Il mio abito duecentesco

Ricostruire significa capire, vedere, provare, sbagliare.
Ricostruire significa anche innamorarsi di un particolare e volerlo fare proprio, magari non un semplice modellino, ma una versione personalizzata.
Uno dei punti di riferimento di moltissimi rievocatori duecenteschi è la Bibbia Maciejowski, manoscritto francese del 1250 di una importanza fondamentale per le scritte in 5 lingue, ma soprattutto per tutta una serie di dettagli di abiti, oggetti, armi e armature che pochi altri manoscritti hanno.
Di certo questo manoscritto non è la prova lampante che tutta Europa avesse gli stessi oggetti e abiti, ma di certo è il miglior esempio per ricostruire un periodo e una regione, ma anche per partire per ragionare anche sulle altre regioni.
Per questa ragione essendo la Mansio Templi Parmensis sì un gruppo di templari e famiglia templare di origine italiana, ma come si evince dall’ordine stesso non monolitica né nello spazio né nella composizione delle persone che ve ne fanno parte. Quindi prima che qualcuno protesti e metta il ditino dove non dovrebbe, il nostro ragionamento di gruppo e di ricostruzione ci ha permesso di integrare la specificità italica del nord con elementi della Terrasanta (visto che nello specifico il gruppo rievoca la vita proprio in quelle zone) con presenze europee varie ed eventuali.
Ecco perché il mio abito da civile proviene proprio dalla Bibbia in questione.
Nello specifico di questa immagine è l’abito centrale, quello con guarnacca azzurra con abito bianco sotto, ma soprattutto con le maniche aperte e lasciate cadere dietro le spalle per poter lavorar meglio.
Ed ecco la mia ricostruzione.
Un grazie a tutti i fotografi che mi hanno permesso di farvi vedere il mio lavoro (nell’auto scatto ancora non sono brava) durante la manifestazione “Assedio di Brescia A.D. 1238”.
foto di Luca Verzeroli
foto di Luca Verzeroli
foto di Riccardo di Filippo
La scelta di questo tipo di abito, fra tutti quelli mostrati nel manoscritto, è dovuta essenzialmente al ruolo che ricopro nel gruppo. Non sono una nobildonna, ma faccio parte della famiglia del Tempio e quindi lavoro per esso pur non essendo di basso rango.

Un immagine mille racconti

Oggi mi sono trovata nella mia bacheca Pinterest questa stupenda immagine e oltre ad averla notata, salvata e cercato di valutarla,  mi è sovvenuta una riflessione così, molto generale (volutamente) e applicabile a tutte le fonti iconografiche.
Come al solito.
Questa è l’immagine:

tratto dal Psalter, Flanders, ca.1250.
Potete trovare un po’ di informazioni e immagini a questa pagina: http://www.guenther-rarebooks.com/en/catalogues_publications/Catalogue_online/Catalogue_10/13_Psalter_Tournai_c1270-80.php

 

Un immagine del genere ha molte soluzioni di lettura e soprattutto molti racconti.
Prima: Utilizzo.
Non è una cosa da poco che la miniatura sia un salterio o su un manoscritto.
Qui si racconta del committente (un anonimo patrono della diocesi di Tournai) che aveva però la conoscenza e la sapienza per richiedere e riconoscere la meraviglia di certe immagini.
Un appassionato di manufatti troverebbe già solo questo aspetto interessante.
Seconda: Supporto.
Pergamena.
Ci parla della preziosità del libro, dell’opera di lavoro che c’è dietro la costruzione dello stesso; la spesa; gli animali usati; quante persone ci lavorano.
Qui più figure di appassionati potrebbero essere interessate: esperto di manufatti, artigiano del libro e forse anche qualche appassionato di storia degli animali.
Terza: Tecnica:
La scelta della pittura, della miniatura, dei colori rivela una perizia e una tecnica particolari che coinvolge la tintura, la costruzione degli inchiostri, l’applicazione di essi e della foglia d’oro, la perizia tecnica del disegno e lo stile dello stesso.
Artisti e artigiani si soffermerebbero a discernere ogni singolo componente, volendo anche ricrearne le tecniche.
Quarto: La scrittura
Anche se per poco quest’immagine rivela il tipo di scrittura in uso all’epoca. Colore, forma, stile rivelano non solo la perizia tecnica, ma anche l’area geografica dell’amanuense e la politica dell’epoca.
Un calligrafico e uno storico della scrittura potrebbero già ricavare da quelle poche lettere molto più di quello che io potrei dire.
Quinto: Araldica
I simboli della gualdrappa del cavallo, con i relativi colori oro e bianco (che da quel che ricordo non dovrebbero stare insieme), potrebbero raccontare una storia tutta loro.
Quinto: Falconeria
Il nostro cavaliere porta sulla mano sinistra guantata un falco.
Un falconiere riuscirebbe facilmente a leggere la specie del volatile e la modalità di addestramento dello stesso (si intravedono i sottili fili che lo tenevano buono).
Sesto: Cavallo
Per quanto un’immagine debba essere sempre guardata con occhio critico e mai presa per oro colato (considerando che non solo la mano del pittore ha un suo valore, ma anche che la pittura non è una fotografia e che a volte vuole dimostrare qualcosa più che raccontare fedelmente quello che vede), forse un appassionato di cavalli potrebbe riconoscere quello che viene cavalcato e potrebbe raccontarci la specie, l’addestramento, la provenienza, magari anche gli incroci che può aver avuto.
E anche come si cavalcava a quel tempo.
Settimo: Vestiti
Uno studioso della moda, un ricostruttore storico vedrebbero negli abiti la scelta del colore, il taglio della stoffa per la confezione degli stessi, l’uso dei singoli indumenti, la comodità o la scomodità (sempre in paragone moderno).
Ottavo: Flora
Anche qui si cammina sul limitare del vero e del simbolico, ma non è detto che da una miniatura non si possa ricavare una specie veramente esistente.
Nono: Anatomia
In questa miniatura è veramente difficile, anche perché per molto tempo non c’era attenzione alla fisicità realistica delle persone (in certi momenti della storia c’è anche una difficoltà a distinguere uomini e donne se si eliminano certi accennati aspetti sessuali), ma in certe sculture greche e romane questo è facilissimo e soprattutto molto meno ideale di quanto si pensi (un giorno vi racconterò dello svelamento fisico degli atleti greci e della loro veridicità anatomica. Un documentario ha cambiato la mia visione dell’arte scultorea greca).
ho scelto il dettaglio del polpaccio, perché anni fa discutendo con cavallerizzi e allenatori sportivi si ragionava proprio sulla grandezza dei polpacci per riconoscere il cavaliere dal fante.
Quindi a una veloce analisi di una fonte, possiamo raccontare un’immagine almeno sotto 9 aspetti, coinvolgendo più tecnici di varie arti (senza contare che a loro volta gli esperti possono coinvolgerne altri).
E questo vale per ogni fonte che un rievocatore si trova davanti, perché alla fine mi sono resa conto che quando entri nel vizioso circolo della rievocazione, puntando alla ricostruzione e alla sperimentazione, non riesci più a guardare quello che ti trovi davanti con un solo occhio: molteplici racconti ti si aprono di fronte se si vogliono ascoltare tutti. A volte si sceglie di seguirne uno solo per comodità o per interesse.

Ricostruire un abito storico. Pantaloni per turcopolo

Non sono qui a insegnare niente a nessuno, ma semplicemente a raccontare la mia crescita come rievocatrice.
Undici anni fa non mi sarei posta tanti problemi: avrei preso della stoffa, l’avrei fatta tagliare e poi avrei fatto un abito che poteva essere medievale.
Ma fare il rievocatore, serio soprattutto, è altro ragionamento.
E’ cercare la stoffa giusta, non solo per genere, ma anche per colore e tramatura.
E’ andare in giro per negozi fino allo sfinimento.
A volte è anche perdere la pazienza con se stessi, perché ci si rende conto che si è pignoli, che a volte anche odiosi.
Poi si deve tagliare nel modo giusto e non come è possibile: esiste il concetto del risparmio della stoffa, ma non in ottica a te contemporanea, ma del periodo che hai scelto.
A volte si decide anche che bisogna (sottolineo “bisogna”) tagliare la pezza con la metratura di allora e poi ricavarne i pezzi da assemblare.
Per arrivare a questo livello un rievocatore fa e vuole fare certi passaggi, i quali a volte portano alla follia.
Qualcuno si ferma prima ed è contento lo stesso, qualcuno va avanti e diventa un po’ più talebano: cucire tutto a mano, magari anche alla luce delle candele; tessere la stoffa con riproduzioni di telai dell’epoca e poi comporre il vestito. Cose così.
Il mio livello di ricostruttore storico (con mamma al seguito perché è lei che taglia e cuce) è medio alto. Non intendo come qualità, visto che quella non la voglio giudicare io, ma come voglia di essere precisa. L’ultimo mio abito invernale medievale è stato tagliato secondo il metodo del Medievale Tailor’ assistant (da questo link scaricate direttamente il manuale) e ciò ha fatto impazzire mia mamma (oltre al fatto che lo ha fatto in mia assenza), ma con risultati ottimi. Mi sono totalmente bulleggiata ad Armi&Bagagli 2013 che potevo sembrare un po’ arrogante, ma cadeva giusto ed ero soddisfatta.
Il prossimo fine settimana poi farò un corso apposta di cucito medievale e vedremo cosa riuscirò ad imparare.
Nel frattempo imparo nuove cose sul ricamo e qui ritorniamo all’argomento di partenza, perché ricamare così, imparare i punti, fare due disegni ha sì un suo valore, ma impari di più se devi ragionare su una fonte o su un disegno per ricostruire un abito.
E qui caschiamo in due, io e Mario, amico da anni con cui abbiamo condiviso anni di rievocazione nello stesso gruppo e ora collaborazione ed amicizia.
Il suo punto di riferimento è ricostruire un turcopolo.
Con turcopolo si intende la truppa turca o araba in generale al soldo delle truppe crociate in Terra santa. Non ha un valore religioso, perché potevano essere mussulmani come cristiani, ma solo geografico. Franchi per indicare gli europei, turchi per i medio orientali.
Siamo partiti da questa immagine, anche perché io non ne sapevo nulla.
E abbiamo ragionato sui pantaloni visto che quelli erano il suo obiettivo.
A mio parere erano tessuti già così, visto che non è solo un bordo in fondo, ma ci sono alcune righe lavorate a spina di pesce lungo tutta l’altezza della gamba. L’immagine non è un reperto, ma Mario è un rievocatore scrupoloso e quindi è sicuramente quella più leggibile per ora. Vedremo cosa potrò trovare in futuro di fonte primaria.
La mia conoscenza dell’arte del ricamo è ancora agli inizi e quindi non dubito che potrei trovare un punto più adatto e corretto, ma vedendo il lavoro e poi il periodo ho scelto un punto erba e del filo di cotone da mettere in doppio per dare più spessore.
Visto che la pezza da ricamare che mi ha dato Mario era insufficiente per tutto il lavoro pensato all’inizio (bordo orizzontale e strisce verticali), ho pensato di focalizzarmi solo sui bordi inferiori. Ringrazio la Sartoria del Borgo (credo che siano a Riolo Terme) che ha fatto gli abiti di Mario per avermi dato le dimensioni giuste, perché se aspettavo lui potevo fare mille metri…
La parte di progettazione è stata quella più noiosa.
Odiavo tecnica alle medie: avevo sempre tutto il foglio sporco, anche se giusto. La professoressa era rassegnata e a volte mi dava un buon voto per l’impegno. Quindi progettare tutti questi rombi che dovevano essere uguali e precisi è stato un lavoraccio.
Alla fine ero molto fiera di me e anche se i rombi interni li ho fatti a mano libera, lo schema era venuto molto bene. Dico era, perché una volta messo sul tavolo luminoso con sopra la stoffa, essa era talmente spessa che non si vedeva nulla. Ma nulla. Avrei voluto piangere, lo ammetto.
Ripresa dallo sconforto ho dovuto rifare lo schema su tela a mano libera e stare attenta a non sbavare troppo, perché la matita non si cancella bene. Su consiglio della mamma sono andata a cercare la matita da ricamo cancellabile (lei se la ricordava), ma mi hanno guardato con aria dubbiosa. Continuerò la cerca comunque.
Poi è iniziato il lavoro e lì ho imprecato contro la mia leggerezza (mi ero dimenticata del lavoro e dovevo fare tutto in una settimana), ma soprattutto della stoffa: un truscello romagnolo-marchigiano, tela che un tempo si usava per fare le lenzuola pesanti e le tovaglie. Bellissima, forse ho qualcosa in casa di mia nonna, ma assolutamente non ricamabile, se non per delle piccole iniziali.
Quindi dopo aver spezzato un ago all’inizio del lavoro, rischiato di perderne uno per la camera, piegato un altro e finalmente minacciato il terzo (che era quello quasi perso), ho lavorato come una schiava e in una settimana quasi sono riuscita a fare tutto. Lunedì a scherma avevo male alla mano e alla spalla per il ricamare che maneggiare una spada è stata una cosa leggera.
Poi dopo aver spedito il pacchetto sono partita per Palermo e diciamo che me lo sono dimenticata finché non sono tornata in quel di Parma proprio in tempo per l’ultimo giorno di fiera.
E quando ho visto il bordo montato e sistemato, mi sono sentita molto fiera di me.
dettaglio. Non si vede nemmeno che i rombini interni sono uno diverso dall’altro. 
Mario nella sua turcopolaggine a fianco del nostro manichino templare.
Non mi aspettavo una copia del disegno, ma alla fine è molto più vicino di quanto si pensi.
Lui era molto soddisfatto e ciò mi ha fatto piacere.
Adesso continueremo a collaborare per rendere ancora più preciso il vestito, ma diciamo che è un buon inizio.

Scarsella con pavone

Gestendo la pagina facebook di questo blog e il blog stesso mi sono resa conto che devo essere più coordinata. Facebook è un mezzo molto più immediato e sinceramente necessita di pochissimo scritto, ma molte immagini; tutto il contrario è il blog il quale è un diario e quindi ha una comunicazione prettamente verbale e non fotografica. Però…però…qui si perdono i pezzi e gli avanzamenti.
Difatti se sono arrivata a ricamare una balena duecentesca è perché prima c’è stato un pavone che si è trasformato in borsa da donna medievale.
Premetto che non ho fatto la riproduzione di un reperto, ma che ho fatto un po’ di fantasia, ma quello che mi interessava era capire come lavorare in piccolo e in complessità e come trasformare il tutto in un oggetto utile per la rievocazione.
Ho scelto un pavone di origine anglosassone, anche se tirato giù da un libro di ricami di ispirazione irlandese. Premetto che non amo chiamare celtico quello che è alto medievale irlandese perché a mio modesto parere è come se chiamassero me latina romana: anche se ci sono tante cose in comune, di acqua ne è passata sotto i ponti e soprattutto ne è passata di filosofia, visione sociale e religione. Non amo nemmeno parlare di medioevo come un ammasso indistinto di mille anni di storia e di geografia; non amo nemmeno parlare di storia romana confondendo epoca monarchica, repubblica, impero e tardo impero. Questi mischioni li lascio a chi non vuole approfondire e non vuole nemmeno capire.
Perché ho scelto il pavone? Col senno di poi non avrei dovuto, ma mi piaceva e mi piaceva la sfida di doverlo ben colorare e non renderlo monocolore. Riguardando il libro di Pastouerau mi rendo conto della differenza stilistica enorme (il mio forse è un po’ troppo una revisione moderna), ma soprattutto il suo significato.
Procediamo con ordine.
foto riassuntiva del lavoro
dalla scelta dei colori e delle matassine, al procedimento del ricamo, qualche dettaglio dei punti.
La cosa difficile è stato il continuo cambio di colore e addirittura con un colore dovevo fare un piccolissimo pezzo, ma almeno mi è servito come scuola di ricamo e di pazienza.
Ma torniamo al nostro pavone e al suo significato, tenendo come riferimento sempre “Bestiari Medievali” di M.Pastoureau.
I medievali riconoscono al volatile bellezza estetica, ma sono orripilati dal suo verso e dal suo modo di fare e per questo motivo lo paragonano all’uomo orgoglioso che gira a testa alta, ma che “si riempie di vergogna quando si accorga che cammina nel fango dei suoi peccati”.
Anche questi animali sono considerati poco proliferi per colpa del maschio che troppo vanesio non attrae le femmine e poi troppo egocentrico le disturbano durante la cova, rompendo le uova.
Viene portato anche nelle mense, ma più come ornamento che come cibo, perché si ritiene la sua carne dura e puzzolente.
Per ora poco da dire sull’animale, ma sul ricamo dico che sono soddisfatta di me, ma che avrei potuto fare questo tipo di pavone tratto dal manoscritto ms Ashmole 1511 nel foglio 72, che potete vedere in questa pagina.

manichini uomo donna medievali
presso il mercato dell’ 8 dicembre 2012 in via XXII luglio, Parma
dove la Mansio Templi Parmensis ha allestito un angolo di didattico sul medioevo.

La notte bianca degli Etruschi

E’ innegabile: quando frequenti giocatori di ruolo, rievocatori e attori alla fine ti incastrano in qualcosa di divertente e di strampalato.
Beh, strampalato…per noi che vi abbiamo partecipato no, ma forse per certi parrucconi della cultura siamo fuori dalle righe.
Meglio stare fuori dalle righe, soprattutto quando si parla di divulgazione storica e scientifica. Tutta l’Europa ci sorpassa per inventiva e per divulgazione, non temendo di unire fonti, reperti, studiosi e rievocatori e attori. Noi, che potremmo navigare nell’oro per quantità e qualità dei beni archeologici, ancora non ci affidiamo alla rievocazione, la quale ha visto un notevole miglioramento di ricerca e sperimentazione negli ultimi anni.
Ma torniamo a noi.

Attraverso Lara, mente inesauribile in un corpo esile e forte, e l’associazione ArcheoStorica APS sono stata portata nel mondo degli Etruschi.
Gli Etruschi mi fanno lo stesso effetto che mi faceva 10 anni fa nominare i templari: usignur!
Per troppi anni ci sono state pre/post/trafemministe che inneggiavano al matriarcato etrusco e alla superiorità della donna nella società, dove viveva la pace e l’amore. Una cosa che mi ricordava troppo gli hippie…
Poi ci sono gli esoterici che evocano poteri paranormali e misterici. Peccato che poi alcuni di loro cadano direttamente da una astronave aliena…

Gli Etruschi invece, come ogni popolazione preromana, subisce la difficoltà di poter reperire fonti sicure e non manipolate (peccato aver perso tutta l’opera dell’imperatore Claudio) e poi subisce la manipolazione degli storici passati (non voglio sapere cosa dicevano i romantici nell”800!). Poi la lingua non aiuta.
Diciamo che se ci fossero stati, negli anni passati e nella scuola passata, studiosi più critici e meno “politicizzati” forse oggi ne sapremmo di più.
Qualche testo serio e ben documentato, con tante fonti, sta finalmente uscendo dai polverosi scaffali per arrivare al pubblico, anche se credo sarà molto difficile scardinare certi pregiudizi o manipolazioni.

Torniamo a noi.
Non ricordo esattamente quando ma in pochissimo tempo ho dovuto impararmi qualche battuta, visitare il museo di Marzabotto (ci devo assolutamente tornare per vedere meglio i reperti. Tanto è a un’oretta da Parma), imparare il teatro dell’improvvisazione, tessere meno di 8 metri di passamaneria (lasciamo stare questo tasto, perché mi arrabbio…poi vi racconterò), e buttarmi a recitare anzi ad aprire lo spettacolo all’1 di notte del 23 giugno.
Un mese intenso. Ma andava fatto.

La regia è stata curata da Natalia Comis, mentre sceneggiatura costumi e scelta di altro da Lara Comis. Due sorelle “micidiali”: sono veramente una forza messe insieme e una cultura e attenzione per particolari e altro. Lara poi si è sobbarcata il lavoro dei vestiti, dando a me il compito di rifinire il mio mantello (mi riprometto di darvi i nomi tecnici di tutti gli abiti, ma ora non me ne ricordo mezzo) con la passamaneria e a Marilena Ferrari per altri ricami. La ricerca e la costruzione è stata totalmente filologica (taglio, colore, impostazione), anche se è stato scelto, per una serie di motivi validi e incontrovertibili, di ricostruire abiti per il “teatro” e non per la rievocazione vera e propria. Scelta assolutamente vincente visto la meraviglia della resa non solo addosso a noi, ma anche negli occhi di chi ci ha guardato.

So che la foto è piccola, ma se la ingrandirete scoprirete la spiegazione scientifica di come è stato ricostruito tutto il vestiario presente nella rappresentazione teatrale all’interno del museo di Marzabotto.
Viene anche spiegato cosa sia il “Theatre museum”. 
Spero a breve di potervelo spiegare meglio.





Foto importantissima!
Qui trovate i nomi dei collaboratori, dei progettisti e come nel caso poterli contattare.

Cosa abbiamo raccontato?
Varie scene che hanno riportato in vita i veri reperti.
Una giovane coppia in cui lui parte per la guerra, mentre lei compie libagioni per la vittoria e il suo ritorno. E’ la coppia chiamata “della cimasa”.

questo è il reperto

questa la nostra ricostruzione.
Il momento è diverso, ma dovete immaginare lo stupore della gente quando ci ha visto inaspettatamente nella stessa posizione del reperto iniziare a recitare. 
Io avevo il cuore in gola.
Foto di Costanza Borsari

Poi seguivano due scene silenti con un giovane artista che lavorava la creta e il passaggio di un giovane celta. Tutti noi eravamo come fantasmi residuali e quindi nessuna interazione col pubblico (menomale!).

Eccoli mentre attendono nell’ultima sala, con tutti gli altri attori, di completare lo spettacolo.
Il giovane artista (in secondo piano) sembrava uscito dalla storia, con un fare silenzioso e sorridente. Ecco qualche sua opera: 

Terza scena.
I genitori del guerriero partito per la guerra e tornato vincitore, vogliono commissionare a un artista greco un’opera.

Poi i due sacerdoti evocati dal buio della notte (con effetti scenici), riportano alla memoria di tutti noi il sentimento religioso degli antichi.

Anche qui gli attori sono in riposo aspettando il loro turno.
Purtroppo non sono riuscita a fare le foto artistiche per tutti i momenti, ma solo rubando qua e là i volti e le emozioni dei miei compagni. 
Rimangono le emozioni, ma quelle non si possono fotografare.

Alla fine il celta visto di passaggio racconta la sua presenza e con essa la storia di Marzabotto nel momento in cui la storia etrusca sembra essere al declino per lasciare lo spazio alla storia celta e romana.

E qui finiva la nostra storia, mentre l’applauso del pubblico lasciava lontane le ansie e le paure.
Due turni e un sacco di gente.
Molta soddisfazione.

Ma la notte non finiva qui, anzi non era nemmeno iniziata con lo spettacolo.
Qui potrete leggere tutto il programma.
Quello che non potrete leggere è l’emozione di vedere l’alba vestiti da etruschi, mentre un professore racconta la fondazione della città e il suo valore religioso.

E mentre il professore ci portava verso il sole e il suono di una cornamusa cercava di rievocare suoni primordiali, scoprire che il sonno ci ha abbandonato (momentaneamente ovvio visto che eravamo svegli dalla mattina del sabato e qui siamo a domenica…) e abbiamo ancora voglia di vedere e scoprire.
Passando per il bosco, lasciarci alle spalle il nostro tempo e salire verso l’acropoli.
E sentirsi Etruschi…anche solo per una mattinata…

E poi divertiti, assonnati, ritornare a casa…lasciando alle nostre spalle le nostre ombre che si allungano verso la Storia…
Ecco il gruppo al completo (più qualche imbucato, ma sempre legato all’evento):

e la regista:

Grazie a tutti per la magnifica esperienza. Spero di poterla ripetere e che non rimanga un unicum nella mia “carriera” da rievocatrice.

Guarnacca vikinga

Un post solo di foto per farvi vedere un’altra creazione.

Doppi martelli di Thor in lana merino.
30 tavolette.
Committente: il Commendatario per la sua guarnacca civile. E siccome lui ha una passione per i vikinghi (poi mi chiedo come mai sia finito a fare il templare), chi sono io per oppormi alla sua richiesta del martello di Thor. Doppio, perchè non si sa mai.



Il rotolo di 4 metri



fronte



retro



realizzazione.
La guarnacca di lana pesante appartiene al Commendatario.



particolare del bordo estremo della guarnacca

particolare della manica della guarnacca

particolare del collo

Io alla prova di Marcia storica medievale sui monti attorno a Berceto.
Si vede che mi sta grande.
Il Commendatario ha un’altra stazza.

Abito etrusco-romano

L’anno scorso ho partecipato alla rievocazione etrusca insieme alla I Legio Italica, a Marzabotto.
Siccome non avevo nulla di etrusco ho dovuto adattare un abito romano, fatto anni fa per partecipare al Natale Romano.
Quale migliore occasione per provare una delle mie passamanerie!

Ecco una serie di foto per farvi capire meglio quello che ho fatto.

Prima di tutto la passamaneria fatta con 100% cotone biologico. Sì lo so, il cotone non era diffuso in Etruria, ma non sempre è possibile trovare il filato giusto e del colore che possa andare al proprio progetto.

La matassa di passamaneria realizzata

Fronte e retro appaiati
Questo invece è la realizzazione dell’abito. Il colore è molto particolare e forse più adatta alla riproduzione di un abito da sposa, ma è di un lino talmente bello che me ne sono innamorata anni fa quando lo trovai dallo scampolaio.

Questa è invece la realizzazione in una foto fattami dalla mia Schiava. Non chiedetemi il perchè della posa (come dice la mia Schiava da vaso greco): faceva molto caldo e credo che il mio neurone volesse solo divertirsi.
Che ne dite?