uno con un animale imprevedibile e maestoso come il cavallo; un uomo che deve dimostrare ogni volta il suo status. E fin tanto che non venne inquadrato in eserciti, tipo quelli monastici militari, questa sua individualità risultò essere un danno piuttosto che un utile. Gli ordini monastici militari hanno sfruttando tutto questo allenamento, diminuendo il potere individuale, creando un mix potenzialmente letale.
Il fante è un componente di un inquadramento. Il suo essere non professionista, a volte costretto, lo porta per forza a fare affidamento sul fante che gli sta a fianco. Si deve creare un legame che porta a sopportare le stesse difficoltà nello stesso momento, perché nel momento della battaglia, nello scontro diretto e frontale col nemico, ognuno di loro deve sapere che spalla tocca la propria.
L’arciere è solo con il proprio bersaglio. Raramente deve dimostrare il proprio status e tranne momenti di enorme difficoltà, in cui l’arco viene sostituito da altre armi, egli non può far altro che contare sulla propria concentrazione e sul proprio braccio. Sembra facile detto cosi…

Se ci mettiamo nei panni di queste tre figure di soldato, ci si rende conto che il momento prima dell’inizio della battaglia, il silenzio del campo non viene rotto dai pensieri che frullano nella mente di ognuno, ma viene scandagliato dagli sguardi, perché ognuno di loro sa:
di dover far affidamento sul proprio allenamento;
di poter far affidamento sulle proprie armi;
e infine sperare di poter far affidamento sul proprio vicino.

Fare rievocazione permette davvero di capire tutto ciò?
Forse.

Anzi no.

Puoi avere solo l’adrenalina che il fisico produce per lo sforzo fisico.
Se fai affidamento in formazione, come fante, al tuo vicino è perché speri di divertirti il più possibile in battaglia e, se è un amico, di poter ridere con lui delle vostre reciproche azioni.
Se sei un arciere non andrai mai a bersaglio umano per paura di far male.
Al rievocatore per fortuna manca quel senso di … vuoto … paura … annullamento che probabilmente il soldato provava nel momento in cui si lanciavano i dadi della sua vita.

Però provare a ricreare le emozioni del passato sono una delle cose che più mi incuriosisce della mia passione.