Mantova Medievale, ma ancora?

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In versione duecentesca e civile. Foto di Paolo Tamassia

Se mi guardo indietro questo è un post classico, qualcosa che va scritto, che segna i ricordi dietro a un evento che oramai dovrebbe essere scontato. Non c’è mai niente di scontato nella vita, nemmeno quando incontri le stesse persone negli stessi posti a fare le stesse cose. “Mantova Medievale, ma ancora mi sconvolgi così?” Questo sarebbe stato il titolo giusto, ma va bene così.

Lo sapevo che quest anno sarebbe stato diverso. Ogni anno lo potrei dire, ma questa volta ne avevo la certezza. Alla fine di Ferrara 2015 come gruppo abbiamo pensato seriamente di prendere una decisione; a gennaio l’assemblea generale ha ascoltato la proposta e a maggioranza l’ha accettata; a Mantova 2016 il nuovo progetto avrebbe preso vita. Non prima. Non altrove. A Mantova. Agli amici non si “deve” nulla, con gli amici si fa, la riconoscenza la lascio a chi non ha altri sentimenti, ma era giusto che fosse lì, dove Gabriele fa il Marchese di Mantova, dove tutto è nato anni fa, dove ci siamo fatti le ossa, dove abbiamo iniziato a ragionare sulla sperimentazione della scherma, dove ci siamo guadagnato il rispetto degli altri e minimizzato le polemiche. Non me ne voglia Tiziano, ma lo dovevamo a Gabriele per tutto il lavoro di inizio che abbiamo fatto con lui in questo ultimo anno fra una stagione rievocativa e l’altra.

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Perché a questo giro ho fatto un sacco di chiacchiere in giro per i campi, al mercato e al punto birra.  Foto di Impressum

Ricordo le spese folli in fiera a Ferrara a novembre e a Piacenza a marzo. Ricordo lo stage di scherma di spada a una mano e mezza in montagna da Guidalberto. Ricordo i miei improperi quando non riuscivo a capire la Storia. Ricordo una sera a Urbino con Betta a tradurre dal francese e a iniziare a capire. In un anno il progetto “1410” prendeva forma. A Ferrara le aspettative degli altri erano grandi, avrebbero voluto allora il battesimo, ma non eravamo pronti, pur essendoci resi conto che “solo noi potevamo farlo”. Poi la pausa in un’estate calda e afosa, la sfiga che ci ha giocato brutti scherzi, il cervello in pappa e poi l’ansia vera e propria…non eravamo pronti. Lo so non dovrei dirlo. Si deve raccontare che si va sempre bene, che siamo bravi, splendidi, forti e che tutto ci riesce bene. Io non so mentire, io non voglio più mentire. A una settimana da Mantova alcune cose non erano pronte, a due giorni da Mantova io e mio fratello avevamo tutto (gli unici che avrebbero potuto iniziare) per partire ma non sapevamo come saremmo stati, ci guardavamo e ci facevamo “coraggio” perché tanto buttarsi si fa e chi non lo fa è un pavido.

Cucivo cotte d’arme strane, coi colori “sbagliati”, strette e corte. E sai duecenteschi con tasselli e gheroni per ricordarmi da dove venivo.

Guardavo le cose e mi sembrava tutto strano.

Mantova arriva con un giorno in anticipo il venerdì sera. Le tradizioni sono state ribaltate. L’ansia cresce. Va bene così.

Questo non è un resoconto, una cronaca, è solo il mio sfogo, quindi si passa alla fine direttamente, anzi no, si passa al sabato sera per la prima battaglia in notturna.

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Quanto sono grossa in questa muova veste militare…sì, sono io, davvero!   Foto di Brandy Grendel

Ci si prepara. Siamo in pochi. Il resto del gruppo è in Francia. Da giovedì abbiamo uno scambio diretto via wa, ma non sono con me. Non ci sono. Punto. Non si può vietare un’uscita quando sai che è importante su tanti aspetti (sia la Francia che Mantova lo erano, ed erano in contemporanea), ma egoisticamente io volevo che i “miei” templari, ospitalieri, dame e turcopoli fossero lì. A vedere le nuove armature, le nuove livree, l’emozione, lo stordimento, i sorridi larghi e gli occhi da bambino di tutti noi, sentire l’ansia crescere, vedere gli altri rievocatori aspettarci al varco e poi annuire sorridendo. Sentire il rumore, vedere la luce delle candele sulle armature, aprire gli elmi per far bere, sentire le botte, sistemare tutta quella ferraglia che si muoveva diversamente, non capirci nulla e ridere alla fine per alleggerire la tensione. Volevo che fossero lì. Punto. Non c’è molto altro da spiegare.

Mantova Medievale 2016 è il punto di svolta. E’ il salto della Mansio alla fine del trecento e siccome per colpa del truffaldino Filippo il Bello non si possono fare i templari, abbiamo scelto i Cavalieri di Rodi. E io sono lì in prima linea, sempre a portare avanti quello che ho scelto 15 anni fa quando mi sono imbattuta nella rievocazione. Sono gli stimoli nuovi quelli che non fanno morire le persone; l’abitudine uccide qualsiasi tipo di relazione. Non finisce il duecento, ci sono troppe cose da fare, rifare, controllare, risistemare; ci sono eventi su cui scommettere, gruppi con cui provare le nuove collaborazioni; ma bisogna buttare anche tutto all’aria e ricominciare e provare. E io ci sto provando. Prendo le mie casse piene di panni e burattini e vado avanti, con i piedi pesanti, la testa nell’elmo (ora non so più quale), vestiti, armature, cotte, usberghi e gambeson: tutto doppio, tutto in evoluzione, non si lascia a casa nulla, non si abbandona nessuno.

Mantova Medievale è casa, famiglia, natale coi parenti buoni, risate, sbatacchiate, botte e segni sull’elmo, ma non si può rinunciare. Ora più che mai.

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Io. E sono splendida! Grazie Giacchino Sparrone per la foto.

p.s: Non citate Giovanna D’Arco a vedermi (sono stanca di questo banale paragone e un giorno vi spiegherò perché), sarebbe un errore storico e filologico, ma soprattutto non sarebbe giusto per me. Sono la veterana di seconda linea, quella che fa da puntello in modo che il grosso davanti a me non retroceda all’impatto (e di solito ce la faccio a fare il mio dovere), non mi interessa il comando, non mi interessa stare in prima linea, non mi interessa altro che divertirmi, so quando fermarmi e quando spingermi oltre. Forse chi non ha mai indossato un’armatura non può capire quale vero senso di comunanza si prova dentro a quel ferro, quella lana, quelle imbottiture: non c’è niente di sacro, leggendario, epico, c’è solo e tanta concreta energia. Ridiamo sì, è vero, lo facciamo per la tensione, lo facciamo perché ci stiamo divertendo e quando la gente si diverte con gli altri ride (e per fortuna), ma sappiamo i nostri limiti e sappiamo chi siamo. Io sono semplicemente io, col mio nome medievale di Eloisa (e già mi porto dietro un paragone impegnativo), ma quando chiudo l’elmo sono “solo” un serragente del Tempio, un fratello ad terminum, e ora un sergente dei cavalieri di Rodi e fidatevi che è già tanta roba così. Grazie.

“Quando fare è credere” di J. Scheid

Per la serie “consigli per la lettura” vi parlo di un libro di storia antica romana dedicato esattamente non tanto alla religiosità, ma alla ritualità dei riti della religione romana.

Scheid si sofferma a studiare tre riti: i riti della dea Dia, i rituali per la tutela dei campi spiegati da Catone e i riti funebri. In questi tre momenti lo storico cerca non solo di dipanare il concetto di rito, di capirne la gestualità per capire se ci fosse un’idea di base comune o se a ogni divinità bisognasse approcciarsi in modo personale. Insomma: i romani avevano una “messa”(termine che uso provocatoriamente, si sappia)? Più che una “messa” vera e propria, Scheid sottolinea almeno due aspetti importanti: uno che ci sono riti privati e riti pubblici, quelli che riguardano le famiglie in quanto tali e quelli che coinvolgono lo Stato in qualità di “individuo” pubblico e politico che parla a nome della collettività; il secondo è la presenza di un rito romano e di un rito greco, inteso come insieme di gesti e sacrifici e modi di porsi.

I due elementi di pubblico e privato sono una componente specifica della società romana in cui l’individuo vale per sé, ma anche per la sua famiglia e come valore per lo Stato: insomma una cosa complicata che non è così netta o facile da distinguere. Insomma il tria nomina (i tre nomi che identificano ogni cittadino maschio libero) sono quanto di più emblematico per capire questo meccanismo. Nella religione poi si nota in modo netto, dove i riti privati (in questo caso vengono presi in esame quelli funebri) sono una cosa in cui nessuno deve mettere mano, ma che si attengono a una chiara e ripetibile ritualità e cerimonia valida per tutti i cittadini, e vengono raggruppate in date specifiche durante l’anno dove tutta la cittadinanza si fermava e collettivamente, ma privatamente, onorava il ricordo. I riti pubblici invece sono molto più complicati: affidati ad esponenti politici che rappresentassero tutti, scanditi in momenti chiari e non sempre accessibili tutti, ricondotti alla collettività in momenti finali (quali i giochi).

Per quanto riguarda il secondo aspetto dell’origine della ritualità, quello che mi ha più colpito (ma che avevo già intravisto e compreso in altri testi e soprattutto nell’esame di storia romana fatto all’università) era la tranquillità dell’assimilazione di riti non propriamente romani: assimilazione talmente antica e profonda che gli stessi storici romani non sapevano distinguere o riferire al meglio quale fosse uno e quale fosse l’altro. Una cosa che ho sempre apprezzato in ottica religiosa dei romani è la capacità “opportunistica” di assimilazione delle divinità altrui: questo è il pregio delle religioni politeiste, oltre al fatto che salvo rari casi non le scomodano per dare seguito a una guerra (anche se senza il “beneplacito” divino raramente si muovevano, quindi anche in questo senso le cose sono molto più complesse).

Altro aspetto molto importante del libro è la descrizione di sacrificio animale ed ecatombe, facendo capire al lettore non tanto il tipo di animale che si dovesse sacrificare, ma la parte dell’animale che andava divisa fra mondo divino e mondo umano, e soprattutto la quantità. Stupefacente è comprendere come la massa di carne usata potesse essere talmente rilevante da fornire tranquillamente i macellai della città (ovviamente il riferimento è a Roma) e la popolazione, senza bisogno di macellare altri animali per il fabbisogno normale di alimentazione. Attraverso questa spiegazione tutta la figura dell’allevatore, del macellaio e della distribuzione della carne non ammessa alla divinità e a chi compiva il rito, prende un aspetto assolutamente più comprensibile, tolta l’aurea di sacralità del primo (allevatore e le sue bestie) e di “mercificazione” del secondo (il macellaio). Ancora una volta la religiosità romana prende l’aspetto della pragmaticità e  praticità, non sprecando nulla di quello che è comunque un bene.

Un libro da leggere, anche se non sempre di facile lettura, molto tecnico, con citazioni, ma non immagini; comunque utile per chi volesse ricreare in ottica rievocativa anche un aspetto importante della storia romana

Voto 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2005

titolo originale: Quand faire, c’est croire. Les rites sacrificals des Romains

traduttore: Barbara Gregori

casa editrice: Editori Laterza

finito di stampare settembre 2011, SEDIT-Bari

copertina: “Taurobolium“. Particolare da un affresco della Casa del Poeta Tragico di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Foto Lessing/Contrasto

pagine 325

Workshop “Il cappuccio trecentesco” a cura di Anna Attiliani e Irene Barbina

Settimana scorsa ero a fare lo stage di lotta antica organizzato dal mio gruppo e ieri invece ero a fare quello di cucito a Imola a quello organizzato da Anna e Nini per imparare finalmente a cucire a mano. Come al solito la mia schizofrenia rievocativa si palesa sempre.

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tema della giornata

E’ da tempo che Anna e Nini mi tampinano e mi stimolano ad intraprendere anche questo modo di affrontare la rievocazione e io sono sempre stata refrattaria, non tanto perché non mi interessa l’argomento, ma per mancanza di concentrazione: a volte penso che non mi sia possibile fare e star dietro a tutto quello che mi piace o mi stimola. O forse ho ancora l’arroganza di voler avere una vita sociale oltre la rievocazione…non so.

Comunque sia, ieri ho ceduto, anzi avevo ceduto appena Anna aveva pubblicato il manifesto sulla sua pagina fb (Tacuinum Medievale): questa volta avrei dovuto rischiare. E ho fatto bene.

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La classe. Epoche e gruppi diversi, competenze diverse, tutte messe a disposizione per confrontarsi

Prima di tutto corsi del genere sono un ottimo motivo per ritrovare amici rievocatori anche di diverse epoche, in momenti più rilassanti e meno concitati di una rievocazione; secondo perché proprio le diverse competenze e studi permettono di affrontare lo stesso argomento sotto diversi punti di vista diversi, con tanti stimoli, domande e dubbi (insomma una vera e propria “tempesta di cervelli”); terzo perché le competenze in questo “lavoro” non finiscono mai e bisogna sempre e solo imparare, sempre. Non si è mai arrivati, soprattutto se a un certo punto vuoi capire davvero la vita del passato, senza modellismo o stereotipi. In ultimo, mettersi sempre in dubbio, provando e riprovando e ricostruendo abiti ed oggetti cercando di essere più verosimili storicamente, entrando pian piano nella mentalità dell’uomo o donna che si vuol ricostruire.

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Il gruppo di taglio

Torniamo a noi. Dopo una mattinata di didattica pura con un’ottima introduzione di Anna, con supporto di Todeschino (modello autovestente😉 ) e Nini, il pomeriggio dopo pranzo si è passato alla vera pratica dividendo la classe in due: un gruppo con Anna e Todeschino a impostare il cappuccio, uno con Nini a imparare i punti. E poi ci si scambiava. In finale di lezione, Anna ci ha fatto vedere come fare i bottoni (e la cosa le piace un sacco) e le asole, mentre Sebastiano cercava faticosamente di imitarla avendole espresso le sue perplessità nella resa.

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gruppo cucito

Erano tante le nozioni da imparare e tante le cose che volevano farci conoscere e provare, quindi al di là della battuta ogni tanto abbiamo lavorato tanto e in silenzio, cercando di apprendere il più possibile. Non è stata una passeggiata, perché a mio parere sarebbe stato utile avere più tempo per metterci ancor di più alla prova e magari completare il cappuccio insieme invece che lasciarci il compito a casa. Al di là di questo piccolo appunto che è dovuto più a “egoismo” mio che a dimenticanze altrui, tutto è filato liscio come l’olio e anzi ha stimolato davvero la mia voglia di imparare e provare. Per fortuna la dispensa che mi permetterà di ricordare cosa fare e come e magari capendo anche come utilizzare i diversi punti per la realizzazione dei diversi pezzi. In più la bibliografia mi ha fatto pensare che devo trovare il modo di ordinare da amazon un paio di libri che ho sempre guardato, ma che non ho mai voluto prendere per “non immischiarmi troppo”.

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uno dei miei esercizi di ieri. 

Tornando a casa, al di là di guidare sotto al diluvio (che noia guidare ai 110 e meno…ma si deve), pensavo mentalmente se in casa avessi un pezzo di stoffa di lana con cui provare a realizzare la mia versione del cappuccio e mettere in pratica, riguardando l’utile dispensa, quello che mi è stato insegnato, perché in situazioni del genere più fai e più ricordi e meglio ti riesce e più ti vien voglia di fare. Imparare è maledettamente drogante!

Un grazie a tutti i ragazzi e le ragazze del gruppo per aver condiviso questa esperienza: rivedere gli amici, scambiarci notizie e informazioni finalmente a voce è più stimolante che scrivere su fb. Grazie a Francesco/Todeschino per aver fatto da supporto, dato una mano, palesato che fa il “piccolo cinese che cuce”, sempre col sorriso, sempre attento. Un grazie speciale ad Anna e a Nini per tutto il lavoro fatto, per la disponibilità e per non aver perso mai il sorriso anche quando la stanchezza si faceva sentire. Non vi prometto che farò mille bottoni e mille asole come voi, ma cercherò di impegnarmi di più e provare a fare, fra un combattimento e l’altro.😉 A quando il corso sulle calze?

“Sotto il segno del leone” di Amedeo Feniello

Per tutta una serie di motivi, fra cui il fatto che non riesco a star dietro a tutta la Storia, la parte del Sud Italia medievale mi è poco conosciuta nel suo particolare. Non è che non sappia cosa sia successo, ma in effetti la conoscenza della storia in ottica anche islamica o semplicemente araba mi sfugge. Quindi, considerando anche che non si smette mai di imparare la storia templare, ho iniziato a curiosare.

sotto il segno del leone

qualche ricordo mio dalla Sicilia e l’altro da parte di un mio amico dalla Turchia

Uno dei primi libri che mi sono presa, come introduzione al periodo, è quello in questione in questa recensione e devo dire che il primo approccio è stato faticoso perché la prosa delle prime pagine è piuttosto fuorviante per quello che sarà il vero narrare storico. Mi sono chiesta se fosse colpa mia nel senso che cerco sempre libri tecnici e non so più affrontare quelli introduttivi “alla portata di tutti” (il libro è stato comprato da Feltrinelli e non nei soliti canali specialistici da cui mi rifornisco); oppure altro era l’intento dello scrittore facendone quasi un romanzo storico. Per fortuna ci siamo compresi subito dopo e tutta una serie di nozioni molto interessanti sono state segnate a buon rendere.

Il meridione, anche se non tutto e non con la stessa copertura, ha dovuto affrontare una serie di conquiste e di cambiamenti di poteri, diversamente dal nord, ma tutti apportatori di leggi, mercati, alleanze, usi e costumi; in questo caso la conquista ha apportato un elemento ancor più importante per le conseguenze che si porta dietro: la religione. Non che il continente europeo non si sia portato dietro il problema religioso, a volte anche solo come paravento dietro cui nascondere altri problemi o anche discriminazioni, ma di solito si trattava, una volta che il cristianesimo si era imposto nel centro sud Europa, di modi di percepire la stessa dottrina; qui invece si parla di un’altra religione, di qualcosa di diverso, anche se normalmente si tende a omologare le tre religioni del Libro sotto una stessa cosa. Le differenze ci sono, ci saranno sempre, ma il testo giustamente non tratta di teologia ma di cultura o eventi storici, di politica e di economia. E quindi si riscopre l’importanza di un governo unico o dalla stessa parte per favorire gli scambi commerciali (prima era l’impero romano, poi, in questo caso, è l’appartenenza a un unico sentire o religione anche se i governatori sono i più disparati) nel Mediterraneo. Si da forza al fatto che dall’ 800 in poi i popoli musulmani erano una forza in espansione e anche in costruzione, con sì desiderio di conquista, ma anche stimoli intellettuali e di tolleranza; tutto ciò ha permesso di dare un’ulteriore spinta di progresso in quei territori che per varie scelte politiche e casuali erano ai margini dell’impero (vedi la Sicilia).

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La cattedrale di Palermo. Ricordo di una bella vacanza in quella città, nel 2013

Una volta che perde il modo romanzato di raccontare la vicenda, il testo mi è diventato fondamentale soprattutto perché tratta argomenti che di solito sono passati sotto silenzio in quasi tutti gli altri: la schiavitù (fenomeno molto comune in tutto il medioevo e che bisognerebbe studiare meglio); i commerci sia in ottica di tratte che di materiali; i rapporti con le altre figure religiose e il concetto di tolleranza (altalenante e comprensibilmente logico), soprattutto trattando anche le comunità ebraiche da una parte all’altra del mare. Molto importante per quello che mi serve anche il discorso sui materiali tessili (lino, seta e cotone) che di solito si pensa siano arrivati in Italia in epoche successive, con le crociate: lo storico invece, attraverso i documenti, anticipa la loro venuta e la loro diffusione sia come coltivazioni che come lavorazione.

L’ultimo capitolo è dedicato a Lucera e ne da un racconto ben diverso da quello che mi ero fatta leggendo e ascoltando i miei amici rievocatori del sud: non una città aperta, nata spontaneamente e culla di cultura, ma un vero e proprio ghetto dove Federico II (stupor mundi sì, ma approfittatore a suo vantaggio sempre) aveva fatto deportare la popolazione siciliana di fede musulmana. Mi si è aperto un modo nuovo di vedere sia l’imperatore che i vari rapporti che egli aveva con le più disparate personalità e comunità viventi sotto il suo impero: qualcosa di ancor più complesso e nello stesso tempo meno lontano dalla mentalità medievale del tempo.

Qualcuno leggendo la mia recensione potrà pensare che l’autore sia di parte e in effetti a mio parere lo è stato, ma non come credete. Feniello ha deciso di “parteggiare” per i musulmani, i conquistatori prima e detentori legittimi poi (perché, ricordiamocelo, se occupi un territorio per quasi o più 100 anni qualche legittimità te la sei fatta anche se agli altri non piace), scegliendo di raccontarci il loro “regno” in modo sempre positivo e la “reconquista” dei normanni, dei bizantini e di altri poi come un decadimento all’imbarbarimento più totale. Scelta, che io non condivido non perché parteggi per i musulmani, ma perché per quanto a uno piaccia parlare di una parte la Verità sta sempre nel mezzo tanto più nella Storia che ha fenomeni talmente complessi che bisogno prenderli con tante pinze. Diciamo che è solo una scelta stilistica, più che di metodo vero e proprio, ma con più distacco forse avrei potuto comprendere al meglio la tridimensionalità e multiculturalità del periodo e della zona geografica.

Una lettura che consiglio comunque per chi volesse iniziare a capirne un po’ di più sulla nostra storia e sul fatto che c’è sempre uno scotto da pagare per essere multiculturali ma la Storia ci fa sempre vedere quale se lo si vuole vedere.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2011

casa editrice: Editori Laterza

finito di stampare maggio 2011 presso SEDIT- Bari per conto della Gius. Laterza & Figli Spa

copertina: “Suonatori di flauto e tamburo presso la fontana di un palazzo” dettaglio della navata centrale del soffitto della Cappella Palatina di Palermo. Foto archivio Franco Cosimo Panini Editore, © Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno. Pugnale ottomano. Foto © SSPL/Getty Images

progetto grafico: Silvia Placidi/Grafica Punto Print

pagine 306

Come comunicare la cultura e arrivare davvero?

Premetto che questo articolo nasce da una mia riflessione di questi giorni e di cui non ho alcuna soluzione, anzi ho molti dubbi, nel senso che nasce dal fatto che dopo aver aperto anni fa questo blog (che sì curo con poca assiduità lo ammetto), avere una pagina fb legata, un profilo twitter e da pochissimo anche uno su instagram, mi sono chiesta come una persona normale amante della cultura possa davvero arrivare alla gente e fare comunicazione e non solo dire “ci sono io io io io io” (atteggiamento tipico, conscio o inconscio che sia, dell’uso dei social network).

musei non social

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Un giorno mi arriva (non so come e perché, lo ammetto) un twitt del genere e allora la domanda diventa ancora più ampia: come si comunica davvero la cultura? Considerando che i musei dovrebbero avere un team che lavora a questa cosa (con tutti i laureati di comunicazione ad ogni angolo, per non parlare di chi anche senza una laurea ha studiato e imparato come gestire i social), un privato cosa potrebbe fare nel suo piccolo?

Prima di tutto capire che fb, twitter, instagram e un blog non parlano mai lo stesso linguaggio e in tal modo lo stesso messaggio va rimbalzato in diverso modo su tutte queste piattaforme. Seconda cosa che bisogna interagire, lasciando a parte il proprio io perfettissimo e parlare, ma anche parlare deve essere calibrato al mezzo che si sta usando. Terza cosa imparare a usare tutta la tecnologia possibile immaginabile (pc, smartphone, tablet, macchine fotografiche serie). Quarta cosa…dedicare tanto tempo ogni giorno.

Un lavoraccio!

E chi glielo fa fare un lavoraccio così, gratis, volontariato al massimo, a un “banale” rievocatore, storico, archeologo che sia (tutti mediamente con un lavoro che è altro alla fine da quello che amano e hanno studiato) che i musei, gli enti culturali, i mass media si guardano bellamente di compiere? Amore per la materia? Va bene, facciamolo per quello! Facciamolo gratis, facciamolo perché alla fine non possiamo non andare in giro per musei e luoghi archeologici senza tornare a casa con libri, foto, cartoline, segnalibri, oggetti, suppellettili vari! Facciamolo perché se non ci aiutiamo fra di noi e non condividiamo fra appassionati chi ci potrebbe aiutare?

Ma come?

E qui torniamo al mio dubbio.

Coi blog si parla e tanto. Ottimo, comunicazione vecchio stampo, quella che a me viene meglio devo dire perché alla fine mi piace ciacolare. Ovviamente bisognerebbe scrivere in inglese perché arrivi a tanti, ma non tutti lo fanno (e i miei post con anche la traduzione diventerebbero lunghissimi) e si sopravvive benissimo anche usando google translator oppure imparando più lingue. L’importante è lasciare il canale della comunicazione aperto, rispondere anche in una lingua non tua.

Con fb ho imparato che è il mezzo migliore non solo per avere un buon archivio fotografico aperto a tutti, senza pesare sulla memoria del pc o del blog e senza altri filtri, ma è ottimo anche per condividere notizie che rimbalzano da tutto il web. Mi pare che sia una comunicazione più “enciclopedica” (perdonatemi il termine sicuramente inesatto, ma è quello che mi viene in mente a immagine), ampia, meno giornalistica. L’introduzione degli # poi ha permesso di richiamare alla memoria quello che serve come se fosse un archivio interno, se no tutto sarebbe perso (e molto è andato perso a mio parere, anche se ritornerà ciclicamente). Credo che sia quella che arriva più immediatamente, come una specie di “Cavallo di Troia”.

Instagram è “semplicemente” un album di foto da vedere; tanti #, qualche  @; interazione solo o quasi da smartphone (io amo più “lavorare”, meglio dire pasticciare, con le foto attraverso il mio antiquato portatile. Ovviamente tutte le dritte che mi passerete per usarlo al meglio sono graditissime); scaricare una foto è poco intuitivo. Eppure serve? Non l’ho capito, ma è probabile, solo che non so in che modo. Ci sono alcuni rievocatori e le foto sono splendide, ma ammetto che questa è un po’ la pavonaggine di noi rievocatori che amiamo vederci fighi nei nostri abiti storici. I musei condividono i loro reperti e ciò è ammirevole e utilissimo, a volte però sono un po’ ripetitivi (però devo davvero girarci dentro meglio) oppure non si espongono troppo per paura (?).

Twitter. Beh, davvero non so come usarlo al meglio…mi sembra sempre una piazza in cui tutti urlano le loro cose senza ascoltare nessuno, salvo che poi non ci si metta sotto una foto e allora l’attenzione viene attratta. Gli  # e @ nascono qua come mezzo di comunicazione, ma quando guardo la mia pagina vedo poche conversazioni e anche quando mi è capitato di interagire sono sempre molto scarne ed essenziali

Ovviamente tutti questi canali sono un di più al normale giornale, più o meno di settore, o al telegiornale e sono una ricchezza che va sfruttata al meglio, ma oggi come oggi, muovendomi a tentoni, ho più dubbi che certezze per far arrivare la mia passione a più gente possibile in modo che si faccia rete, comunicazione vera e che la cultura esca dai fumosi corridoi in cui certi “piccoli uomini” vorrebbero rinchiuderla come un bene privato.

Voi cosa dite? Come vi muovete sui social? Come li sfruttate per fare divulgazione della cultura? Che dritte potete darmi per imparare maggiormente a sfruttarle? Libri, testi, altro da consigliarmi da studiare?

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p.s. : Ho volutamente evitato di parlare di rievocazione e didattica, perché quelli so che fanno comunicazione, come di altri social che non uso (tipo google+) e che non so se e come possano servire (ovviamente anche qui vanno benissimo tutte le dritte per usarli al meglio). Mi sono limitata a parlare di quello che ora sto usando perché più comuni.

 

Un treno chiamato “Festival del Medioevo”.

si arriva...i pensieri

si arriva…i pensieri

Ieri finalmente mi sono messa a scrivere il post sul “Festival del Medioevo” sul blog Mansio, oggi tocca a me per me. Diventa difficile scindere le due cose e fare due discorsi diversi per un’esperienza unica e che non può non essere la summa di una condivisione di intenti e di fatica, ma ci possiamo provare (almeno in parte mi sa).

Il Festival del Medioevo è stata un’esperienza unica e spero ripetibile in futuro che ha dimostrato a me, ancora una volta, come questo mio gruppo possa essere una sana “macchina da guerra” anche (o forse dovrei dire soprattutto) nelle situazioni più complicate. Questa lo era, considerando tutte le aspettative e le ansie alla partenza; mettendo in conto la stanchezza del viaggio e di montare un accampamento semi completo in 4. E poi la didattica subito, dal primo giorno, a pieno regime, dovendo coprire tutti i buchi degli assenti (quelli che sarebbero arrivati il giovedì notte per la precisione), passando da un discorso all’altro, cercando di capire chi può sostituire chi in caso di bisogno. Solo quando arrivano gli stranieri vado sinceramente in tilt e mi rendo conto che non solo non so parlare l’inglese pur comprendendolo, ma non so fare un discorso tecnico sulla mia didattica…ho tempo un anno per rimediare! Per fortuna Elisabetta (che non si era mai palesata poliglotta), Claudio e Giovanni potevano gestire le situazioni d’emergenza, e non solo, con i vari turisti.

eh, sì, sotto quell'elmo c'è il professor A. Barbero.

eh, sì, sotto quell’elmo c’è il professor A. Barbero.

Dal primo giorno mi sono resa conto che il festival era qualcosa di diverso dal solito, sia per organizzazione che per investimenti, ma anche per interesse di pubblico: un pubblico fatto di appassionati, ma anche di curiosi, di interessati e di veri e propri stacanovisti della Storia. Mi sono guardata attorno e mi sembrava di essere in un mondo a parte, quello un po’ sperato ma raramente trovato, quello dove la cultura è un bene da condividere e da divulgare e non da tenere sotto chiave. Mi spaventava solo il confronto con gli studiosi, con l’Accademia con la A maiuscola, perché alla fine non è facile far capire loro che anche noi, magari senza una laurea, stiamo camminando a fianco, sperimentando, contestando, provando, provocando e tanto altro ancora. Invece, vedere il professor Barbero parlare e chiedere da dentro un nostro elmo perché voleva capire, provare e a suo modo sperimentare è stato per me un tuffo al cuore. In quel momento ho capito che non solo ne valeva la pena tutta la fatica, ma che non avrei dovuto temere nulla.

E ho tirato il fiato.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

Sono stati 5 giorni impegnativi, con quasi 10 ore di didattica continuativa e spesso in piedi, con la tensione che qualcosa all’ultimo non andasse come di dovere, cercando di dare il massimo, di gestire le forze di tutte, di risolvere ogni piccolo inconveniente senza mai spazientirsi. Ma sono stati 5 giorni di orgoglio: vedendo che i miei “pulcini templari” si buttavano nella mischia con le nuove didattiche (l’alimentazione e l’architettura), si mettevano alla prova sostituendo degnamente i referenti dedicati quando questi erano assenti, si ingegnavano per risolvere la logistica quando a un certo punto ci siamo trovati sommersi dalla gente. Sono orgogliosa di ognuno di loro e di come hanno gestito ogni momento, anche nello smontaggio quando l’adrenalina ha ceduto il posto alla stanchezza. Lo so che il mio sembra un discorso da “mamma chioccia”, ma purtroppo alla fine il mio istinto da veterano punta istintivamente a quel modo…prima o poi però li abbandono tutti in autostrada…

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particolari

Per quello che riguarda me, il mio piccolo banco della didattica del vestiario ho da essere orgogliosa di quello che ho, di quello che ho aggiunto, ma so quello che mi manca perché parlando con la gente ci si rende conto di quanti strumenti sarebbero necessari per meglio far comprende come da un piccolo filo (di origine animale o vegetale poco importa) si arrivi all’uomo/donna e al suo ruolo nella società. Ancora una volta mi scopro a non interessarmi davvero al concetto dell’artigianato, ma dell’antropologia che ci sta dietro a un oggetto e a vederlo come un ingranaggio di un meccanismo ben più complesso; ancora una volta confermo che non amo la ricostruzione precisa e da modellino, ma la personalizzazione che tira fuori l’essere umano dietro a un sapere, una moda, una manualità.

Ancora una volta scopro che la didattica mi rilassa, mi stimola, mi mette in dubbio e mi fa capire che non mi sentirò mai arrivata, nella continua ricerca di comprendere quello che forse non sarai mai comprensibile: il Passato.

Il Festival del Medioevo è stata un’occasione d’oro per vedere come il mio gruppo sia non solo cresciuto, ma forte e sulla buona strada; per rivedere gli amici (vedere alla voce Enzo Valentini tanto per dirne una) o conoscere di persona i contatti di fb; per stringere legami professionali spero proficui per il futuro; ma soprattutto è stata l’esperienza giusta per comprendere che in Italia si può fare Cultura e Divulgazione aperta a tutti e che parlare di Medioevo è più stimolante di quanto si possa pensare.

Grazie…dove devo firmare per venire alla seconda edizione?

io...per una volta rilassata anche se stanca

io…per una volta rilassata anche se stanca

Mantova Medievale…si fatica, ma si torna a casa.

E’ stato impegnativo iniziare a pensare a questo post dopo un Mantova Medievale così intensa e piena e faticosa. Sinceramente non saprei da che parte cominciare per raccontare come questo evento è ancora una volta un bel ritorno a casa, un modo per andare avanti, un terreno di sperimentazione, un conoscere e ritrovare amici e gente nuova.

Potrei parlare di noi, di Mansio, di tutto quello che avevamo da fare, ma per una volta ancora io qui parlo di me e di come, superando le mie paure e la fatica, ne sono uscita viva da questa rievocazione. Penserete che sia una cosa normale farlo, in fondo non è che una “scena” di quello che è successo; qualcuno di voi (vedi alla voce mamma) tirerà un sospiro di sollievo al pensiero che a questo giro non ho smosso il naso, non mi sono fatta male, non ho vinto l’ambulanza (e tutto ciò un po’ mi è mancato…sapete quando ci si abitua alle pessime abitudini, dimenticarle lascia un piccolo vuoto), non ho traumi cranici da controllare (sì, a Ferrara me ne sono procurato uno piccolo…ma era piccolo lo giuro, manco me ne sono accorta!😀 ); penserete che “cosa vuoi che sia!”. Io, invece, penso che ce l’ho fatta, anche se ho rinunciato alla battaglia della domenica perché mi mancavano le forze.

Poteva bastare un niente perché tutto andasse a rotoli. Il tempo, la stanchezza, la fatica, il caldo afoso, l’umidità, l’aria che non è mai girata nemmeno di notte. Bastava davvero pochissimo perché il nervosismo prendesse il sopravvento e facesse in modo di impedirci di gestire tutto (campo, banchetto libri, io al corso). Beh quel sassolino non si è mosso dal suo posto, niente è rotolato per terra e noi ne siamo usciti vincitori. Io ne sono uscita vincitrice, lasciando che la mia ansia di controllo se ne stesse a casa e vincesse la fiducia (“sono grandi oramai per fare quello che fai tu, mentre tu te ne stai in panciolle”), lasciando che la mia ansia da prestazione venisse ripagata da sorrisi puliti e sinceri.

la riunione dei capitani. foto di Mattia Capitano L'Elemento Umano

la riunione dei capitani.
foto di Mattia Capitano L’Elemento Umano

Ho passato tutto il tempo utile fra il mio campo e quello della Associazione Culturale Res Gestae dove “abitavano” quasi tutte le ragazze del gruppo, cercando refrigerio e arietta (nè l’una nè l’altra, ma almeno avevamo ombra), ma soprattutto cercando di passare a loro la tranquillità di affrontare la tessitura con le tavolette, di lasciarsi andare, di smollare le ansie, di rilassare le spalle e…di divertirsi. Due giorni di corso in cui avevo l’onere di insegnare tanto, almeno le basi, i trucchi (quelli che io ritengo tali e che mi hanno aiutato nel tempo a vivere la tessitura come una piacevole sfida e non come una tortura che lambicca il cervello); due giorni in cui pensavo che mi scappasse il tempo, quello che si calcola con l’orologio per dirvela tutta, e non riuscissi a fare tutto; due giorni in cui alla fine, lo dico davvero, sono volati.

il corso. foto di Elisabetta Marchi

il corso.
foto di Elisabetta Marchi

Dovrei raccontarvi cosa ho detto a loro, cosa ho passato, cosa ho fatto “mettendomi in cattedra”, beh… non ce la faccio, non è da me. Vi devo raccontare della mia ansia che pian pianino si è trasformata in tranquillità; della loro tensione che è scemata subito e si è trasformata in sorrisi; delle difficoltà che alcune trovavano, che altre superavano, che altre hanno scoperto solo alla fine; delle sfide che hanno accettato senza batter ciglio; ma non posso raccontarvi delle chiacchierate, della calma attorno a quel tavolo, delle risate, insomma di un’atmosfera che non avrei immaginato si potesse creare con così tanta facilità.

Alla fine questo post è solo un lungo e insperato ringraziamento a chi ha condiviso con me due giorni afosi e stancanti di fine agosto.

Il grazie primario va sempre a noi, alla Mansio, perché solo al video di madonna Railenda mi sono resa conto di quanto avessimo fatto, in ogni dove, senza che niente saltasse, sempre col sorriso, dandomi la conferma pratica che si può fare, che possiamo fare, che faremo sempre meglio. E prima o poi io me ne potrò andare in pensione allegramente e senza problemi.😉

Un grazie ai marshall che hanno condotto le battaglie con rigore, intransigenza, imparzialità e attenzione: non mi sarei persa per niente al mondo questo scontro, ho fatto quello che il mio fisico, viste le condizioni avverse, mi ha permesso; ho visto tanti combattenti rinunciare, viola in volto dallo sforzo, togliersi l’armatura e stendersi a terra distrutti. Eppure, malgrado tutto questo, non si può rinunciare a difendere Mantova dagli invasori milanesi!

scontro fra il Maresciallo Mansio e Leone della Principesca Contea di Gorizia. foto di Brandy

scontro fra il Maresciallo Mansio e Leone della Principesca Contea di Gorizia.
foto di Brandy

Un grazie alla Compagnia della Rosa a.d. 1403 per esserci sempre, in prima linea, a rendere questa data quella prima da segnare in calendario.

Un grazie a Sebastiano per aver creduto in me. E forse non sa nemmeno quanto questo voglia dire…

Un grazie a tutti i fotografi che sono passati per condividere con noi emozioni, preparare progetti o “solo” riallacciare conoscenze. E finalmente ho conosciuto Celia di Impressum, dopo averla letta e vista sul web per tanto tempo.

foto di Vincenzo Bruno

foto di Vincenzo Bruno

Un grazie alle “mie” ragazze: Livia Fabris della Compagnia Falchi del Secchia, MariaLuisa, Eleonora, Alessia, Maja e Livia Drusilla dei Res Gestae per tutto quello che a me hanno trasmesso con parole, sorrisi, fatica, dubbi, facce pensierose: è davvero difficile dire quanta carica mi avete dato in questi due giorni.

foto di Impressum

foto di Impressum

Un grazie agli amici (e voi sapete chi siete), quelli che ritrovi alla sera attorno a un tavolo, quelli che ti hanno dato appuntamento per tempo e quelli che ti fanno le improvvisate, perché tutta questa fatica non avrebbe senso senza tutto ciò.

foto di Maxx Laurenzi

foto di Maxx Laurenzi

Non so se la prossima Mantova Medievale potrà essere alla stessa altezza emotiva di questa, ma di certo sarà sempre il momento in cui sempre di più io mi sento a casa.

Quando la fortuna bussa…arriva a casa un pourpoint!

Raramente mi capita di prendere al volo le occasioni e raramente mi capitano occasioni che posso permettermi, ma non a questo giro. A questo giro sono stata chiamata, tutto l’universo si è concentrato per dire: è il tuo momento! Ma veramente? Sì!

Da un anno mi sto dedicando (di nuovo) al gioco di ruolo dal vivo e sono tornata a giocare nell’ambientazione di Battle for Vilegis, avendo formato un gruppo di amici rievocatori (di altre epoche e altri gruppi) con la scusa di “non siamo mai in gruppo insieme”, “una birra non basta”, “abbiamo bisogno di vacanza”, “vedrai che ti diverti”; insieme anche a queste persone si stanno valutando nuovi progetti rievocativi, stimolanti e impegnativi. E tutto questo cosa comporta? Nuovi libri, nuovi oggetti, nuove sperimentazioni, ma soprattutto nuovi armamenti. Per la gioia di grandi e piccini e di spazio vitale mio e di chi mi sta attorno.

I due progetti, distinti e distanti, alla fine convergono sugli armamenti o almeno nel live riesco a riutilizzare gli armamenti di altre epoche senza che qualcuno venga a disturbarmi con la frase “eh, ma non è filologico!”. Così quando su internet ho visto a un prezzo più che conveniente un pourpoint della mia taglia mi sono detta che doveva essere mio. E il destino mi ha aiutata: seconda prenotata, il primo rinuncia per via delle taglie e io me lo aggiudico. Lunedì scorso parte spedito in posta, il venditore mi da gli estremi per seguire il pacco e io inizio a monitorarlo, cercando di rimanere a casa alla mattina (“sai mai che si sbagli il sito e il postino anticipi…”). L’ansia è la stessa di quando si è bambini alla vigilia di Natale e sai che sotto l’albero ci saranno un sacco di pacchetti misteriosi.

Nel caso vi chiedeste cosa sia un pourpoint questo è quello di Charles de Blois e in soldoni è l’evoluzione del gambeson duecentesco. Insomma, lo mettevano i cavalieri per agganciare i pezzi di armatura, ma anche per farsi venire il fisicone e la vita stretta visto che il pourpoint è sagomato apposta. 

Anna Attiliani nel suo preciso blog Tacuinum Medievale ricostruisce il pourpoint per il suo compagno e fa una serie di spiegazioni e delucidazioni molto utili per chi volesse mettersi a farlo. Questo il post da leggere.

Stamattina il sito delle poste non voleva collaborare e l’ansia cresceva, ma di punto in bianco salta fuori la scritta “in consegna”. Sta arrivando! L’ansia cresce. La paura di aver fatto un acquisto sbagliato, di aver ricevuto una fregatura, di aver visto le misure sbagliate (cavoli, ma come fa un uomo alto 1,95 ad avere le mie stesse misure? Misteri della rievocazione e dell’anatomia), mille paure in questi giorni. Poi senti il motorino del postino e come un cane da punta sei già quasi alla porta, anzi lui suona e tu sei già volata giù dalle scale in modo così veloce che lui ti guarda stranita. “Lo stavo aspettando con ansia questo pacco! Lo monitoravo sul sito da quando mi hanno detto che era partito.” Sì, glielo ho detto davvero. Senza pudore. Siamo scoppiati a ridere entrambi, perché alla fine meglio la mia figura di bambina ansiosa che i miliardi di improperi che si prenderà per consegnare bollette e multe.

Comunque sia, il pacco sembra minuscolo, l’ansia cresce e con le mani tremanti lo porto in casa; non so nemmeno se aprirlo subito o aspettare di calmarmi, ma alla fine apro!

spacchettamento

spacchettamento

E’ piccolissimo…no, sembra…è compatto…ora lo tiro fuori..lo provo…ed è stato amore a prima vista.

esterno e interno, completo di agganci per le gambe armate

esterno e interno, completo di agganci per le gambe armate

Il pourpoint è usato, qualche leggero segno ce l’ha a guardarlo bene, ma sono davvero minimi e nel caso sistemabili. Le misure sono perfette, come se fosse stato fatto su misura per me e mi sta alla perfezione.

la serietà

la serietà

si gioca!

si gioca!

Considerando che chi lo indossava sia in questa epoca che in quella passata non aveva le tette a modificare la struttura, l’effetto addosso è da atleta (che bello posso millantare!) e davvero affina il fisico, lo sfianca e lo rende molto più affascinante.

Ora compererò il libro che consiglia Anna nel suo post e potrò studiarmi anche come si ricostruisce, perché oggi è nato un amore.

ma che caldo che fa!

ma che caldo che fa!

Ora devo trovargli un nome però…

Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

promemoria

Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano