Cuscino punto bayeux

Sara vs punto bayeux 1-0

Prima o poi chi si occupa di ricamo storico questo punto lo vuole o deve affrontare, dipende dal periodo storico. Non so se sia una forma di masochismo interno, oppure una sfida, oppure necessità o solo mera curiosità, ma sta di fatto che non è raro pensare di doverlo affrontare e provare e poi vedere se e quando utilizzarlo.

Il punto bayeux è famoso soprattutto per il suo arazzo (che tale in realtà non è, ma comunemente chiamato in questo modo per la grandezza): 68,30 m, diviso in 9 pezze, ricamato in filo di lana, racconta la vittoria e conquista di Guglielmo il Bastardo (non ancora il Conquistatore) del regno di Inghilterra. Vuole la storia che sia stata la moglie e regina Matilde a farlo realizzare per raccontare le vicende del marito. Un’opera manifatturiera unica nel suo genere per l’attenzione per i particolari da renderla una fonte primaria per la ricostruzione di quel periodo; un favoloso mezzo di propaganda; la dimostrazione della maestria delle donne anglosassoni. L’arazzo ha un suo museo ed è stato dichiarato patrimonio dell’UNESCO. In questo link qualche dritta per poterlo studiare e conoscere meglio.

Torniamo a me. Come mio solito giro attorno alle cose finché non scatta la molla per provare o per capire come si fa una cosa e a questo giro è stato trovare un libro di mia mamma con tutte le spiegazioni dei punti da ricamo. Un libro intitolato “250 punti di ricamo” che era un inserto di Marie Claire, spiega con foto e con descrizioni semplici e chiare come si devono eseguire tutti i più diversi ricami del mondo (o quasi, non so, non ho controllato). Il punto in questione si compone di tre passaggi:

1. riempire in un verso tutto il disegno prescelto.

2. tirare delle linee rette perpendicolari al riempimento scelto. Queste linee saranno quelle che daranno il vero movimento della luce sul disegno.

3. fermare le linee rette con punti posizionati a distanze prestabilite e standard, sfalsandoli fra le righe dispari e pari.

Un lavoraccio o meglio un lungo lavoro che impone molta pazienza e attenzione, ma soprattutto pazienza. Esiste sicuramente un paradiso specifico per le ricamatrici del punto bayeux, a fianco del paradiso delle sarte dei lanzichenecchi (poi vi spiegherò anche questo, spero, se mi fanno delle foto a breve).

Come al solito parto inconsapevole di cosa ne farò del mio ricamo, ma in questo caso l’inconsapevolezza era legata al fatto che poteva anche diventare un vero schifo e ci stava anche, visto che era un imparaticcio. Se sono qui a scrivere un post è perché, con mia totale sorpresa, il ricamo è venuto molto bene e quindi si è dovuto pensare in corso d’opera cosa farlo diventare.

Primo passaggio: scegliere il soggetto. Gironzolo un po’ nei miei album di foto e di reperti tessili per trovare qualcosa di stimolante e mi trovo a prendere due falchi tessuti su tela insieme a una sequenza di leoni. Estrapolati i falchi dal loro contesto, ricamo il contorno (io parto sempre da quello, non so se sia corretto, ma mi sembra rassicurante capire cosa riempire, un po’ come quando da bambina coloravo con le matite e pennarelli) con un piccolissimo punto catenella. Poi si passa al riempimento, anche se prima va visualizzato nella mente il diverso modo di riempire ogni particolare in modo da rendere il disegno più vivo e meno piatto. Credo che lo scopo di questo punto sia proprio la possibilità di giocare con la luce e quindi enfatizzare i particolari. Con molta calma si accingo al riempimento, chiedendomi come abbiano fatto le donne a ricamare dettagli minuscoli rendendo il lavoro chiaro e pulito (mi piacerebbe vedere il dietro dell’arazzo, perché di solito è il dietro che fa capire la professionalità e manualità della ricamatrice), ma soprattutto “perché”. Sarà una domanda che mi tormenterà per tutto il lavoro. 🙂

l'inizio

l’inizio

Una volta finiti i due falchi, ricamati con filo da ricamo in cotone, mi stupisco della chiarezza con cui sono venuti e mi rendo conto che è un vero peccato che rimangano così, spersi su un pezzo di tela leggera, abbandonati al nulla. Non si può e quindi rompendo le scatole a un mio amico rievocatore mi faccio dare le dritte per poterlo rendere pieno e con un senso (al di là della chiacchierata piccioni-falchi-pappagalli e il medioevo). Nasce così un nuovo e molto bello cuscino ricamato.

PicMonkey Collage passaggi

i tre passaggi del ricamo: riempimento, linee perpendicolari, punti a blocco delle linee

Ho aggiunto un nastro che non solo circonda i due falchi, ma crea anche quattro piccoli cerchi ai lati del primo più grande. Il nastro è stato colorato con filo di lana color oro e ho usato il punto catenella; mentre i quattro cerchi ai lati sono stati riempiti con filo di lana color acqua marina (è un verde con sfumature azzurre) e ho usato il punto bayeux.

il contorno

il contorno

A questo punto dovevo pensare come riempire lo sfondo dei falchi e ho optato ancora per il punto bayeux, con movimento opposto a quello dei quattro cerchi più piccoli e sempre usando filo di lana acqua marina. E’ stato lavorando in ampio che ho capito la difficoltà del punto e anche la sua vera peculiarità: in piccolo rende bene e rimane compatto, mentre in ampio rischia di lasciare dei buchi se non si riempe bene e fitto il lavoro. Credo davvero che il punto valga per le miniature.

sfondo e falco

sfondo e falco

Il lavoro è stato assemblato con una tela di cotone tramata di color bordeaux, riempito con ovatta, creando un cuscino di grande effetto (ma di dimensioni contenute 22 x 22 cm) e molto particolare. Un altro oggetto di ricostruzione si è ora unito al mio bagaglio di didattica sulla tessitura, ricamo e sartoria e devo essere sincera sono molto fiera di me.

verso

verso

retro

retro

In fondo all’articolo ci sta un vero ringraziamento a Silvio Luciani per la pazienza nell’avermi sopportato mentre cercavo di dare un senso a questo oggetto che non è la riproduzione di un reperto particolare, ma la costruzione di qualcosa di possibile e storicamente accettabile: grazie per le fonti che mi ha passato, per i consigli, per le dritte e per l’incoraggiamento. Ammetto che senza la sua spinta sarebbe rimasto un dubbio nel mio cervello e un progetto non finito.

 

 

Postilla:

Essendo autodidatta, ho sicuramente fatto degli errori nella realizzazione, soprattutto nella comprensione del movimento del punto e come sfruttarlo al meglio e in modo più corretto. Mia intenzione è di continuare ad apprendere meglio questo punto ed usarlo nel modo giusto potendo dare vita anche a vere ricostruzioni di reperti storici. 🙂

Cuscinetto duecentesco: progetto finito

Inizia l’anno e io finalmente porto a termine un progetto e mi sorprendo da sola per come sia venuto bene.
Premetto che non è la riproduzione corretta e precisa di un reperto storico (premessa d’obbligo prima che piovano critiche varie ed eventuali), ma solo la personalizzazione di un reperto. Potrei passare giorni e giorni a difendere e promulgare la personificazione al posto dell’omologazione, ma andremmo fuori tema e perderei il filo del ragionamento.
Torniamo all’oggetto del titolo: in cuscinetto duecentesco.
In questo post del mio blog troverete le spiegazioni di come è nato il progetto e quali sono le sue premesse, mentre nella mia pagina fb potrete trovate tutte le foto che ho fatto (ma molte verranno riproposte qui, quindi non preoccupatevi).
Alla fine della storia, come si suol dire, mi sono data un buon vuoto: 70% di credibilità. Secondo la mia parte più critica sono stata molto buona con me stessa, ma devo dire che vista la partenza abbiamo ben recuperato.
Il voto alto è dovuto sicuramente alla scelta del reperto da copiare.
Gli animali riprodotti sono fedeli a come sembrano in foto, anche se in originale potrebbero aver contenuto molti più elementi di quelli che sono rimasti coi vari restauri.
leopardo, aquila, grifone e due uccelli (forse pavoni o colombi) alla fonte
Ho cercato di mantenere tutti i dettagli visibili e di ragionare su certi particolari per poterli rendere più credibili (per esempio ho cercato di fare anche le unghie al leopardo, ma non tutte perché sembravano esagerate). Mi sono chiesta se fare l’occhio o meno e alla fine ho optato per il no, ma il giro dei fili fa in modo che nella posizione dell’occhio si formi un piccolo vuoto. Mi sono anche chiesta se ci fossero o meno le lingue (il leopardo di solito ce l’ha e il fatto che abbia la bocca aperta mi fa pensare che potesse esserci), ma anche in questo caso, dopo aver guardato più volte il reperto ho optato per lasciare perdere.
La scelta del monocolore blu è, come precedentemente detto, frutto di un fraintendimento iniziale sulla finalità del ricamo, quindi non me la sono sentita di cambiare in corso d’opera. Nel reperto originale pare che ci fosse del filo d’argento (come detto dalla dottoressa Davanzo Poli): o tutto pieno oppure solo nell’interno di alcuni animali contornati poi di blu.
originale.
Notate come in contrapposizione due animali siano sempre contornati di blu mentre gli altri due no.

Non avendo mai ricamato col filo d’argento (e mi chiedo se quello che si trova in merceria insieme al suo compagno d’oro possa andare bene) non saprei nemmeno come sarebbe stata la resa.
I materiali senza ombra di dubbio non sono quelli adatti per la ricostruzione, visto che la tela non è di lino come nel reperto e dubito che i filati fossero di cotone come i miei. Ipotizzo che potessero essere lino o seta, visto che l’immagine riprodotta mi fa pensare a un oggetto di lusso o simbolico.
Anche le dimensioni sono diverse dall’originale.
L’interno poi non è di piume, ma di ovatta di cotone.
Perché queste precisazioni? Perché riprodurre un esatto e particolare reperto prevede tutta una serie di elementi che debbono essere rispettati: materiali, dimensioni e punti usati. Questo è il “protocollo” per la ricostruzione di un preciso oggetto. Io ho riprodotto un oggetto che possibilmente potrebbe essere stato confezionato in quel periodo.
I punti usati sono quelli segnalati: punto croce e punto catenella.
I materiali sono quelli possibili all’epoca: cotone e lino.
La grafica, per quanto non in scala e coi difetti del restauro, è quella che appare in foto.
Ecco perché vi dico che mi ritengo soddisfatta del lavoro. Lavoro che è potuto venire alla luce grazie alla pazienza e bravura di mia mamma che me lo ha confezionato e nel frattempo riempito con l’ovatta. Senza di lei sarebbe rimasto un quadretto o diventato un pessimo cuscino.
Punti usati: punto catenella e punto croce.
Anche qui ho fatto una personalizzazione: visto che il punto croce è la mia “croce” appunto e che non ho mai ricamato con esso senza la tela aida e contando i fili ho preferito fare il contorno con il punto catenella e riempirlo con il punto croce. L’effetto è buono, non so se questa cosa si possa usare, ma se mai imparerò a ricamare contando i fili vedremo di rifarci.
La confezione ha previsto l’ultimo sforzo di precisione da parte mia, soprattutto per dover rimediare al fatto che la tela fosse storta e tagliata un po’ così (lezione imparata: non ha senso risparmiare un cm di stoffa da ricamare, che tanto la trovi a 2 euro all’ikea, per poi inveire dopo quando bisogna sistemare il tutto).
siete pregati di non fare commenti sul disordine, ci tenta da una vita mia mamma a farmi ordinata,
ma si vede che non mi ha dato il gene.
Tutto alla fine ha pagato le ore di ricamo, i promemoria per i progetti futuri, i ragionamenti sul “cosa si fa e cosa no” e sono davvero soddisfatta del risultato.
Ora aspetto solo l’occasione giusta per poterlo usare al meglio, anche se, come molti ricami fatti fino ad adesso, mi servirà di certo per fare la didattica sull’araldica e sui bestiari, perché gli oggetti storici si leggono sempre sotto varie lenti di ingrandimento.

Con l’autunno riprendono i lavori e le ricostruzioni.

Ammetto di aver latitato questo mio bel blog per metabolizzare la fine della stagione rievocativa. Eheheheheh, come se ci fosse una fine! In realtà si sospendono le uscite, il sabato e la domenica puoi indicativamente dedicarlo a qualcosa d’altro, ma i progetti si sviluppano proprio adesso, la pianificazione del lavoro, rispondere alle domande di tutti i novizi che si vogliono preparare al meglio per il prossimo anno e soprattutto adesso si ricomincia a sperimentare, fare, brigare.
Dal lato fisico la stagione schermistica è cominciata, qualche nuovo, molte conferme. Il lavoro che ci attende è impegnativo, ma stimolante. Mentalmente sono prontissima, fisicamente un po’ meno, ma da questa settimana ci rimettiamo in carreggiata.
Dal lato personale invece mi trovo a dover finire i lavori iniziati nella stagione per far vedere “come si fa”. Quindi finita una passamaneria in cotone (sì, sto cedendo al cotone perché per ora è l’unico sottile che rende la tensione, però non ci capiamo ancora. Preferisco la lana), che mi portavo dietro da un po’, dalla cassa salta fuori il mio telaietto rotondo non filologico con l’abbozzo di un ricamo. E’ da finire. Eppure il solito imparaticcio buttato lì sul tavolo per far vedere non mi soddisfa più di tanto, ma va finito, finché non mi viene l’idea: adattare il mio lavoro all’originale da cui l’ho tratto!
Prima della nostra uscita a Bardi la dottoressa Davanzo Poli aveva condiviso sulla sua bacheca facebook (sì a volte è davvero utile) un reperto datato XIII-XIV secolo
cuscinello del sec.XIII-XIV, tela ricamata

La didascalia che la dottoressa ha messo è questa: tela di lino ricamata con seta rossa a punto incrociato e con argento filato a punto catenella.

Quindi due punti che sono in grado di riprodurre o quasi (il punto croce non è mai stato il mio forte ma si fa quel che si può), eppure quando ho stampato il foglio e ricopiato i quattro animali simbolici non ho pensato che potessi imbarcarmi in una piccola riproduzione di questo bel cuscino.
questa pagina facebook si possono vedere alcune opere di restauro sullo stesso.
dettaglio con i quattro animali.
Mi sono premunita di fotocopia a colori del dettaglio, tavolo luminoso e matita e ho ricopiato il tutto, rendendomi conto che anche in questo cosa la personalizzazione sarebbe venuta fuori. Alla fine i tratti a matita, tranne per i due colombi, era l’esito di una pessima disegnatrice/ricamatrice medievali. Ma sì!
Forse vedendolo dal vivo la resa sarebbe migliore, ma non si può avere tutto subito. Già è stato un gran regalo che la dottoressa Davanzo Poli ce lo facesse conoscere.
Quindi:
la mia non sarà una riproduzione fedele dell’oggetto, ma una copiatura sia per dimensione che per resa.
Non avendo idea che potesse essere un lavoro interessante, sono partita con la solita tela di cotone leggera trovata all’ikea (davvero ottima per ricamare sia per colore naturale, che per tramatura fitta ma regolare, per non parlare della leggerezza ma compattezza) e con il solito filo di cotone in grosse bobine. Quindi il mio sarà un piccolo cuscino con solo un fronte ricamato. Ora devo trovare una tela valida per l’altro fronte e un interno grande giusto, se no lo riempirò di ovatta.
Alla fine sarà un piccolo cuscino con una sola parte ricamata a cui dovrò trovare uno scopo, ma ho tutto l’autunno e l’inverno per pensarci.
i due colombi sono facili e sono venuti bene, ma quel coso tipo grifone è veramente un casino.
Sono convinta che l’originale sia migliore e più definito, ma per ora non so come altro migliorarlo.

Bardi: un giorno da medievale. Tanta didattica a ritmo continuo

Dopo qualche giorno dall’evento, posso dire che ne siamo usciti splendidamente vivi.
L’evento di Bardi è stato impegnativo, stimolante e faticoso. Mentre a giugno eravamo relativamente in pochi (solo la Mansio Templi Parmensis e pochi amici di altri gruppi) e poco si poteva allestire, ma splendidamente abbiamo fatto tutto, questa volta eravamo in tanti, più gruppi (Grifoni Rantolanti, Militia Sancti Micheli, Civitas Zumellarum, La Compagnia della Rosa) e poche teste pensanti (non che le altre non lo siano, ma i coordinatori devono essere per forza pochi se no è il caos).
Ricostruire l’interno di un castello medievale è il sogno di moltissimi rievocatori del periodo non solo perché con l’età la voglia di stare alle intemperie scema, ma anche perché un castello ti permette di fare e ricostruire cose e situazioni che non sono fattibili in campo.
Prima di tutto le botteghe, le stanze, la cucina attrezzata; poi i vari amministratori, ufficiali, mercanti o semplici uomini e donne. Ti si apre un mondo di possibilità che sarebbe veramente bello poter cogliere al balzo, e mentre noi rievocatori siamo pronti e desiderosi, ci chiediamo se lo siano anche i veri amministratori di questo nostro patrimonio artistico così ampio.
Come sapete il mio pallino è la divulgazione, soprattutto in ottica diversa, moderna, fruibile, ma storicamente corretta e questo evento è stato davvero questo. Non mi lodo e non mi imbrodo, come si suol dire, ma lo abbiamo visto nell’affluenza (considerando che c’era da pagare un biglietto d’ingresso); dalle persone che si sono fermate a vedere, a chiedere, a curiosare; dai bambini che al massimo sbuffavano per andare a vedere altre cose nel castello oppure che tornavano anche da me per farsi insegnare qualcosa, per imparare; dalle mamme che chiedevano chi siamo, cosa facevamo e che, sì!, ci avrebbero fatto pubblicità anche nelle scuole. Quando sei in rievocazione hai un pubblico vario e molto spesso svagato, ma a Bardi c’è stato qualcosa che ci ha stupiti e stimolati tutti.
Ognuno di noi aveva la sua stanza che condivideva con un compagno di lavoro in modo che non fosse da solo e in caso di bisogno, o di turno cibo, la stanza non venisse abbandonata. Io per la seconda volta ho potuto allestire un’ipotetica bottega da sartoria. Al di là che per tutta una serie di cose non abbiamo ancora gli arredi storicamente corretti (ma incrociate le dita perché se le amministrazioni capiscono…) e quindi abbiamo fatto quello che si poteva con quel che si aveva; al di là che la nostra filosofia non sia quella di fare un modellino ma di cercare di personalizzare nei limiti dei possibili per rifar rivivere non il personaggio medio medievale, devo dire che la stanza faceva il suo effetto di verosimiglianza.
Ecco quindi la bottega della moglie di un sarto in ascesa economica.
Vestiti sparsi, oggetti, stoffe su panche, appese ai muri, sui tavoli per far vedere al compratore tutto quello che può offrire.
Essere pronta a qualsiasi richiesta
o semplicemente dedicarsi a progetti e lavori che poi arricchiranno le case dei nobili.
Ricostruire questo ipotetico personaggio mi ha permesso di poter spiegare in modo più ampio, tridimensionale la vita che girava attorno a un semplice abito: la lavorazione delle stoffe, la tintura, il significato dei colori, l’importanza del racconto che si ricama, del lavoro dell’apprendistato e delle donne, della vita dei mercanti (e poi non c’era tempo per parlare delle corporazioni e della politica).
Vedere che negli occhi della gente quella stanza raccontava un mondo vivo, fatto di persone e di fatica e non un semplice compendio di date e di numeri, è stato per me un fatto nuovo.
La didattica “libera” si è svolta tutto il giorno a ritmo continuo lasciando che le persone entrassero ed uscissero dalle stanze incuriositi. Chiacchierare di Storia partendo da un abito e da una semplice domanda permette di seguire il flusso di pensiero della gente che magari la Storia l’ha solo studiata sui libri e nessuno gliela ha fatta amare.
Visita guidata al castello con doppia spiegazione: una guida per il castello e noi tutti per i dettagli di vita quotidiana. La gente era così numerosa che nel pomeriggio abbiamo dovuto separarla in due gruppi.
La cosa difficile è che in 5 minuti bisogna dare loro nozioni e stimolarli a volerne sapere di più.

Vedere che le bambine, quelle stesse bambine che nella loro vita giocano cantano urlano e si fanno belle come le loro compagne, rimangono affascinate dal ricamo (e proprio da me, a cui non mi sarei mai data così credito) e vogliono imparare, capire, vedere, provare anche se hanno paura dell’ago.

Telaio tondo piccolo, non filologico, ma utilissimo per poter far capire meglio alle bambine come si lavora.

 

Vedere i bambini affascinati mentre gli spiego perché sto ricamando un bestiario, che cosa sia un bestiario e vedere che anche loro come i nostri avi hanno gli occhi che si illuminano a pensare che potrebbero incontrare un drago (anzi che un dinosauro è un po’ un drago), che potrebbero andare a caccia dell’unicorno e che la balena è un grosso pesce (anche se sanno benissimo che è un mammifero, anche se i più piccoli non riescono a dire “cetaceo”) e che potrebbe portarli in giro per il mare.

La giornata è stata fisicamente stancante, ma emotivamente e mentalmente stimolante.
Ringrazio tutto il mio gruppo che dopo tanti anni di convivenza ragiona come un sol corpo in cui ognuno di noi è un elemento: funzioniamo insieme, ragioniamo nella stessa direzione, ma ognuno sa cosa deve fare. Abbiamo fatto un ottimo lavoro che è solo la prima pietra, speriamo. Grazie.
Ringrazio tutti gli altri rievocatori, gli Amici che la Storia ha unito, per aver appoggiato il nostro progetto e per averci partecipato con entusiasmo e attenzione.
Grazie al castello con il suo fantasma silente, con la cooperativa Parmigianino e con il comune e i vigili per i permessi (autorizzazioni, permessi transito, palestra) per averci permesso di realizzare un piccolo sogno.
E in fine un grazie ai fotografi Marco Elli, Luca Verzeroli, Roberto Fusconi e Monia Boscolo a cui abbiamo chiesto l’immane compito di documentare tutto quello che facevamo, di vederlo attraverso i loro occhi e di poterlo raccontare a voi anche con le immagini.

Ricostruire un abito storico. Pantaloni per turcopolo

Non sono qui a insegnare niente a nessuno, ma semplicemente a raccontare la mia crescita come rievocatrice.
Undici anni fa non mi sarei posta tanti problemi: avrei preso della stoffa, l’avrei fatta tagliare e poi avrei fatto un abito che poteva essere medievale.
Ma fare il rievocatore, serio soprattutto, è altro ragionamento.
E’ cercare la stoffa giusta, non solo per genere, ma anche per colore e tramatura.
E’ andare in giro per negozi fino allo sfinimento.
A volte è anche perdere la pazienza con se stessi, perché ci si rende conto che si è pignoli, che a volte anche odiosi.
Poi si deve tagliare nel modo giusto e non come è possibile: esiste il concetto del risparmio della stoffa, ma non in ottica a te contemporanea, ma del periodo che hai scelto.
A volte si decide anche che bisogna (sottolineo “bisogna”) tagliare la pezza con la metratura di allora e poi ricavarne i pezzi da assemblare.
Per arrivare a questo livello un rievocatore fa e vuole fare certi passaggi, i quali a volte portano alla follia.
Qualcuno si ferma prima ed è contento lo stesso, qualcuno va avanti e diventa un po’ più talebano: cucire tutto a mano, magari anche alla luce delle candele; tessere la stoffa con riproduzioni di telai dell’epoca e poi comporre il vestito. Cose così.
Il mio livello di ricostruttore storico (con mamma al seguito perché è lei che taglia e cuce) è medio alto. Non intendo come qualità, visto che quella non la voglio giudicare io, ma come voglia di essere precisa. L’ultimo mio abito invernale medievale è stato tagliato secondo il metodo del Medievale Tailor’ assistant (da questo link scaricate direttamente il manuale) e ciò ha fatto impazzire mia mamma (oltre al fatto che lo ha fatto in mia assenza), ma con risultati ottimi. Mi sono totalmente bulleggiata ad Armi&Bagagli 2013 che potevo sembrare un po’ arrogante, ma cadeva giusto ed ero soddisfatta.
Il prossimo fine settimana poi farò un corso apposta di cucito medievale e vedremo cosa riuscirò ad imparare.
Nel frattempo imparo nuove cose sul ricamo e qui ritorniamo all’argomento di partenza, perché ricamare così, imparare i punti, fare due disegni ha sì un suo valore, ma impari di più se devi ragionare su una fonte o su un disegno per ricostruire un abito.
E qui caschiamo in due, io e Mario, amico da anni con cui abbiamo condiviso anni di rievocazione nello stesso gruppo e ora collaborazione ed amicizia.
Il suo punto di riferimento è ricostruire un turcopolo.
Con turcopolo si intende la truppa turca o araba in generale al soldo delle truppe crociate in Terra santa. Non ha un valore religioso, perché potevano essere mussulmani come cristiani, ma solo geografico. Franchi per indicare gli europei, turchi per i medio orientali.
Siamo partiti da questa immagine, anche perché io non ne sapevo nulla.
E abbiamo ragionato sui pantaloni visto che quelli erano il suo obiettivo.
A mio parere erano tessuti già così, visto che non è solo un bordo in fondo, ma ci sono alcune righe lavorate a spina di pesce lungo tutta l’altezza della gamba. L’immagine non è un reperto, ma Mario è un rievocatore scrupoloso e quindi è sicuramente quella più leggibile per ora. Vedremo cosa potrò trovare in futuro di fonte primaria.
La mia conoscenza dell’arte del ricamo è ancora agli inizi e quindi non dubito che potrei trovare un punto più adatto e corretto, ma vedendo il lavoro e poi il periodo ho scelto un punto erba e del filo di cotone da mettere in doppio per dare più spessore.
Visto che la pezza da ricamare che mi ha dato Mario era insufficiente per tutto il lavoro pensato all’inizio (bordo orizzontale e strisce verticali), ho pensato di focalizzarmi solo sui bordi inferiori. Ringrazio la Sartoria del Borgo (credo che siano a Riolo Terme) che ha fatto gli abiti di Mario per avermi dato le dimensioni giuste, perché se aspettavo lui potevo fare mille metri…
La parte di progettazione è stata quella più noiosa.
Odiavo tecnica alle medie: avevo sempre tutto il foglio sporco, anche se giusto. La professoressa era rassegnata e a volte mi dava un buon voto per l’impegno. Quindi progettare tutti questi rombi che dovevano essere uguali e precisi è stato un lavoraccio.
Alla fine ero molto fiera di me e anche se i rombi interni li ho fatti a mano libera, lo schema era venuto molto bene. Dico era, perché una volta messo sul tavolo luminoso con sopra la stoffa, essa era talmente spessa che non si vedeva nulla. Ma nulla. Avrei voluto piangere, lo ammetto.
Ripresa dallo sconforto ho dovuto rifare lo schema su tela a mano libera e stare attenta a non sbavare troppo, perché la matita non si cancella bene. Su consiglio della mamma sono andata a cercare la matita da ricamo cancellabile (lei se la ricordava), ma mi hanno guardato con aria dubbiosa. Continuerò la cerca comunque.
Poi è iniziato il lavoro e lì ho imprecato contro la mia leggerezza (mi ero dimenticata del lavoro e dovevo fare tutto in una settimana), ma soprattutto della stoffa: un truscello romagnolo-marchigiano, tela che un tempo si usava per fare le lenzuola pesanti e le tovaglie. Bellissima, forse ho qualcosa in casa di mia nonna, ma assolutamente non ricamabile, se non per delle piccole iniziali.
Quindi dopo aver spezzato un ago all’inizio del lavoro, rischiato di perderne uno per la camera, piegato un altro e finalmente minacciato il terzo (che era quello quasi perso), ho lavorato come una schiava e in una settimana quasi sono riuscita a fare tutto. Lunedì a scherma avevo male alla mano e alla spalla per il ricamare che maneggiare una spada è stata una cosa leggera.
Poi dopo aver spedito il pacchetto sono partita per Palermo e diciamo che me lo sono dimenticata finché non sono tornata in quel di Parma proprio in tempo per l’ultimo giorno di fiera.
E quando ho visto il bordo montato e sistemato, mi sono sentita molto fiera di me.
dettaglio. Non si vede nemmeno che i rombini interni sono uno diverso dall’altro. 
Mario nella sua turcopolaggine a fianco del nostro manichino templare.
Non mi aspettavo una copia del disegno, ma alla fine è molto più vicino di quanto si pensi.
Lui era molto soddisfatto e ciò mi ha fatto piacere.
Adesso continueremo a collaborare per rendere ancora più preciso il vestito, ma diciamo che è un buon inizio.

Scarsella con pavone

Gestendo la pagina facebook di questo blog e il blog stesso mi sono resa conto che devo essere più coordinata. Facebook è un mezzo molto più immediato e sinceramente necessita di pochissimo scritto, ma molte immagini; tutto il contrario è il blog il quale è un diario e quindi ha una comunicazione prettamente verbale e non fotografica. Però…però…qui si perdono i pezzi e gli avanzamenti.
Difatti se sono arrivata a ricamare una balena duecentesca è perché prima c’è stato un pavone che si è trasformato in borsa da donna medievale.
Premetto che non ho fatto la riproduzione di un reperto, ma che ho fatto un po’ di fantasia, ma quello che mi interessava era capire come lavorare in piccolo e in complessità e come trasformare il tutto in un oggetto utile per la rievocazione.
Ho scelto un pavone di origine anglosassone, anche se tirato giù da un libro di ricami di ispirazione irlandese. Premetto che non amo chiamare celtico quello che è alto medievale irlandese perché a mio modesto parere è come se chiamassero me latina romana: anche se ci sono tante cose in comune, di acqua ne è passata sotto i ponti e soprattutto ne è passata di filosofia, visione sociale e religione. Non amo nemmeno parlare di medioevo come un ammasso indistinto di mille anni di storia e di geografia; non amo nemmeno parlare di storia romana confondendo epoca monarchica, repubblica, impero e tardo impero. Questi mischioni li lascio a chi non vuole approfondire e non vuole nemmeno capire.
Perché ho scelto il pavone? Col senno di poi non avrei dovuto, ma mi piaceva e mi piaceva la sfida di doverlo ben colorare e non renderlo monocolore. Riguardando il libro di Pastouerau mi rendo conto della differenza stilistica enorme (il mio forse è un po’ troppo una revisione moderna), ma soprattutto il suo significato.
Procediamo con ordine.
foto riassuntiva del lavoro
dalla scelta dei colori e delle matassine, al procedimento del ricamo, qualche dettaglio dei punti.
La cosa difficile è stato il continuo cambio di colore e addirittura con un colore dovevo fare un piccolissimo pezzo, ma almeno mi è servito come scuola di ricamo e di pazienza.
Ma torniamo al nostro pavone e al suo significato, tenendo come riferimento sempre “Bestiari Medievali” di M.Pastoureau.
I medievali riconoscono al volatile bellezza estetica, ma sono orripilati dal suo verso e dal suo modo di fare e per questo motivo lo paragonano all’uomo orgoglioso che gira a testa alta, ma che “si riempie di vergogna quando si accorga che cammina nel fango dei suoi peccati”.
Anche questi animali sono considerati poco proliferi per colpa del maschio che troppo vanesio non attrae le femmine e poi troppo egocentrico le disturbano durante la cova, rompendo le uova.
Viene portato anche nelle mense, ma più come ornamento che come cibo, perché si ritiene la sua carne dura e puzzolente.
Per ora poco da dire sull’animale, ma sul ricamo dico che sono soddisfatta di me, ma che avrei potuto fare questo tipo di pavone tratto dal manoscritto ms Ashmole 1511 nel foglio 72, che potete vedere in questa pagina.

manichini uomo donna medievali
presso il mercato dell’ 8 dicembre 2012 in via XXII luglio, Parma
dove la Mansio Templi Parmensis ha allestito un angolo di didattico sul medioevo.

La balena duecentesca

La serie del ricamo si ingrandisce con un pezzo duecentesco e anche di un punto in più da ricamo.
Sotto potrete vedere come la follia del rievocatore possa avere la meglio su qualunque neurone possa egli/ella possedere. E purtroppo credo che questo sia solo l’inizio.
Una balena ricamata a punto erba per i contorni e a punto catenella per il riempimento.

La parte più difficile è poter rendere a ricamo ciò che è stato dipinto, difatti, a mio parere, per quanto la resa sia buona, le differenze ci sono: rendere il tratto sfumato mi è stato possibile solo nella testa e nella pancia mentre sarebbe stato più complicato nelle squame; qualche tratto nero è stato perso (rendendo la balena più “giovane”); il colore non era proprio identico soprattutto per i pesci che ho fatto di due sfumature di ocra, completamente differenti dall’originale (erano un colore mischiato fra ocra, rosso e verde).
Ecco il risultato:

Sì è una balena. No non è un pesce normale, ma grande. Sì credetemi è una balena.
L’originale è tratto dal manoscritto Harley 4571, conservato a Londra, ma che potete trovare le altre immagini in questo sito, ma che io ho potuto trarre dal libro meraviglioso “Bestiari medievali” di M. Pastoureau.
Leggendo l’articolo a lei dedicato nel libro, si capisce che la biologia marina per i medievali era un po’ approssimativa: grosso pesce, meraviglioso, che si mangia pesci piccoli, che dorme tanto che sul dorso che spunta dalle acque cresce erba; spesso viene scambiata per un’isola. 
La balena è un animale mitico, sconvolgente e di certo prima che arrivasse Melville con la sua “Balena Bianca” oppure Collodi e Pinocchio, la Bibbia ci aveva narrato la storia del profeta Giona che visse nello stomaco della stessa vivendoci anche comodo, la narrativa alto medievale di san Brandano che visse sul dorso.
La stupefacenza dell’animale non lo esime dall’avere anche un lato diabolico o negativo: essa è seduttrice. Attraverso il suo alito attira i poveri piccoli e innocenti pesciolini per cibarsene (ovvio che i medievali non sapessero dell’esistenza del plancton e del fatto che la balena non ha denti, ma vabbè). Alla balena poi si associa il Leviatano biblico.
Molto più divertente è leggere che gli scienziati d’allora si domandassero come potessero accoppiarsi, prevedendo semi maschili che viaggiano nel mare per andarsi a mettere “dove deve”, a misteriosi organi preposti a questo; di certo avevano indovinato che le balene sono poco prolifere, partorendo uno o due balenottere. Avevano anche confuso le specie dicendo che il capodoglio fosse il maschio della balena.
La caccia della balena è pericolosa e non si può affrontare da soli.
Il domenicano Vincenzo di Beauvais, nel XIII secolo, racconta le varie fasi sottolineando che è fondamentale per la caccia la musica del tamburo e dei cimbali: sembra infatti che la balena sia sensibile alla musica. Quando sembra sedata il più ardimentoso la infilza con un arpione, ma tutti si devono allontanare perché essa si dibatterà fino allo sfinimento (ora mi sfugge, leggendo, come sia possibile allontanarsi velocemente da una balena ferita, ma tant’è), a quel punto tutti insieme la si uccide.
Prodotti ricavati: olio, grasso, carne, ossa, fanoni, lingua, denti, pelle. Come si sarebbe potuto dire “della balena non si butta via niente”.
Balene particolari.
Cete: maschio della balena. Guillaume le Clerc, nel suo “Bestiaire divin”, lo nomina, diversificandolo dal capodoglio (che quindi viene scalzato di ruolo), ma dice solo che è pericolosissimo, incredibile e malefico.
Serra: tipo di balena, ma ibrida. Mezzo pesce e mezzo uccello, “possiede due grandi ali e sul dorso ha una lunga cresta ornata di aculei che le permette di infilzare le navi, di sollevarle in aria e di trasportarle molto lontano dal luogo dove intendevano andare, per poi, quando è stanca, lasciarle cadere tra le onde. La nave si spezza e i marinai muoiono annegati, senza viatico né sepoltura…” *
Se volete vedere come la immaginavano, ecco una prima immagine e una seconda immagine (un grazie all’amica Momo Girfalco che mi ha aiutato a trovare le foto). 
E questa è la balena.
Spero di aver voglia di fare tanti altri animali per poi poter raccontare la loro storia e condividere con voi tante cose e scoprire come vedessero i nostri avi gli animali.
NOTE:
* “Bestiari Medievali” di M. Pastoureau, Einaudi editore.

Grafica per il blog

Non ho così tanto seguito nel blog (molto di più su fb, ma che volete è più immediato, quotidiano, anche meno ragionato Facebook, quindi ci sta), ma questo non vuol dire che non mi piaccia l’idea di dargli un’immagine anche più glamour. Va bene, non c’entra nulla col medioevo il glamour (anche se sono convinta che non sia così e prima o poi lo capirete) e ancor meno con la rievocazione (ecco qui ho ragione senza dubbi), però un blog può essere anche un po’ artistico.
A volte giro sui blog (quelli che seguo o meno) e vedo delle foto fichissime, artistiche, patinate e un po’ io mi deprimo…
Di certo fotografare spade a una mano, reperti archeologici, fili da lavorare, fatica, sangue e sudore è più difficile che farlo delle proprie esperienze culinarie o manufatti ai ferri, ma poi mi dico: perché no?
E allora via a cercare un programmino per rendere alcune foto un po’ più artistiche.

Così vi presento i miei due ultimi ricami a punto catenella (sto avendo molte soddisfazioni devo ammetterlo).

cavallo celtico
maschera barbuta

Che ne dite?
Io mi sono divertita un sacco a lavorarci su.
Ho usato questo bel programmino, anche se ho avuto qualche problema con google crome per caricare le foto; vi è anche l’opzione modifica per halloween.

Nascono serpenti in estate

Chi mi conosce sa benissimo che io potrei fare tante cose, ma il ricamo non proprio.
Se ritiro fuori i miei sbordacci infantili, dico che si salvano solo i ricami a punto croce fatti alle elementari per la festa della mamma (ah le suore e i lavori manuali!). Andavo bene, ma erano semplici. Quando ho tentato di replicare la manualità di mia mamma (che ricama benissimo. Invidia!) ho scoperto che non stavo attenta e che il dietro era un vero e proprio disastro. Il mio problema era prevedere dove far andare il filo in modo da sprecarne il meno possibile e avere un disegno leggibile sia sul fronte che sul retro.
Così ho smesso.
Accantonato aghi e fili e fatto altro. Poco altro in questo campo devo essere sincera.
Poi sono arrivati gli anni della rievocazione e tante idee da fare, tanti libri da leggere. Dopo 10 anni di rievocazione e tanti libri ancora da leggere, si è arrivati al fare. E sono rimasti i pensieri della vita vera e quindi bisogna che la testa venga in qualche modo distratta.
E quindi imparato una tecnica di tessitura (di cui vado fiera anche se devo imparare tantissimo), ripreso in mano ferri da maglia e uncinetto (anche se solo per poco visto che non ho così tanta affinità. Diciamo che non trovo da fare quello che mi piace. Tranne gli amigurumi e le coperte old style. Ma vi dirò poi.).
Quando poi ti incuriosisci di qualcosa ti viene da girare a cercare immagini e sono capitata su un sito meraviglioso: Othala Craft.
Fanno ricostruzione di abbigliamento vichingo. Sono davvero un mito fra le rievocatrici che bazzicano il filo. Più guardavo le foto e più mi chiedevo come rifare certe cose. No, non passerò nei vichinghi, anche se mi piacciono; sì potrei usare tutto ciò per il fantasy e rendere il tutto ancor più tamarro (adoro unire la Storia col Fantasy, perché da un tocco più credibile, più vivo, più bello). 
Così spinta dai consigli di amiche conosciute via fb nel gruppo “Tramando e Ordendo” (non so per quanti sia visibile…), da cui è nato anche un blog http://tramandordendo.blogspot.it/ , abbiamo valutato che certi ricami fossero fatti con il punto catenella. 
Ora non so da che parte si prenda e ho provato a leggere i libri di mia mamma sul ricamo, ma c’era sempre qualcosa che non scattava nel cervello (pigrizia ovvio, spero, insomma…), poi conoscendo Fata Lù ad Aquileia e guardando due immagini su internet ho detto: “provo”. E ho fatto.
Scaricata l’immagine di un ricamo fatto da Othala.
Comprata stoffa all’ikea (hanno alcuni buoni tessuti a un prezzo accettabile. Io ho trovato del cotone color naturale: 2 metri a 5 euro totali. Un buon affare).
Cercato il cerchio da ricamo nell’antro ordinato di mia mamma, ma sempre antro perché c’è quasi tutto lo scibile del fai da te.
Preso il tavolo luminoso di mio fratello per ricalcare il disegno.
Comprato al mercato filo nero da ricamo.
Aperta una delle mie scatole del “teniamolo/prendilo che prima o poi servirà” e trovati 2 colori per i serpenti.
E poi tanta pazienza.
E tanta tv! Perché il punto catenella soddisfa le mie esigenze da lavoratrice distratta: fare e staccare il cervello, mentre c’è del rumore di sottofondo. Di solito mentre tesso guardo i documentari, qui ho guardato tanti gialli e i cacciatori di fantasmi. Perché faccio così? Perché riesco a spegnere il cervello, a non pensare e quindi a non stressarmi e a trasformare il fare in qualcosa di “terapeutico”.
In giro di 10 giorni sono riuscita a fare questo.

Molti punti sono scappati, non belli, ma più ne facevo e più il lavoro veniva bene e i punti precisi e chiari.
Per chi ha imparato una tecnica solo da 10 giorni, devo dire (con molto autostima che merito e poca modestia per una volta) che sono stata veramente brava. 
Alla fine ero stanca. Lavorare tutti i giorni almeno 4 ore nella giornata mi ha stancato e fatto venire i calli alle falangi (porcaccia la miseria e adesso come faccio? Dovrò fare dei begli impacchi con la crema per ammorbidirle).
Ora devo trovare un altro disegno da montare per Mantova Medievale per questo fine settimana. Fa troppo caldo per le tavolette.
E questo poi significa che andrò a depredare l’antro dei filati di mia mamma, se lei lo permette. Se no alla ricerca di rotoloni a basso costo per mercatini, negozi che svendono o capannoni di tessuti.
Al prossimo disegno.
p.s.: logico che dovrò saperne di più sulla storia del punto catenella. Avete libri da consigliarmi? Libri che tornino indietro di millenni, perché di solito nei libri di storia del ricamo tutto nasce nel Rinascimento, come se prima non ci fosse stato niente e le donne non sapessero ricamare…

Abiti islamici

Chi fa il rievocatore deve spulciare di tutto per poter ricostruire il periodo interessato.
La parte più divertente è quando ti “tocca” andare alle mostre.
Sabato mi è arrivato il catalogo (grazie Commendatario!) della mostra vista il 9 gennaio a Milano. Quante cose meravigliose che posso continuare a vedere! Se non riuscite a vedere la mostra, ma siete interessati al periodo, ordinatelo alla casa editrice Skira.

Fra tutti i reperti quello che voglio farvi vedere (visto che riguarda uno dei due argomenti che dovrebbero guidare questo blog) è un abito femminile dell’Iran orientale della fine del XIII sec-inizio XIV secolo.
La foto non rende l’effetto della leggiadria e del gran lavoro di ricamo che lo adornano.

Stupiscono le lunghissime maniche (credetemi molto lunghe). Come le portavano? Le mani venivano del tutto coperte?
Stupisce anche il buco per la testa che risulta piccolissimo (spiegabile comunque con una stazza logicamente molto più esile e minuta di quella odierna), ma soprattutto decentrato. Vedendolo dal vivo ci siamo chiesti come potessero indossarlo…
Il tessuto è simile alla garza e quindi presuppone l’utilizzo di un primo abito sotto. Di che colore? Scuro per dare maggiore risalto al ricamo? Chiaro per amalgamare il tutto?

Lo stesso ricamo che nella foto risulta nero, ma che in realtà è un marrone molto scuro.
Il punto che viene usato dovrebbe essere il blackwork o almeno gli assomiglia molto. E la cosa non è curiosa perchè mentre in Europa questa tecnica ha il suo massimo splendore nel periodo elisabettiano, in medio oriente era diffusissimo da tempo.

Per chi fosse interessato a saperne di più di questa tecnica vi consiglio questo sito veramente fatto molto bene e pieno di cose interessanti anche per imparare questo ricamo.