Un immagine mille racconti

Oggi mi sono trovata nella mia bacheca Pinterest questa stupenda immagine e oltre ad averla notata, salvata e cercato di valutarla,  mi è sovvenuta una riflessione così, molto generale (volutamente) e applicabile a tutte le fonti iconografiche.
Come al solito.
Questa è l’immagine:

tratto dal Psalter, Flanders, ca.1250.
Potete trovare un po’ di informazioni e immagini a questa pagina: http://www.guenther-rarebooks.com/en/catalogues_publications/Catalogue_online/Catalogue_10/13_Psalter_Tournai_c1270-80.php

 

Un immagine del genere ha molte soluzioni di lettura e soprattutto molti racconti.
Prima: Utilizzo.
Non è una cosa da poco che la miniatura sia un salterio o su un manoscritto.
Qui si racconta del committente (un anonimo patrono della diocesi di Tournai) che aveva però la conoscenza e la sapienza per richiedere e riconoscere la meraviglia di certe immagini.
Un appassionato di manufatti troverebbe già solo questo aspetto interessante.
Seconda: Supporto.
Pergamena.
Ci parla della preziosità del libro, dell’opera di lavoro che c’è dietro la costruzione dello stesso; la spesa; gli animali usati; quante persone ci lavorano.
Qui più figure di appassionati potrebbero essere interessate: esperto di manufatti, artigiano del libro e forse anche qualche appassionato di storia degli animali.
Terza: Tecnica:
La scelta della pittura, della miniatura, dei colori rivela una perizia e una tecnica particolari che coinvolge la tintura, la costruzione degli inchiostri, l’applicazione di essi e della foglia d’oro, la perizia tecnica del disegno e lo stile dello stesso.
Artisti e artigiani si soffermerebbero a discernere ogni singolo componente, volendo anche ricrearne le tecniche.
Quarto: La scrittura
Anche se per poco quest’immagine rivela il tipo di scrittura in uso all’epoca. Colore, forma, stile rivelano non solo la perizia tecnica, ma anche l’area geografica dell’amanuense e la politica dell’epoca.
Un calligrafico e uno storico della scrittura potrebbero già ricavare da quelle poche lettere molto più di quello che io potrei dire.
Quinto: Araldica
I simboli della gualdrappa del cavallo, con i relativi colori oro e bianco (che da quel che ricordo non dovrebbero stare insieme), potrebbero raccontare una storia tutta loro.
Quinto: Falconeria
Il nostro cavaliere porta sulla mano sinistra guantata un falco.
Un falconiere riuscirebbe facilmente a leggere la specie del volatile e la modalità di addestramento dello stesso (si intravedono i sottili fili che lo tenevano buono).
Sesto: Cavallo
Per quanto un’immagine debba essere sempre guardata con occhio critico e mai presa per oro colato (considerando che non solo la mano del pittore ha un suo valore, ma anche che la pittura non è una fotografia e che a volte vuole dimostrare qualcosa più che raccontare fedelmente quello che vede), forse un appassionato di cavalli potrebbe riconoscere quello che viene cavalcato e potrebbe raccontarci la specie, l’addestramento, la provenienza, magari anche gli incroci che può aver avuto.
E anche come si cavalcava a quel tempo.
Settimo: Vestiti
Uno studioso della moda, un ricostruttore storico vedrebbero negli abiti la scelta del colore, il taglio della stoffa per la confezione degli stessi, l’uso dei singoli indumenti, la comodità o la scomodità (sempre in paragone moderno).
Ottavo: Flora
Anche qui si cammina sul limitare del vero e del simbolico, ma non è detto che da una miniatura non si possa ricavare una specie veramente esistente.
Nono: Anatomia
In questa miniatura è veramente difficile, anche perché per molto tempo non c’era attenzione alla fisicità realistica delle persone (in certi momenti della storia c’è anche una difficoltà a distinguere uomini e donne se si eliminano certi accennati aspetti sessuali), ma in certe sculture greche e romane questo è facilissimo e soprattutto molto meno ideale di quanto si pensi (un giorno vi racconterò dello svelamento fisico degli atleti greci e della loro veridicità anatomica. Un documentario ha cambiato la mia visione dell’arte scultorea greca).
ho scelto il dettaglio del polpaccio, perché anni fa discutendo con cavallerizzi e allenatori sportivi si ragionava proprio sulla grandezza dei polpacci per riconoscere il cavaliere dal fante.
Quindi a una veloce analisi di una fonte, possiamo raccontare un’immagine almeno sotto 9 aspetti, coinvolgendo più tecnici di varie arti (senza contare che a loro volta gli esperti possono coinvolgerne altri).
E questo vale per ogni fonte che un rievocatore si trova davanti, perché alla fine mi sono resa conto che quando entri nel vizioso circolo della rievocazione, puntando alla ricostruzione e alla sperimentazione, non riesci più a guardare quello che ti trovi davanti con un solo occhio: molteplici racconti ti si aprono di fronte se si vogliono ascoltare tutti. A volte si sceglie di seguirne uno solo per comodità o per interesse.
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L’ arciere questo sconosciuto

Prima di leggere guardatevi questo filmato. E’ un po’ lungo, ma capirete meglio la riflessione.

Il video, oltre a esser fatto con molta perizia e con tecnologia avanzata (qualità ottima che sarebbe bello avere per riprendere tutte le rievocazioni), è utile per comprendere una cosa che in gara mi sono persa: cosa passa per la mente all’arciere.

Invero non ho una risposta e sinceramente non ho intenzione di chiederla a loro, ma quello che mi ha stupito è quel momento di concentrazione che ognuno di loro deve prendere prima di tirare.
La posa, la gamba, essere mancini o meno, vestiti in un modo o nell’altro sono accessori.
Se non hai la mente il bersaglio non lo vedi o meglio non lo visualizzi, perché esso è primariamente dentro di te, poi se non lo prendi i fattori possono essere anche esterni a te.

E allora rifletto su quante differenze ci sono e ci sono state fra arcieri e fanti, fra fanti e cavalieri.
Sì, parlo proprio delle battaglie medievali (perché quelle mi interessano, lo sapete).

L’attenzione al proprio strumento è simile.
L’arciere doveva curare arco, corda e frecce non solo da danni improvvisi (un tiro di catapulta che ti spatascia potrebbe rientrare in questo ambito), ma soprattutto da quelli atmosferici: vento, pioggia, freddo e caldo. Ognuna di queste cose modificano il proprio mestiere.
Anche il fante lo fa e soprattutto il cavaliere che vede nel proprio armamento non solo il proprio status, ma la propria ragion d’essere e di vivere: l’armatura oliata e ben tenuta, le armi a posto sono possibilità di vittoria e di sopravvivenza.

Poi c’è l’inquadramento.
Ognuno di questi soldati ha un suo posto, un suo momento e ordini ben precisi da seguire.
Gli eroi valgono, ma fino a un certo punto e non è sempre una cosa positiva.

Quello che cambia è la mentalità.
Il cavaliere è un individuo; un essere che si ritiene superiore per status e per nascita: una macchina da guerra tirata su da bambino; un tutt’uno con un animale imprevedibile e maestoso come il cavallo; un uomo che deve dimostrare ogni volta il suo status. E fin tanto che non venne inquadrato in eserciti, tipo quelli monastici militari, questa sua individualità risultò essere un danno piuttosto che un utile. Gli ordini monastici militari hanno sfruttando tutto questo allenamento, diminuendo il potere individuale, creando un mix potenzialmente letale.
Il fante è un componente di un inquadramento. Il suo essere non professionista, a volte costretto, lo porta per forza a fare affidamento sul fante che gli sta a fianco. Si deve creare un legame che porta a sopportare le stesse difficoltà nello stesso momento, perché nel momento della battaglia, nello scontro diretto e frontale col nemico, ognuno di loro deve sapere che spalla tocca la propria.
L’arciere è solo con il proprio bersaglio. Raramente deve dimostrare il proprio status e tranne momenti di enorme difficoltà, in cui l’arco viene sostituito da altre armi, egli non può far altro che contare sulla propria concentrazione e sul proprio braccio. Sembra facile detto cosi…

Se ci mettiamo nei panni di queste tre figure di soldato, ci si rende conto che il momento prima dell’inizio della battaglia, il silenzio del campo non viene rotto dai pensieri che frullano nella mente di ognuno, ma viene scandagliato dagli sguardi, perché ognuno di loro sa:
di dover far affidamento sul proprio allenamento;
di poter far affidamento sulle proprie armi;
e infine sperare di poter far affidamento sul proprio vicino.

Fare rievocazione permette davvero di capire tutto ciò?
Forse.

Anzi no.

Puoi avere solo l’adrenalina che il fisico produce per lo sforzo fisico.
Se fai affidamento in formazione, come fante, al tuo vicino è perché speri di divertirti il più possibile in battaglia e, se è un amico, di poter ridere con lui delle vostre reciproche azioni.
Se sei un arciere non andrai mai a bersaglio umano per paura di far male.
Al rievocatore per fortuna manca quel senso di … vuoto … paura … annullamento che probabilmente il soldato provava nel momento in cui si lanciavano i dadi della sua vita.

Però provare a ricreare le emozioni del passato sono una delle cose che più mi incuriosisce della mia passione.