Soddisfazione ed emozione

Scusatemi sin dall’inizio se questo post sarà un po’ emotivo e sdolcinato, ma ogni tanto capita di potersi fermare e guardare con occhio soddisfatto il proprio lavoro, personale e di squadra.
Sabato e domenica con la Mansio abbiamo fatto un servizio fotografico con il fotografo Camillo Balossini che conosciamo da 3 anni e con cui abbiamo già avuto occasione di lavorare e di farci fare delle foto.
Di solito però eravamo in rievocazione, coi tempi risicati, con le situazioni un po’ ballerine, con l’attenzione altalenante perché tante sono le cose che devi gestire.
Questa volta invece ci siamo presi un fine settimana intero (in cui negli ultimi anni eravamo di solito impegnati in Francia, ma quest’anno La Barben è saltata lasciando noi e i Grifoni nella completa desolazione) e siamo andati al castello di Bardi.
Il risultato di due giorni di lavoro, risate, fatica, casse spostate a destra e a manca, vento e pioggia è stato veramente mirabile.
Lunedì quando Camillo ha postato su fb alcune foto, lo ammetto, mi sono venute le lacrime agli occhi.
Due cavalieri templari e il cappellano del Tempio
Sergenti templari in pausa
Vedere nero su bianco, o meglio colori su colori, e vedere come il nostro lavoro collettivo di ricostruzione e di sperimentazione abbia dato un risultato ottimo, esaltato dalla professionalità di un fotografo molto bravo, mi ha fatto capire tante cose:
-prima di tutto che non abbiamo sbagliato a fare quello che stiamo facendo;
-secondo che io non ho sbagliato a fare quello che sto facendo;
-terzo che malgrado il tanto lavoro che io credo si debba ancora fare, siamo arrivati a un buon punto di riferimento e le lodi che ci fanno non sono più per darci il contentino.
Sì, lo so, ho chiuso la modestia nel cassetto.
Lo ammetto.
Ne sono conscia e non mi interessa.
Le foto rivelano un gran lavoro.
Templari e Turcopoli che decidono la miglior strategia di battaglia
Turcopoli che difendono il castello dei franchi
Rivelano tutte le discussioni, i libri aperti e chiusi, gli errori corretti, gli oggetti rifatti.
Rivelano lo studio su quello che si trova, su quello che si deve capire, su quello che si deve intuire.
Rivelano le risate, le gite fuori porta, i tanti “secondo me”.
taverna
angolo femminile e giovane ragazzo annoiato
infermeria del castello franco: il cappellano controlla il ferito e le donne, fra cui una suora, si danno da fare per curarlo.
Queste foto non sono né un inizio né una fine di un lavoro, sono solo un punto di intermezzo che di sicuro segna un punto importante nella storia del nostro gruppo.
Sono un bello stimolo.
Non è scontato il ringraziamento a tutti coloro che sono potuti venire a fare le foto, ma anche a quelli che non sono potuti esserci, ma che ogni volta che c’è da fare sono presenti col corpo e con la mente e danno il loro contributo.
Un grazie a Camillo Balossini che ci ha fatto queste e altre stupende foto e che le ha pubblicate immediatamente su fb il giorno dopo per colmare la nostra curiosità.
Aspettiamo di vedere le altre a tempo debito.

Ricostruire un abito storico. Pantaloni per turcopolo

Non sono qui a insegnare niente a nessuno, ma semplicemente a raccontare la mia crescita come rievocatrice.
Undici anni fa non mi sarei posta tanti problemi: avrei preso della stoffa, l’avrei fatta tagliare e poi avrei fatto un abito che poteva essere medievale.
Ma fare il rievocatore, serio soprattutto, è altro ragionamento.
E’ cercare la stoffa giusta, non solo per genere, ma anche per colore e tramatura.
E’ andare in giro per negozi fino allo sfinimento.
A volte è anche perdere la pazienza con se stessi, perché ci si rende conto che si è pignoli, che a volte anche odiosi.
Poi si deve tagliare nel modo giusto e non come è possibile: esiste il concetto del risparmio della stoffa, ma non in ottica a te contemporanea, ma del periodo che hai scelto.
A volte si decide anche che bisogna (sottolineo “bisogna”) tagliare la pezza con la metratura di allora e poi ricavarne i pezzi da assemblare.
Per arrivare a questo livello un rievocatore fa e vuole fare certi passaggi, i quali a volte portano alla follia.
Qualcuno si ferma prima ed è contento lo stesso, qualcuno va avanti e diventa un po’ più talebano: cucire tutto a mano, magari anche alla luce delle candele; tessere la stoffa con riproduzioni di telai dell’epoca e poi comporre il vestito. Cose così.
Il mio livello di ricostruttore storico (con mamma al seguito perché è lei che taglia e cuce) è medio alto. Non intendo come qualità, visto che quella non la voglio giudicare io, ma come voglia di essere precisa. L’ultimo mio abito invernale medievale è stato tagliato secondo il metodo del Medievale Tailor’ assistant (da questo link scaricate direttamente il manuale) e ciò ha fatto impazzire mia mamma (oltre al fatto che lo ha fatto in mia assenza), ma con risultati ottimi. Mi sono totalmente bulleggiata ad Armi&Bagagli 2013 che potevo sembrare un po’ arrogante, ma cadeva giusto ed ero soddisfatta.
Il prossimo fine settimana poi farò un corso apposta di cucito medievale e vedremo cosa riuscirò ad imparare.
Nel frattempo imparo nuove cose sul ricamo e qui ritorniamo all’argomento di partenza, perché ricamare così, imparare i punti, fare due disegni ha sì un suo valore, ma impari di più se devi ragionare su una fonte o su un disegno per ricostruire un abito.
E qui caschiamo in due, io e Mario, amico da anni con cui abbiamo condiviso anni di rievocazione nello stesso gruppo e ora collaborazione ed amicizia.
Il suo punto di riferimento è ricostruire un turcopolo.
Con turcopolo si intende la truppa turca o araba in generale al soldo delle truppe crociate in Terra santa. Non ha un valore religioso, perché potevano essere mussulmani come cristiani, ma solo geografico. Franchi per indicare gli europei, turchi per i medio orientali.
Siamo partiti da questa immagine, anche perché io non ne sapevo nulla.
E abbiamo ragionato sui pantaloni visto che quelli erano il suo obiettivo.
A mio parere erano tessuti già così, visto che non è solo un bordo in fondo, ma ci sono alcune righe lavorate a spina di pesce lungo tutta l’altezza della gamba. L’immagine non è un reperto, ma Mario è un rievocatore scrupoloso e quindi è sicuramente quella più leggibile per ora. Vedremo cosa potrò trovare in futuro di fonte primaria.
La mia conoscenza dell’arte del ricamo è ancora agli inizi e quindi non dubito che potrei trovare un punto più adatto e corretto, ma vedendo il lavoro e poi il periodo ho scelto un punto erba e del filo di cotone da mettere in doppio per dare più spessore.
Visto che la pezza da ricamare che mi ha dato Mario era insufficiente per tutto il lavoro pensato all’inizio (bordo orizzontale e strisce verticali), ho pensato di focalizzarmi solo sui bordi inferiori. Ringrazio la Sartoria del Borgo (credo che siano a Riolo Terme) che ha fatto gli abiti di Mario per avermi dato le dimensioni giuste, perché se aspettavo lui potevo fare mille metri…
La parte di progettazione è stata quella più noiosa.
Odiavo tecnica alle medie: avevo sempre tutto il foglio sporco, anche se giusto. La professoressa era rassegnata e a volte mi dava un buon voto per l’impegno. Quindi progettare tutti questi rombi che dovevano essere uguali e precisi è stato un lavoraccio.
Alla fine ero molto fiera di me e anche se i rombi interni li ho fatti a mano libera, lo schema era venuto molto bene. Dico era, perché una volta messo sul tavolo luminoso con sopra la stoffa, essa era talmente spessa che non si vedeva nulla. Ma nulla. Avrei voluto piangere, lo ammetto.
Ripresa dallo sconforto ho dovuto rifare lo schema su tela a mano libera e stare attenta a non sbavare troppo, perché la matita non si cancella bene. Su consiglio della mamma sono andata a cercare la matita da ricamo cancellabile (lei se la ricordava), ma mi hanno guardato con aria dubbiosa. Continuerò la cerca comunque.
Poi è iniziato il lavoro e lì ho imprecato contro la mia leggerezza (mi ero dimenticata del lavoro e dovevo fare tutto in una settimana), ma soprattutto della stoffa: un truscello romagnolo-marchigiano, tela che un tempo si usava per fare le lenzuola pesanti e le tovaglie. Bellissima, forse ho qualcosa in casa di mia nonna, ma assolutamente non ricamabile, se non per delle piccole iniziali.
Quindi dopo aver spezzato un ago all’inizio del lavoro, rischiato di perderne uno per la camera, piegato un altro e finalmente minacciato il terzo (che era quello quasi perso), ho lavorato come una schiava e in una settimana quasi sono riuscita a fare tutto. Lunedì a scherma avevo male alla mano e alla spalla per il ricamare che maneggiare una spada è stata una cosa leggera.
Poi dopo aver spedito il pacchetto sono partita per Palermo e diciamo che me lo sono dimenticata finché non sono tornata in quel di Parma proprio in tempo per l’ultimo giorno di fiera.
E quando ho visto il bordo montato e sistemato, mi sono sentita molto fiera di me.
dettaglio. Non si vede nemmeno che i rombini interni sono uno diverso dall’altro. 
Mario nella sua turcopolaggine a fianco del nostro manichino templare.
Non mi aspettavo una copia del disegno, ma alla fine è molto più vicino di quanto si pensi.
Lui era molto soddisfatto e ciò mi ha fatto piacere.
Adesso continueremo a collaborare per rendere ancora più preciso il vestito, ma diciamo che è un buon inizio.