Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

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Il mercato degli schiavi ad Aquileia

Facciamo un salto indietro di quasi mille anni o più e raccontiamo un momento di vita quotidiana dell’Antica Roma: il mercato degli schiavi.

La schiavitù nel mondo antico era una forza lavoro a quasi costo gratuito, dico quasi perché anche se non gli si dava uno stipendio comunque bisognava garantire vitto e alloggio.
Le condizioni di vita di uno schiavo variavano dal ruolo che lo stesso ricopriva e anche dalla magnanimità del padrone, ma ricordiamo che mentre lo schiavo che compiva un delitto contro il padrone veniva come minimo marchiato a fuoco e come massimo condannato a morte, il contrario era punito con una pena pecuniaria.
Lo schiavo rientrava per il diritto romano nel novero delle cose, o meglio nel novero delle cose con parola: instrumentum vocale.
Quando lo studiai per l’esame di storia romana mi rimase impresso nel cervello questo termine, perché denota uno spregio totale per la vita umana in quel momento, per la vita umana del singolo.
Sottolineo del singolo perché al contrario di quello che capitava nelle altre civiltà (per quello che ho studiato) nel mondo romano non solo era possibili l’affrancatura, ma anche una volta libero la scalata sociale.
Certo, il nome aveva un valore, la per fortuna per la società romana la meritocrazia (e a volte anche il peso del borsellino) aveva un valore doppio e magari un uomo diventato liberto (cioè ex schiavo, anzi uno schiavo affrancato dal padrone) poteva sperare per i propri figli o anche per i propri nipoti magari anche un posto di rilievo e di potere (se pensiamo al potere che avevano i liberti dell’imperatore Claudio).
 
Partendo da questa premessa, mi permetto di raccontarvi la prova generale messa in scena a “Tempora- Aquileia” che si è svolta nel fine settimana passato.
Fra un caldo afoso (ma l’aria tirava ovunque, tranne nel campo romano. I soliti celti “raccomandati” stavano benissimo! Uffa!) e sabbia sabbia sabbia sabbia (che ho portato a casa a chili), si è svolto un bell’evento di rievocazione romana e celta, un modo per raccontare la storia di una cittadina di provincia che tante ne vide nel correre della Storia.
Col mio gruppo romano Vicus Italicus ci stiamo occupando di rifar vivere la vita civile romana, proponendo non solo tanta didattica e laboratori per i bambini, ma anche momenti di ricostruzione di vita quotidiana cittadina.
Quale miglior cosa se non il mercato degli schiavi?
 
Ammetto che la cosa mi è interessata da quando, lasciandomi alle spalle un gruppo di rievocazione romana e tutti i ricordi, tagliandomi i capelli cortissimi, non mi è stato più possibile interpretare una matrona o una domina romana. Mi direte “metti dei capelli posticci”, ma io rispondo e faccio “meglio far la schiava” e quindi rifaccio abiti e situazioni, mi “vendo” a Caeco (“Fabio è vero che non rompi le scatole?” “Eh???” “Se mi vendo a te.” “Cosa?” “Io mi vendo a te, tu non rompi le scatole così io non sono costretta a farti del male.” “Ci sto:” “Fatta!” Beh è andata più o meno così la mia vendita seduti su una panchina in mezzo al Vicus con gli altri che ridevano) e studio un po’ le cose. Con calma perché comunque il medioevo incalza, la fatica anche, la scherma tanta e la distrazione regna sovrana. 
Occorre la presenza della Cinzia a farmi ricordare che io viaggio su altri ritmi o meglio che lei corre come una centrometrista e io devo prendere la macchina per starle dietro.
 
Per Aquileia non mi dice nulla, ne avevamo parlato del progetto, ma speravo di pianificarlo meglio (sì lo so sono piedi di piombo, ma sono anche una perfezionista), mentre lei mi ha proprio buttato nella mischia e nel giro di due giorni abbiamo pianificato la cosa, fra sabbia caldo e qualche didattica.
E così domenica pomeriggio, dopo aver mobilitato tanti gruppi chiedendo a destra e a manca chi di loro si prestasse a farsi vendere come schiavo o a comprare come padrone, mettendo il microfono in mano a me per una minima didattica e poi a Dario Battaglia per fare il banditore, abbiamo fatto un gran bel mercato degli schiavi.
Mentre io mi imbarazzo a fare didattica con il microfono e taglio la cosa in modo velocissimo, alle mie spalle gli schiavi stanno subendo la prima esamina da parte dei compratori e il banditore sovraintende alla cosa in modo che non vengano rovinati gli schiavi stessi.
dettaglio dei compratori che controllano la merce.
Il banditore spiega ai compratori le caratteristiche degli schiavi e aspetta le loro proposte. Come potete notare abbiamo anche coinvolto persone del pubblico fra i compratori. Un plauso a loro che si sono ben buttati in questa avventura.
Il lanista sceglie gli uomini da allenare e combattere per i ludi gladiatori…
…e a sorpresa compra anche me! Non sa cosa gli aspetta. Non vede la posizione strafottente? Se  pensa di potermi piegare, povero lui!
dettaglio delle schiave: origini e costumi diversi.
dettagli: schiavo numida e madre e figlio schiavi.
Per fortuna il bambino è stato comprato insieme alla madre, ma in antichità non era detto.
Ringraziamo il giovane del pubblico che ha comprato madre e figlio, anzi, come ha detto lui “donna con figlio in allegato”.
Un ringraziamento a tutto il Vicus per il sostegno e la follia, ad Ars Dimicandi per aver partecipato in forze alla cosa, al gruppo V.I.R di rievocazione romana, ai gruppi celti che si sono prestati.
Questo è il primo passo, ho già in mente cose, oggetti, scene che renderanno ancor meglio la cosa.
Grazie al caterpillar Cinzia per aver gestito tutto, ma tranqui ora so cosa devo fare. 

Un immagine mille racconti

Oggi mi sono trovata nella mia bacheca Pinterest questa stupenda immagine e oltre ad averla notata, salvata e cercato di valutarla,  mi è sovvenuta una riflessione così, molto generale (volutamente) e applicabile a tutte le fonti iconografiche.
Come al solito.
Questa è l’immagine:

tratto dal Psalter, Flanders, ca.1250.
Potete trovare un po’ di informazioni e immagini a questa pagina: http://www.guenther-rarebooks.com/en/catalogues_publications/Catalogue_online/Catalogue_10/13_Psalter_Tournai_c1270-80.php

 

Un immagine del genere ha molte soluzioni di lettura e soprattutto molti racconti.
Prima: Utilizzo.
Non è una cosa da poco che la miniatura sia un salterio o su un manoscritto.
Qui si racconta del committente (un anonimo patrono della diocesi di Tournai) che aveva però la conoscenza e la sapienza per richiedere e riconoscere la meraviglia di certe immagini.
Un appassionato di manufatti troverebbe già solo questo aspetto interessante.
Seconda: Supporto.
Pergamena.
Ci parla della preziosità del libro, dell’opera di lavoro che c’è dietro la costruzione dello stesso; la spesa; gli animali usati; quante persone ci lavorano.
Qui più figure di appassionati potrebbero essere interessate: esperto di manufatti, artigiano del libro e forse anche qualche appassionato di storia degli animali.
Terza: Tecnica:
La scelta della pittura, della miniatura, dei colori rivela una perizia e una tecnica particolari che coinvolge la tintura, la costruzione degli inchiostri, l’applicazione di essi e della foglia d’oro, la perizia tecnica del disegno e lo stile dello stesso.
Artisti e artigiani si soffermerebbero a discernere ogni singolo componente, volendo anche ricrearne le tecniche.
Quarto: La scrittura
Anche se per poco quest’immagine rivela il tipo di scrittura in uso all’epoca. Colore, forma, stile rivelano non solo la perizia tecnica, ma anche l’area geografica dell’amanuense e la politica dell’epoca.
Un calligrafico e uno storico della scrittura potrebbero già ricavare da quelle poche lettere molto più di quello che io potrei dire.
Quinto: Araldica
I simboli della gualdrappa del cavallo, con i relativi colori oro e bianco (che da quel che ricordo non dovrebbero stare insieme), potrebbero raccontare una storia tutta loro.
Quinto: Falconeria
Il nostro cavaliere porta sulla mano sinistra guantata un falco.
Un falconiere riuscirebbe facilmente a leggere la specie del volatile e la modalità di addestramento dello stesso (si intravedono i sottili fili che lo tenevano buono).
Sesto: Cavallo
Per quanto un’immagine debba essere sempre guardata con occhio critico e mai presa per oro colato (considerando che non solo la mano del pittore ha un suo valore, ma anche che la pittura non è una fotografia e che a volte vuole dimostrare qualcosa più che raccontare fedelmente quello che vede), forse un appassionato di cavalli potrebbe riconoscere quello che viene cavalcato e potrebbe raccontarci la specie, l’addestramento, la provenienza, magari anche gli incroci che può aver avuto.
E anche come si cavalcava a quel tempo.
Settimo: Vestiti
Uno studioso della moda, un ricostruttore storico vedrebbero negli abiti la scelta del colore, il taglio della stoffa per la confezione degli stessi, l’uso dei singoli indumenti, la comodità o la scomodità (sempre in paragone moderno).
Ottavo: Flora
Anche qui si cammina sul limitare del vero e del simbolico, ma non è detto che da una miniatura non si possa ricavare una specie veramente esistente.
Nono: Anatomia
In questa miniatura è veramente difficile, anche perché per molto tempo non c’era attenzione alla fisicità realistica delle persone (in certi momenti della storia c’è anche una difficoltà a distinguere uomini e donne se si eliminano certi accennati aspetti sessuali), ma in certe sculture greche e romane questo è facilissimo e soprattutto molto meno ideale di quanto si pensi (un giorno vi racconterò dello svelamento fisico degli atleti greci e della loro veridicità anatomica. Un documentario ha cambiato la mia visione dell’arte scultorea greca).
ho scelto il dettaglio del polpaccio, perché anni fa discutendo con cavallerizzi e allenatori sportivi si ragionava proprio sulla grandezza dei polpacci per riconoscere il cavaliere dal fante.
Quindi a una veloce analisi di una fonte, possiamo raccontare un’immagine almeno sotto 9 aspetti, coinvolgendo più tecnici di varie arti (senza contare che a loro volta gli esperti possono coinvolgerne altri).
E questo vale per ogni fonte che un rievocatore si trova davanti, perché alla fine mi sono resa conto che quando entri nel vizioso circolo della rievocazione, puntando alla ricostruzione e alla sperimentazione, non riesci più a guardare quello che ti trovi davanti con un solo occhio: molteplici racconti ti si aprono di fronte se si vogliono ascoltare tutti. A volte si sceglie di seguirne uno solo per comodità o per interesse.

Gemellaggio a 3…con sorpresa!

Come ogni anno verso Novembre o verso Febbraio due gruppi di folli rievocatori si muovono senza tende, armamenti e vestiti storici, ma con tutta la loro contemporaneità e follia per trovarsi.
“Templari sotto spirito”.
“Grifoni alla parmigiana”.
Ovvero Mansio Templi Parmensis e Grifoni Rantolanti in trasferta.
Ci conosciamo credo da quasi 8 anni; prima Quattrocastella, poi la mia appendicite ad Altopascio e non ci siamo più lasciati. Sembra quasi un rapporto amoroso…ahahahahahah!
Beh in un certo senso…
Quattro anni fa, dopo anni di sole rievocazioni, abbiamo deciso che, sì, ci mancavamo reciprocamente e che, sì, per una volta ogni tanto potevamo fare qualcosa di più rilassante e quindi il 14 febbraio abbiamo sancito, con rispettivi regali, in terra Friulana il gemellaggio. Nello stesso anno abbiamo replicato in terra parmigiana in novembre. Poi abbiamo deciso che la crisi ci avrebbe messo in crisi e quindi la rievocazione del gemellaggio si sarebbe compiuto una volta all’anno alternandoci.
Organizzare un gemellaggio non è mica facile e di solito impieghiamo almeno due mesi a decidere la data e a coordinarci tutti quanti, ma alla fine arriva l’ora zero e siamo pronti!
Quest’anno poi è stato strano.
Vengo da un periodo altalenante. Mi rendo conto che fare il rievocatore e tutto quello che comporta (lo studio, la ricostruzione, il confronto, la documentazione, la sperimentazione e gli allenamenti) è quello che più amo fare. Poi mi rendo conto che è una progettazione senza un futuro certo, senza una credibilità sociale, senza speranze mi viene da dire. E allora salgono i pensieri. E i pensieri sono sempre oscuri…
Quando poi decido che tanto quello che amo fare è quello che amo fare e non c’è santo che tenga che riesca a tenermi lontano da tutto ciò, allora mi rimbocco le maniche e spesso sale anche la rabbia.
Quindi il pregemellaggio era foriero di stanchezza e pensieri e dubbi e stanchezza (so che l’ho già detto, ma era un rafforzativo, insomma!).
Poi la bolla è scoppiata e sinceramente i pensieri sono andati a farsi friggere, anzi sono proprio stati presi a pedate!
Primo perché, anche se non c’era la vecchia guardia Grifonica, quando “guelfi” e “ghibellini” (improprio chiamarci così, ma è un bel modo di scherzare fra di noi) si ripigliano scocca la follia. E si ride, ci si prende in giro e si ricordano brutte figure e bei ricordi. Se poi, quando meno te lo aspetti, spuntano dalla porta di casa del Conte Marc il Siniscalco e alcuni dei Blanc Manteaux, allora salgono agli occhi lacrime di felicità.
Tutto ha preso una piega leggera, tranquilla, solare: tutte le emozioni moltiplicate per tre.
Sabato sera a mangiare tortelli, torta fritta & salume!

In una sala affollata di gente normale noi ce ne siamo propriamente infischiati e abbiamo fatto tutto quello che facciamo normalmente in campo: casino. Cantare, ridere, foto, scherzi, “chi è in mezzo” fino a quando ci hanno benevolmente cacciato all’ 1.00 di notte.
Il giorno dopo poi doppia visita a Roccabianca: rocca e November Pork.

E non ci hanno fermato nemmeno i disguidi tecnici. Perché di ogni piccolo e normale ostacolo riusciamo sempre a farci una risata in più.
Ci hanno scaldato chiacchiere e anolini (conquistando friulani alla follia).

E poi quando, dopo un giro veloce della pista, abbiamo riaccompagnato i grifoni alla stazione (in treno??? O_o), senza nemmeno il tempo dei saluti che portano alla tristezza, quelli che ti fanno capire che la bella giornata è finita e tocca archiviarla nei bei ricordi, tutto continua coi francesi.
Premetto che non ho studiato il francese, non so il francese, ma da quando li conosco inizio a capire il francese, ma da qui a passare con loro 5, mio fratello e lo Duca Nostro tutto il pomeriggio della domenica portandoli a far vedere il Battistero (ne sono rimasti entusiasti) e parlare di storia, rievocazione e sperimentazione, beh è stato veramente troppo per il mio povero neurone!

Quello che non ho potuto fotografare è la mia gioia per il fine settimana appena trascorso; per tutti gli stimoli che mi hanno ridato forza per continuare a fare il rievocatore; per tutte le emozioni provate.
Quando sono ritornata a casa con mio fratello continuavo a sorridere e quasi a saltare come una bambina.
Grazie Grifoni Rantolanti per essere gli Amici di sempre.
Grazie ai Blanc Manteaux per essere i Confratelli di sempre.
Grazie agli Amici veri, agli amici conosciuti, ai nipoti ghibellini acquisiti.

Un sorriso vale più di mille parole

Ogni tanto qualcuno mi chiede, dopo che sono tornata da una rievocazione, un resoconto dell’evento. Io faccio fatica a fare una cronaca, perché una rievocazione non è un susseguirsi di cose viste, di dettagli filologici o meno scoperti, di richieste da parte dell’organizzazione, di posti visitati (ecco questo proprio no, visto che raramente abbiamo tempo per fare i turisti, anche se ogni tanto scappa). Soprattutto quando sono 10 anni che vai in giro per Italia e all’estero queste cose non le noti più, sono dettagli noiosi.
Quando vado in rievocazione spesso ritorno in campi che frequento da anni, mi guardo attorno per salutare i vecchi amici, stringerli in abbracci, sapere come stanno; dopo che è un anno che bazzico su fb essa è anche l’occasione per incontrare davvero i tuoi contatti, guardarli negli occhi e vedere delle persone dietro un profilo. Poi ci sono i rapporti diplomatici con gruppi, artigiani, organizzazioni, e queste le fai se sai di cosa parlare e come parlare.
In rievocazione a volte è anche difficile riuscire a uscire dal proprio campo visto la mole di lavoro che devi fare e l’attenzione a che tutto possa andare bene e tutto ciò non si può descrivere, perché non sono un manuale umano per nuovi rievocatori. 
La rievocazione la si deve vivere dall’interno, quando senti la fatica, la puzza, il dolore, l’umido sulla pelle; quando le cose vanno bene e altre le devi rimediare perché vadano bene; quando devi mediare con i caratteri di tutti e anche (a volte soprattutto) col tuo.
A volte torni a casa distrutta, a volte vorresti smettere, a volte sei felice e non vorresti mai smettere e capisci perché hai iniziato e perché vuoi andare avanti.
Di solito queste emozioni le provo quando torniamo da La Barben dopo una bella e conosciuta rievocazione francese dove è bello rincontrare gli amici, picchiare gli amici, ridere ed emozionarti quando tutti insieme (noi, i Blanc Manteaux, i Grifoni e tanti altri) vediamo i nuovi diventare sergenti o i meritevoli diventare cavalieri.
In Italia raramente provo la stessa emozione, forse perché raramente ci sono momenti in cui i rievocatori possono stare fra di loro oppure hanno la possibilità di gestire il proprio tempo e quindi “interpretare” un personaggio.
Brescia è stata così e ce la siamo proprio goduta.
Ma anche l’ultima, appena fatta, cioè Mantova Medievale.
Se non siete potuti venire vi siete persi una gran bella rievocazione!
Il prossimo anno pensateci e non fatevela scappare.
Ma quello che voglio dire non è tanto cosa abbiamo fatto, quanti amici ho rivisto, o quanto stupenderrima era la mia tenda arredata.
Quello che voglio dire è che a volte da una foto traspare quello che siamo e che le persone dovrebbero guardarle bene e capire che i preconcetti (anche in buona fede) sono deleteri. Quello che voglio farvi vedere è chi sono io davvero.
Perché quello che avete letto è solo una parte di me.
Una parte del mio lavoro da rievocatrice. 
Non so perché, ma per ora vi ho mostrato solo la parte che io sto stessa sto imparando, capendo nuove tecniche, antichi mestieri.
Quello che sono è tanto e tutt’altro. E chi mi conosce davvero lo sa.
Non cerca di mettermi in una scatola, in un ruolo, in una figurina. Chi mi conosce non si pone il problema di catalogarmi, perché lo sa che non è possibile e che non lo sopporto (chi lo fa scatena la mia ira. E non è un modo di dire).
A Mantova Medievale, come ci sta capitando da almeno un anno e più, ci sono stati tantissimi fotografi che ci hanno immortalato sia posando che prendendoci nella nostra normalità. Tutti i rievocatori lo sanno e il rumore delle macchine fotografiche si sente, ma dopo poco te ne fai una ragione e te lo dimentichi e sei te stesso.
Quindi il lunedì dopo trovi la vera motivazione per cui si rimane su fb: vedersi in foto!
E scopri quello che vedono di te gli altri e scopri anche cosa comunichi.
Di certo io aspettavo fortemente questa foto, chiesta e ottenuta da Camillo Balossini. Avevo arredato la tenda anche perché lui mi facesse quella foto. Mi serviva una foto seria, elegante e femminile. Mi serviva per quello che sto facendo anche qui sul blog.
foto di Camillo Balossini
Stupenda!
Molto meglio di quanto mi immaginassi. Ha tutto quello che mi aspettavo che si vedesse. Mi fa anche le gambe lunghe! 
Sono rimasta a guardarla per lunghi minuti e non trovavo niente che non fosse a posto, preciso, proprio come la volessi io. Balossini come al solito è riuscito a cogliere tutto il racconto che sta dietro a un personaggio rievocato e lo rende vivo. Qualcuno dirà che è tutto merito del rievocatore, ma io penso che se non è il “lettore” (cioè lo spettatore) che decodifica il nostro lavoro e la nostra passione, nessun altro lo può fare.
Lui lo ha fatto e io ne sono felice.
Se volete vedere le altre sue foto di Mantova Medievale le trovate qui sul suo profilo fb.
Poi più il tempo passava e più foto veniva fuori e le emozioni ritornavano alla memoria (beh non era passato tanto tempo, ma capite sembrava di essere di nuovo lì sul lungo lago). E vedi particolari che ti erano sfuggiti, eventi che avevi perso, situazioni ricreate per dare l’idea di essere tornati nel 1403 (noi c’entriamo come i cavoli a merenda, ma tant’è!). Ridi, ti emozioni e poi ti vedi!
Ti vedi per come sei, per quello che hai vissuto, per quello che in una rievocazione ti ha emozionato davvero. E sei felice a vederti così.
Ripensi alla fatica, alle botte prese in testa, al dolore al polso colpa di una scudata; senti ancora il fiato corto, la milza dolorante, la tachicardia che ti toglie il fiato; la testa che ti scoppia dal gran caldo, il respiro bollente. Ricordi tutto, ogni singolo istante e…sei felice.
Perché non c’è manufatto che io possa fare che possa strapparmi la stessa sensazione di essermi guadagnata il mio posto come stare in seconda linea, dire scemenze con bestioni il doppio di me prima che lo scontro abbia inizio, ma che si comportano come se il sesso non fosse un problema: se sei sul campo di battaglia vuol dire che sei pronta a prenderle e che non scapperai dalla mamma piangendo. 
E io sono pronta. Sono diventata pronta con tutti i lividi che mi sono fatta in allenamento durante l’inverno a scherma, con tutte le botte prese, con tutta la fatica e il voler spostare il limite fisico un po’ più in là.
E allora ho visto che chi sono veramente io a volte viene fuori in tutta la sua verità e spontaneità.
e il suo album fb di Mantova Medievale 
Eccomi dopo una delle più divertenti e oneste battaglie che io abbia mai fatto negli ultimi tempi (ovvio tolta la Barben). Ne ho prese tante, mi ha abbattuto una alabarda sulla crapa che mi ha fatto vedere le stelle, ma non sono mai stata bene come in quel momento. E sì, ridevo di gioia!
Questa sono io: con 12 kg di armatura (solo perché è più corto l’usbergo, ma ne avrò uno corretto!), con il gambeson che puzza come 10 capre, con il fisico da “Sergente Bialetti” (primo soprannome datomi), con tutto il possibile per mascherare che io sia una donna.
Tutto il resto è uno stupendo corollario (che vorrei aumentasse ovvio) di una rievocatrice che ha iniziato a fare rievocazione perché poteva finalmente imparare a combattere con una spada vera e che non vorrà mai smettere di farlo, anzi che vorrà spostare il limite del proprio fisico un po’ più in là e capire davvero quanto cavolo sia faticoso fare il cavaliere!

Diciotto anni e non sentirli!

1 aprile 1994: nasceva da un gruppo di amici appassionati di storia e di storia templare un qualcosa che avrebbe fatto strada.
La Mansio Templi Parmensis è maggiorenne.
Mamma mia!
Che emozione!

Di quei 18 anni 10 li ho trascorsi anche io.

Ricordo benissimo la prima uscita vestita, in modo approssimativo, da sergente con i sandali tecnici nel giardino dell’abazia di Chiaravalle ad Alseno. Mamma mia quanto tempo è cambiato!

Beh sono cambiata un sacco in questi 10 anni.
Mi vesto da femmina, quando non devo essere in armi (perché a quello non voglio rinunciarvi), ma ho un abito creato dopo mille consultazioni e tanti affreschi visti.
Ora è filologicamente corretto, anche se ci ho messo qualcosa di personale.

Quanto siamo cresciuti, appassionandoci sempre più del concetto della rievocazione!
Quanti libri letti!
Quanti dipinti osservati!
Quante chiacchierate e discussioni su un dettaglio piuttosto che su un altro!
Quanti chilometri macinati soprattutto!
Dalla Francia alla Puglia, dal Friuli al Lazio, insomma sarebbero veramente troppi da calcolare.

Ma la cosa più bella sono le persone che abbiamo conosciuto, gli amici che abbiamo incontrato: quelli che ci hanno lasciato per altri cammini e quelli che camminano con noi anche adesso, quelli che ritornano e quelli che è sempre bello rivedere.
E’ stupido dire che le cose siano andate tutte bene e sempre: ci sono stati scontri, litigate, incomprensioni. Normale, un gruppo di rievocazione alla fine è una piccola società o in certi casi una piccola famiglia, ma alla fine si è sempre lottato perché le cose si appianassero e si potesse collaborare insieme. Poi se non si è amicici  con tutti, non è un problema, basta imparare il rispetto e capire quando fermarsi.

1 aprile 2012.
I nostri 18 anni li abbiamo festeggiati in Francia, in uscita a Biot. E’ stato bello poter condividere questa emozione coi nostri fratelli, i Grifoni Rantolanti, i nostri confratelli, i Blancs Manteaux , ma anche coi gli altri rievocatori dai templari tedeschi (che quest’anno si sono un po’ smollati e un po’ sorridono, anche se solo in 2 parlano. Però io li ho baciati tutti quando li abbiamo salutati! AHAHAHAHAH! Li ho sconvolti! Così imparano a salutarmi solo dopo che mi hanno visto in armi e non quando sono vestita da femmina!), ai Les Loups de Ravel (con cui ci picchiamo da qualche anno da Biot a la Barben. Bravissimi, onesti, simpatici). E tanti altri.

foto di Erich Klee
da sinistra a destra:
Erica (sorella d’arme), Trifola, Valdevit, fratel Bertrando/Broken sword, fratel Giovanni della Verrucola, fratel Donner, io, il Capitaneus, fratel Saetta


foto di Sandrine Bellosti, dei Blancs Manteaux
da sinistra a destra:
fratel Giovanni della Verrucola, fratel Saetta, io, fratel Rodolfo


da sinistra a destra:
Dome, Erica (sorella d’arme), Trifola, Valdevit, Arnaut, fratel Giovanni della Verrucola, il fratello di Marc, mio fratello, fratel Rodolfo



troppa gente da segnare, 
ma la cosa bella è stato unire Malvasia italiana, salume tedesco e erbazzoni francesi. Buona commistione.

Cosa rimane a me di tutti questi anni?
Che senza patema di passar per emotiva sono stati i migliori 10 anni della mia vita.
Mi hanno cambiata molto, imparando a cavarmela anche nelle situazioni disagevoli (dormire nei peggiori posti, con climi assurdi, lavandosi a volte poco e male); ho imparato tante cose; ho scoperto dove posso arrivare e quando devo fermarmi, sapendo che posso spostare il limite un po’ più in là; ho conosciuto amici e ho acquisito due sorelle; ho riso, pianto, gridato, mi sono incavolata, ho respirato per reprimere dolori; ho avuto mani tese e le ho tese a mia volta; ho visto posti che non conoscevo; ho scoperto che quello che amo, la Storia, non potrò mai abbandonarla e che se non sono riuscita a entrare da una porta, entrerò da un portone; ho capito che devo camminare per la mia strada e non devo farmi demoralizzare dagli altri; ho capito che la rievocazione è la cosa migliore che potessi fare. E questo è tutto. O forse no.
Perché da queste lettere nere su bianco non riesco a far capire quanto questi 10 anni siano stati davvero importanti per me e che se dovessi tornare indietro rifarei quasi tutto quello che ho fatto. Il quasi sarebbe solo per poter rimediare agli errori fatti e alle offese che posso aver arrecato agli altri. Il tutto sono tutte le emozioni che porterò sempre dentro al cuore.

Buon compleanno Mansio Templi Parmensis!
Non nobis fratelli! Non nobis sorelle!
NON NOBIS DOMINE!

Il bottino di Armi&Bagagli

Alla fiera del rievocatore si è tornati con lo stand dopo 3 anni.
Dopo tanto tempo ho avuto un po’ di sfasamento, visto che dal padiglione piccolo siamo passati a quello grande: più spazio e più aria e più vivibilità.
A livello di banchi speravo un po’ meglio, visto che c’erano anche alcuni banchi di livello un po’ basso…cose che puoi trovare in qualsiasi festa storica. Mi spiace dirlo, ma questo non va bene, perché se nella fiera x il pubblico è vario ed eventuale ed è una buona cosa che i banchetti siano vari e non tecnici, alla fiera della rievocazione ci si aspetta di più perché il pubblico è un tecnico (anche se ci sono innesti di giocatori di ruolo che cercano qualcosa di più). Come mi hanno fatto notare certi amici c’era una prevalenza di materiale medievale sulle altre epoche…vero, ma è un difetto di partenza della fiera. Speravo anche io di vedere più cose di altre epoche anche solo per imparare qualcosa di nuovo.
Ottimo ritrovare i soliti e affidabili artigiani o espositori da cui è sempre un piacere comprare (finalmente abbiamo un paiolo nuovo a prova di malanni!); ottimo ritrovare amici vecchi e amici nuovi e chiacchierare fino allo sfinimento.

E’ sempre bello esserci.

Ho pensato che non fosse il caso andare con il portafogli pieno, anche se il bancomat era in posizione di aiuto in caso trovassi L’Oggetto. Non avevo bisogno di nulla, mi sono detta. Ad armi e armamenti sono a posto (anche se mi piacerebbe una cotta di maglia più bella e più corretta…ma ci vuole un fisico migliore!); per le stoffe i costi sono alti e poi in fin dei conti la mia spacciatrice mi trova quello che mi cerca; l’oggettistica…ma no!
E invece il destino beffardo mi ha giocato un buon scherzo. Di fronte a noi c’era un inglese con un sacco di matasse di lino, lana e seta a prezzi ottimi e colori storicamente corretti (la lana poi era di filato sottile e resistente). Ho resistito veramente poco…ed ecco il vero acquisto importante:

lana di Scozia. Sottile e resistente. Colori molto interessanti. Vediamo come si comporteranno nella tessitura.

Poi a fianco a noi altra inglese e scoperta di un’amica di altre due cose utili e molto interessanti:

ago piatto in metallo. Mi sembra lungo e resistente per aiutarmi nei miei progetti primaverili.

spillini moolto belli. Li ho visti usare da altre rievocatrici per fermare il velo…non so se li userò così, ma il prezzo era ottimo e non era il caso di farseli scappare…

Poi ho trovato altre cosucce, che niente hanno a che fare con la rievocazione, ma su cui ho progetti che potrebbero finire su etsy…

Quindi questo è il bottino finale:
Contenta delle spese, comunque limitate. Rimane un sogno potermi permettere le tessere per la tessitura in osso (che portano oramai da anni i polacchi), ma 4 euro l’una è un costo relativamente basso: dovrei spendere solo per loro 50 euro e…speriamo nel prossimo anno.

L’ arciere questo sconosciuto

Prima di leggere guardatevi questo filmato. E’ un po’ lungo, ma capirete meglio la riflessione.

Il video, oltre a esser fatto con molta perizia e con tecnologia avanzata (qualità ottima che sarebbe bello avere per riprendere tutte le rievocazioni), è utile per comprendere una cosa che in gara mi sono persa: cosa passa per la mente all’arciere.

Invero non ho una risposta e sinceramente non ho intenzione di chiederla a loro, ma quello che mi ha stupito è quel momento di concentrazione che ognuno di loro deve prendere prima di tirare.
La posa, la gamba, essere mancini o meno, vestiti in un modo o nell’altro sono accessori.
Se non hai la mente il bersaglio non lo vedi o meglio non lo visualizzi, perché esso è primariamente dentro di te, poi se non lo prendi i fattori possono essere anche esterni a te.

E allora rifletto su quante differenze ci sono e ci sono state fra arcieri e fanti, fra fanti e cavalieri.
Sì, parlo proprio delle battaglie medievali (perché quelle mi interessano, lo sapete).

L’attenzione al proprio strumento è simile.
L’arciere doveva curare arco, corda e frecce non solo da danni improvvisi (un tiro di catapulta che ti spatascia potrebbe rientrare in questo ambito), ma soprattutto da quelli atmosferici: vento, pioggia, freddo e caldo. Ognuna di queste cose modificano il proprio mestiere.
Anche il fante lo fa e soprattutto il cavaliere che vede nel proprio armamento non solo il proprio status, ma la propria ragion d’essere e di vivere: l’armatura oliata e ben tenuta, le armi a posto sono possibilità di vittoria e di sopravvivenza.

Poi c’è l’inquadramento.
Ognuno di questi soldati ha un suo posto, un suo momento e ordini ben precisi da seguire.
Gli eroi valgono, ma fino a un certo punto e non è sempre una cosa positiva.

Quello che cambia è la mentalità.
Il cavaliere è un individuo; un essere che si ritiene superiore per status e per nascita: una macchina da guerra tirata su da bambino; un tutt’uno con un animale imprevedibile e maestoso come il cavallo; un uomo che deve dimostrare ogni volta il suo status. E fin tanto che non venne inquadrato in eserciti, tipo quelli monastici militari, questa sua individualità risultò essere un danno piuttosto che un utile. Gli ordini monastici militari hanno sfruttando tutto questo allenamento, diminuendo il potere individuale, creando un mix potenzialmente letale.
Il fante è un componente di un inquadramento. Il suo essere non professionista, a volte costretto, lo porta per forza a fare affidamento sul fante che gli sta a fianco. Si deve creare un legame che porta a sopportare le stesse difficoltà nello stesso momento, perché nel momento della battaglia, nello scontro diretto e frontale col nemico, ognuno di loro deve sapere che spalla tocca la propria.
L’arciere è solo con il proprio bersaglio. Raramente deve dimostrare il proprio status e tranne momenti di enorme difficoltà, in cui l’arco viene sostituito da altre armi, egli non può far altro che contare sulla propria concentrazione e sul proprio braccio. Sembra facile detto cosi…

Se ci mettiamo nei panni di queste tre figure di soldato, ci si rende conto che il momento prima dell’inizio della battaglia, il silenzio del campo non viene rotto dai pensieri che frullano nella mente di ognuno, ma viene scandagliato dagli sguardi, perché ognuno di loro sa:
di dover far affidamento sul proprio allenamento;
di poter far affidamento sulle proprie armi;
e infine sperare di poter far affidamento sul proprio vicino.

Fare rievocazione permette davvero di capire tutto ciò?
Forse.

Anzi no.

Puoi avere solo l’adrenalina che il fisico produce per lo sforzo fisico.
Se fai affidamento in formazione, come fante, al tuo vicino è perché speri di divertirti il più possibile in battaglia e, se è un amico, di poter ridere con lui delle vostre reciproche azioni.
Se sei un arciere non andrai mai a bersaglio umano per paura di far male.
Al rievocatore per fortuna manca quel senso di … vuoto … paura … annullamento che probabilmente il soldato provava nel momento in cui si lanciavano i dadi della sua vita.

Però provare a ricreare le emozioni del passato sono una delle cose che più mi incuriosisce della mia passione.

Museo di Monterenzio (Bologna)

Ecco un’altra recensione su un museo.
Perchè ogni buon rievocatore deve sempre trovare il modo per visitarne uno, soprattutto se si è accampato nel suo giardino.

Settimana scorsa ero a Monterenzio per la manifestazione ” I fuochi di Taranis”, con l’Emporium del Vicus Italicus.
Strano per me stare dietro a un bancone per fare il mercante: non sono fatta per vendere. Anzi molto probabilmente o morirò povera e i miei manufatti in un cassone oppure qualcun’altro si arricchirà alle mie spalle. Vabbè, lasciamo stare.
Comunque a Monterenzio toccava esserci perchè quando gli amici chiamano non è possibile riespondere di no!
Così mi sono riposata un poco, girando e rigirando le tavolette, chiaccherando con amici e sconosciuti e passando da un caldo tremendo al dì al freddo più gelido che mai mi ricordassi alla notte (scema io che non mi sono portata dietro le mie coperte e solo una pelle di pecora!). Manco fossi ad Hattin…

Nel non fare nulla io e Cinzia abbiamo pensato di andare a vedere il mercatino e dove vendessero le orecchie da elfo che tanto stavano spopolando nella festa (con sommo distrubo psico-fisico nostro), ma alla vista di una porta aperta del museo, beh…insomma…non si poteva non entrare! E poi costava un euro!
A saperlo saremmo andate a vederlo alla sera, unendo utile e dilettevole (magari ci scaldavamo anche).

E devo ammetterlo ai nostri occhi si è aperta una meraviglia…
Mentre l’entrata è semplice, dominata da un bel bianco, il museo vero e proprio si illumina grazie a una struttura moderna e un soffitto a vetri che esalta tutta la sala. Inizio ad apprezzare sempre di più questa commistione fra nuovo (edificio) e antico (reperti).

Una struttura limpida, luminosa, solare (certo, magari d’inverno e con la pioggia rende di meno), che esalta al massimo la ricostruzione di una capanna celta, attorno alla quale si dipanano tutte le teche e anche la ricostruzione.

Teche di varie altezze, ma la maggior parte basse ben fruibili da bambini, ma anche da portatori di handicap.
Proprio in questo aspetto il museo vince enormenente quando ci siamo accorte che alcune didascalie erano scritte normalmente ma anche in braille.
Ora qualche stolto potrà dire “come fa un cieco a vedere un museo?”. Un museo vecchio stampo non lo vedrà mai, ma questo che ha riproduzioni di reperti che possono essere toccate e “usate” dai visitatori, lo può vedere benissimo.
E ciò è stupendo. Entusiasmante.

Guardate come è facile fondere antico e moderno, mentre i due soffitti sembrano come intrecciarsi. Sono rimasta veramente stupita.

La capanna celta poi unisce reperti del museo, quasi avvicinabili, e ricostruzioni (tipo il telaio, il tavolo per mangiare). Anche questa scelta risulta ottimale per la maggior comprensione del visitatore. Perchè non bastano cartelloni,  per altro molto specifici, ma non tecnici e incomprensibili; non bastano disegni e ricostruzioni bidimensionali; non bastano nemmeno legende chiare (beh almeno qui i numeri corrispondono ai reperti); serve qualcosa in più, serve dare l’idea della veridicità della vita passata. E qui ci sono riusciti.
Questo piccolo museo (una sola stanza anche se molto grande), nato dalle scoperte di un abitato celta-etrusco dal V al III secolo a.C., è stato una vera rivelazione.
Ah, dimenticavo. Non so se era per “colpa” della festa, ma al di fuori del museo negli allestimenti di un piccolo villaggio si svolgevano i laboratori per bambini e i rievocatori facevano didattica, allestendo con le loro riproduzioni.
Valutazione:
servizi di base: 7 1/2 .  Potrebbero emplementare il bancone dei “ricordini”, ma il fatto che abbiano le cartoline me li fa ben volere ancora. E manca un punto ristoro. Ma le signore al bancone sono cordiali e decise (non si usa il bagno del museo per i propri comodi…).
servizi auspicabili: 7. Non ho visto le condizioni dei bagni, e il banco libri potrebbe essere ampliato, ma forse era colpa del banchetto fuori messo per attrarre i visitatori della festa.
servizi specialistici: 8 1/2. Certo mancavano le audioguide; di certo si possono ampliare i modi di fruirlo, ma credetemi qui ci si è dati davvero da fare.
Andate a vederlo!
Ve lo consiglio.

Ho sbagliato secolo…ma no dai!

Seconda puntata del “Perchè ho scelto il 1200?”
E altra serie di foto dello stesso gruppo tedesco.

Qui ho davvero una profonda invidia, sia per la bravura della ragazza (i fili usati sono molto sottili; nel campo ci sono 3 telai montati con differenti schemi di tessitura), sia per la sua possibilità di utilizzare un telaio “moderno”.
Per il 1200, le immagini di riferimento ci riportano ancora la tessitura legata a un palo e alla vita della tessitrice. La scomodità fatta artigianato.