Mantova Medievale, ma ancora?

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In versione duecentesca e civile. Foto di Paolo Tamassia

Se mi guardo indietro questo è un post classico, qualcosa che va scritto, che segna i ricordi dietro a un evento che oramai dovrebbe essere scontato. Non c’è mai niente di scontato nella vita, nemmeno quando incontri le stesse persone negli stessi posti a fare le stesse cose. “Mantova Medievale, ma ancora mi sconvolgi così?” Questo sarebbe stato il titolo giusto, ma va bene così.

Lo sapevo che quest anno sarebbe stato diverso. Ogni anno lo potrei dire, ma questa volta ne avevo la certezza. Alla fine di Ferrara 2015 come gruppo abbiamo pensato seriamente di prendere una decisione; a gennaio l’assemblea generale ha ascoltato la proposta e a maggioranza l’ha accettata; a Mantova 2016 il nuovo progetto avrebbe preso vita. Non prima. Non altrove. A Mantova. Agli amici non si “deve” nulla, con gli amici si fa, la riconoscenza la lascio a chi non ha altri sentimenti, ma era giusto che fosse lì, dove Gabriele fa il Marchese di Mantova, dove tutto è nato anni fa, dove ci siamo fatti le ossa, dove abbiamo iniziato a ragionare sulla sperimentazione della scherma, dove ci siamo guadagnato il rispetto degli altri e minimizzato le polemiche. Non me ne voglia Tiziano, ma lo dovevamo a Gabriele per tutto il lavoro di inizio che abbiamo fatto con lui in questo ultimo anno fra una stagione rievocativa e l’altra.

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Perché a questo giro ho fatto un sacco di chiacchiere in giro per i campi, al mercato e al punto birra.  Foto di Impressum

Ricordo le spese folli in fiera a Ferrara a novembre e a Piacenza a marzo. Ricordo lo stage di scherma di spada a una mano e mezza in montagna da Guidalberto. Ricordo i miei improperi quando non riuscivo a capire la Storia. Ricordo una sera a Urbino con Betta a tradurre dal francese e a iniziare a capire. In un anno il progetto “1410” prendeva forma. A Ferrara le aspettative degli altri erano grandi, avrebbero voluto allora il battesimo, ma non eravamo pronti, pur essendoci resi conto che “solo noi potevamo farlo”. Poi la pausa in un’estate calda e afosa, la sfiga che ci ha giocato brutti scherzi, il cervello in pappa e poi l’ansia vera e propria…non eravamo pronti. Lo so non dovrei dirlo. Si deve raccontare che si va sempre bene, che siamo bravi, splendidi, forti e che tutto ci riesce bene. Io non so mentire, io non voglio più mentire. A una settimana da Mantova alcune cose non erano pronte, a due giorni da Mantova io e mio fratello avevamo tutto (gli unici che avrebbero potuto iniziare) per partire ma non sapevamo come saremmo stati, ci guardavamo e ci facevamo “coraggio” perché tanto buttarsi si fa e chi non lo fa è un pavido.

Cucivo cotte d’arme strane, coi colori “sbagliati”, strette e corte. E sai duecenteschi con tasselli e gheroni per ricordarmi da dove venivo.

Guardavo le cose e mi sembrava tutto strano.

Mantova arriva con un giorno in anticipo il venerdì sera. Le tradizioni sono state ribaltate. L’ansia cresce. Va bene così.

Questo non è un resoconto, una cronaca, è solo il mio sfogo, quindi si passa alla fine direttamente, anzi no, si passa al sabato sera per la prima battaglia in notturna.

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Quanto sono grossa in questa muova veste militare…sì, sono io, davvero!   Foto di Brandy Grendel

Ci si prepara. Siamo in pochi. Il resto del gruppo è in Francia. Da giovedì abbiamo uno scambio diretto via wa, ma non sono con me. Non ci sono. Punto. Non si può vietare un’uscita quando sai che è importante su tanti aspetti (sia la Francia che Mantova lo erano, ed erano in contemporanea), ma egoisticamente io volevo che i “miei” templari, ospitalieri, dame e turcopoli fossero lì. A vedere le nuove armature, le nuove livree, l’emozione, lo stordimento, i sorridi larghi e gli occhi da bambino di tutti noi, sentire l’ansia crescere, vedere gli altri rievocatori aspettarci al varco e poi annuire sorridendo. Sentire il rumore, vedere la luce delle candele sulle armature, aprire gli elmi per far bere, sentire le botte, sistemare tutta quella ferraglia che si muoveva diversamente, non capirci nulla e ridere alla fine per alleggerire la tensione. Volevo che fossero lì. Punto. Non c’è molto altro da spiegare.

Mantova Medievale 2016 è il punto di svolta. E’ il salto della Mansio alla fine del trecento e siccome per colpa del truffaldino Filippo il Bello non si possono fare i templari, abbiamo scelto i Cavalieri di Rodi. E io sono lì in prima linea, sempre a portare avanti quello che ho scelto 15 anni fa quando mi sono imbattuta nella rievocazione. Sono gli stimoli nuovi quelli che non fanno morire le persone; l’abitudine uccide qualsiasi tipo di relazione. Non finisce il duecento, ci sono troppe cose da fare, rifare, controllare, risistemare; ci sono eventi su cui scommettere, gruppi con cui provare le nuove collaborazioni; ma bisogna buttare anche tutto all’aria e ricominciare e provare. E io ci sto provando. Prendo le mie casse piene di panni e burattini e vado avanti, con i piedi pesanti, la testa nell’elmo (ora non so più quale), vestiti, armature, cotte, usberghi e gambeson: tutto doppio, tutto in evoluzione, non si lascia a casa nulla, non si abbandona nessuno.

Mantova Medievale è casa, famiglia, natale coi parenti buoni, risate, sbatacchiate, botte e segni sull’elmo, ma non si può rinunciare. Ora più che mai.

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Io. E sono splendida! Grazie Giacchino Sparrone per la foto.

p.s: Non citate Giovanna D’Arco a vedermi (sono stanca di questo banale paragone e un giorno vi spiegherò perché), sarebbe un errore storico e filologico, ma soprattutto non sarebbe giusto per me. Sono la veterana di seconda linea, quella che fa da puntello in modo che il grosso davanti a me non retroceda all’impatto (e di solito ce la faccio a fare il mio dovere), non mi interessa il comando, non mi interessa stare in prima linea, non mi interessa altro che divertirmi, so quando fermarmi e quando spingermi oltre. Forse chi non ha mai indossato un’armatura non può capire quale vero senso di comunanza si prova dentro a quel ferro, quella lana, quelle imbottiture: non c’è niente di sacro, leggendario, epico, c’è solo e tanta concreta energia. Ridiamo sì, è vero, lo facciamo per la tensione, lo facciamo perché ci stiamo divertendo e quando la gente si diverte con gli altri ride (e per fortuna), ma sappiamo i nostri limiti e sappiamo chi siamo. Io sono semplicemente io, col mio nome medievale di Eloisa (e già mi porto dietro un paragone impegnativo), ma quando chiudo l’elmo sono “solo” un serragente del Tempio, un fratello ad terminum, e ora un sergente dei cavalieri di Rodi e fidatevi che è già tanta roba così. Grazie.

Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

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Il duecentesco contro il quattrocentesco si piega ma non si spezza: Mantova Medievale 2013

Anche quest’anno la stagione raggiunge la sua fine, o quasi, con un evento a me molto caro: Mantova Medievale. Come ho potuto dire anche l’anno scorso, o forse no, noi come Mansio Templi Parmensis c’entriamo come i cavoli a merenda, visto che l’evento è fine 1300 inizio 1400, ma con gli organizzatori (il gruppo “Compagnia della Rosa a.d. 1403”) c’è una bella intesa e quindi è bello essere confermati anno dopo anno, perché la stima c’è e l’amicizia pure.
Quest’anno poi orfano di La Barben (saltata per motivi organizzativi), le aspettative erano alte: avevo voglia di fare una bella rievocazione, di potermi godere lo scenario e la compagnia e poi dare durissimo in battaglia!
Mamma smettila di leggere che poi mi picchi! ahahahahah
Perché Mantova Medievale è anche il luogo dei “paparazzi” e a volte ti prendono alla sprovvista e vien fuori la tranquillità di quello che sei a discapito di tutto e tutti.

Alla fine questa battaglia è l’unica che ci mette davvero alla prova e ci costringe a mettere in atto tutto l’allenamento schermistico dell’anno. Perché Mantova e non nelle altre? Ma, forse è il periodo rievocato o forse i rievocatori presenti, comunque sia lì si picchia duro e onesto.

Regola dei quattrocenteschi: picchia e prendine finché non sei stanco.
Regola dei duecenteschi: vai giù dopo un po’ di colpi in base all’armatura che hai.
Beh, bella differenza di mentalità, non credete?
Un quattrocentesco di media è più bardato, ma non è detto; più grosso e più alto; e per loro noi siamo fanti leggeri (rabbia!), ma alla fine anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, incontrandosi ogni anno sullo stesso campo verde, beh ci siamo ben guadagnati il rispetto che abbiamo ricevuto.
Non siamo partiti con l’intenzione di fare i bravi scolaretti e diventare i primi della classe. Ogni volta Mantova ci ha messo di fronte alle nostre difficoltà, ci ha spronato a capire dove migliorare, ci ha aperto nuove possibilità di sperimentazione, ci ha visto applicare tutte le teorie pensate davanti a una birra e provate negli stage. Mantova è il nostro personalissimo laboratorio schermistico.
I capitani e gli stendardi alla presentazione del nemico.

I primi anni, in cui vi ho partecipato, ho avuto serie difficoltà in battaglia sia per la presenza di alcuni esagerati che pensavano seriamente di essere a Battle of the Nation, ma anche per la mia impreparazione, dopo è stato un puro divertimento e a questo giro mi sono guadagnata i gradi. Ho guadagnato il rispetto di tutti quegli omoni piastrati che se le danno e poi ridono e poi vanno a bere una birra insieme. Ho guadagnato i sorrisi, le pacche virili e i gentili apprezzamenti per la mia salute.

Perché a questo giro ho vinto io l’ambulanza dopo la battaglia della domenica e ho rischiato di lasciarci un pezzo di me.
Andiamo con ordine.
Di solito le battaglie sono preordinate: si sa chi vince, o meglio si sa quale schieramento vince. Tu sei lì pronto solo a divertirti e a decidere se devi morire te o l’altro al di là delle reciproche capacità. Vabbè, a volte ti diverti lo stesso (come appunto a La Barben), a volte fai solo il tuo compitino anche se lo fai bene e ti diverti con quelli del tuo schieramento. Anche qui è stata fino all’anno scorso così, anche se la regola quattrocentesca di prenderne quante ne vuoi, muove un po’ la durata del tutto. Questa volta siamo andati in libera, o meglio, avrebbe dovuto essere pari e patta, ma…ecco…ci siamo fatti prendere dalla foga, dal divertimento, dai fisici che reggevano e dalla voglia di divertirsi. Quindi complice anche mio fratello (che comandava uno dei reparti del nostro schieramento. Per la serie “non c’entriamo niente e cerchiamo di mischiarci nella folla”), siamo andati alla morte: invece che 3 salve di frecce e 3 scontri, siamo arrivati a 5 salve e 7 cariche. Sfiancati, coi polmoni fischianti e i muscoli doloranti vince il nostro schieramento.

Lo scontro dei muri di scudi.
C’è un secondo in cui il tempo si ferma, poi le forze prendono il sopravvento e tutto prende inizio.

Saetta si è dimostrato un pilastro della prima linea, anche se ancora sfugge e gli devo urlare di tornare indietro, ma ha sfiancato un sacco di gente. Mario veloce ha veramente infastidito tutti, correndo da una parte all’altra dello schieramento avversario. Io ho tenuto, come una seconda linea, posizione. Non so come ho fatto ma puntellavo Saetta e lui, che forzava come chissà, rimaneva al suo posto. Brava puntello! Testa bassa e spingere come se non ci fosse un domani. Poi essendo piccola la terza linea poteva picchiare gli altri. Quando c’era bisogno poi picchiavo anche io.

La mia fatica e il dolore per un piede dolorante (a sto giro davvero mi hanno massacrato, ma io ho continuato).
Sembro arrabbiata, ma non è vero. Ero strafelice di come andava, ma sentivo dolore ovunque.

La battaglia del sabato ci vede uscire esaltati e contenti, ma ci sfianca. Alle 23 eravamo già tutti a letto. In 4 non si può chiedere di più: sveglia presto, montaggio campo e battaglia epica.

E’ bello andare a letto con la consapevolezza che te lo sei meritato e che la stanchezza vedrà il coma del sonno beato.
La domenica vede l’alzata presto per le riprese rai, ma poi tanto riposo. Poco da fare, clima meraviglioso e riposo per la seconda battaglia. Ci raggiunge il resto del gruppo: da 4 passiamo a 16 e il divertimento aumenta. Anche gli altri gruppi vengono raggiunti dai ritardatari e le fila degli accampamenti si ingrossano.

Il nostro schieramento. Le araldiche diventano fondamentali nella mischia.
Bisogna che le impari meglio la prossima volta.

Questa volta sappiamo che è in libera, anche se ci hanno detto che sarà pari e patta. Ci prepariamo, ma anche loro sono pronti e lo sentiamo tutti.
Fanno una tecnica geniale: impattano, tengono il muro di scudi e poi d’improvviso cedono e noi ci sfaldiamo e ci picchiano. Così un paio di volte, ma oramai lo abbiamo capito e siamo pronti. Di fronte a me, o meglio a Saetta, ci sono un paio di giganti. Per me sono tutti alti, e non mi preoccupo. Ripeto gli ordini, mi guardo attorno e a tempo debito puntello. Tengo. Resisto e poi un fortissimo SDENG! in testa. Vedo nero. Un passo indietro, in mezzo alla mischia, è questione di un paio di secondi. Il naso non sanguina anche se sente la botta. Decido di continuare a combattere. Questa volta non cedo. Non voglio. Non lo permetto.

Altri scontri e poi vengo atterrata. Vabbè, ho dato tutto quello che potevo.
Tolgo l’elmo e vedo il sangue. Con la mano controllo il naso ed è solo un graffio. Per precauzione non faccio il morto sdraiato, ma il moribondo seduto. Mi godo la scena finale a pochi passi da me.
Il capitano dello schieramento avversario si avvicina al nostro, Giorgio degli Squarzacoje, e gli intima la resa. Il nostro gli rende gli onori e l’avversario lo alza e gli rende gli onori. Emozione. Da groppo in gola.
Ecco il momento della resa. Emozione.
A destra mi si intravede, mentre cerco di riprendere fiato.

“Si alzino i morti!” La battaglia è finita. Sono ancora un po’ rintronata, ma credo che sia normale. Un armigero mi guarda e si spaventa: “Ti aiuto ad alzarti, seri ferita”. “Ma no è solo un graffio.” E mi aiuta ad alzarmi, penso che sia solo galanteria, non penso ad altro. Mi aiuta a trovare i miei e mio fratello mi guarda e mi dice “E’ storto.” Il naso. Ora ho capito che qualcosa non è come al solito. Chiamano i paramedici e mi visitano. L’adrenalina inizia a scendere, inizia il dolore, ma non vedendomi non capisco, però va tutto bene e tempo mezz’ora torno al campo con il ghiaccio sul naso. Tutti, fra i campi, preoccupati chiedono. Io rido ” Se non volevo farmi male, stavo a ricamare al campo!” E giù tutti a condividere. Faccio parte del gruppo. L’adrenalina scende ancora e non riesco a dare una mano a smontare il campo come vorrei e inizio a subire il vento freddo (ma solo io lo sento così?) che si è alzato dal lago. Forse è peggio di quello che pensassi, ma che importa mi sono divertita.

La visita medica del martedì conferma quello che vedevo allo specchio: ho storto l’osso nasale, non rotto. Il naso è gonfio e dolorante, ma passerà; la stortura non si sa. Pazienza. Si vede che non basta un quattrocentesco per rompermi davvero.
Ho vinto la mia Mantova Medievale e ho fatto il salto di qualità. Mi è andata bene, ma se ci penso la cosa mi galvanizza e basta. Penserete che io sia folle, ma credo di aver capito ancora di più qualcosa di me e questo mi rende fiera di me. Il resto non conta. Il resto si aggiusta, a Dio piacendo.

Un sorriso vale più di mille parole

Ogni tanto qualcuno mi chiede, dopo che sono tornata da una rievocazione, un resoconto dell’evento. Io faccio fatica a fare una cronaca, perché una rievocazione non è un susseguirsi di cose viste, di dettagli filologici o meno scoperti, di richieste da parte dell’organizzazione, di posti visitati (ecco questo proprio no, visto che raramente abbiamo tempo per fare i turisti, anche se ogni tanto scappa). Soprattutto quando sono 10 anni che vai in giro per Italia e all’estero queste cose non le noti più, sono dettagli noiosi.
Quando vado in rievocazione spesso ritorno in campi che frequento da anni, mi guardo attorno per salutare i vecchi amici, stringerli in abbracci, sapere come stanno; dopo che è un anno che bazzico su fb essa è anche l’occasione per incontrare davvero i tuoi contatti, guardarli negli occhi e vedere delle persone dietro un profilo. Poi ci sono i rapporti diplomatici con gruppi, artigiani, organizzazioni, e queste le fai se sai di cosa parlare e come parlare.
In rievocazione a volte è anche difficile riuscire a uscire dal proprio campo visto la mole di lavoro che devi fare e l’attenzione a che tutto possa andare bene e tutto ciò non si può descrivere, perché non sono un manuale umano per nuovi rievocatori. 
La rievocazione la si deve vivere dall’interno, quando senti la fatica, la puzza, il dolore, l’umido sulla pelle; quando le cose vanno bene e altre le devi rimediare perché vadano bene; quando devi mediare con i caratteri di tutti e anche (a volte soprattutto) col tuo.
A volte torni a casa distrutta, a volte vorresti smettere, a volte sei felice e non vorresti mai smettere e capisci perché hai iniziato e perché vuoi andare avanti.
Di solito queste emozioni le provo quando torniamo da La Barben dopo una bella e conosciuta rievocazione francese dove è bello rincontrare gli amici, picchiare gli amici, ridere ed emozionarti quando tutti insieme (noi, i Blanc Manteaux, i Grifoni e tanti altri) vediamo i nuovi diventare sergenti o i meritevoli diventare cavalieri.
In Italia raramente provo la stessa emozione, forse perché raramente ci sono momenti in cui i rievocatori possono stare fra di loro oppure hanno la possibilità di gestire il proprio tempo e quindi “interpretare” un personaggio.
Brescia è stata così e ce la siamo proprio goduta.
Ma anche l’ultima, appena fatta, cioè Mantova Medievale.
Se non siete potuti venire vi siete persi una gran bella rievocazione!
Il prossimo anno pensateci e non fatevela scappare.
Ma quello che voglio dire non è tanto cosa abbiamo fatto, quanti amici ho rivisto, o quanto stupenderrima era la mia tenda arredata.
Quello che voglio dire è che a volte da una foto traspare quello che siamo e che le persone dovrebbero guardarle bene e capire che i preconcetti (anche in buona fede) sono deleteri. Quello che voglio farvi vedere è chi sono io davvero.
Perché quello che avete letto è solo una parte di me.
Una parte del mio lavoro da rievocatrice. 
Non so perché, ma per ora vi ho mostrato solo la parte che io sto stessa sto imparando, capendo nuove tecniche, antichi mestieri.
Quello che sono è tanto e tutt’altro. E chi mi conosce davvero lo sa.
Non cerca di mettermi in una scatola, in un ruolo, in una figurina. Chi mi conosce non si pone il problema di catalogarmi, perché lo sa che non è possibile e che non lo sopporto (chi lo fa scatena la mia ira. E non è un modo di dire).
A Mantova Medievale, come ci sta capitando da almeno un anno e più, ci sono stati tantissimi fotografi che ci hanno immortalato sia posando che prendendoci nella nostra normalità. Tutti i rievocatori lo sanno e il rumore delle macchine fotografiche si sente, ma dopo poco te ne fai una ragione e te lo dimentichi e sei te stesso.
Quindi il lunedì dopo trovi la vera motivazione per cui si rimane su fb: vedersi in foto!
E scopri quello che vedono di te gli altri e scopri anche cosa comunichi.
Di certo io aspettavo fortemente questa foto, chiesta e ottenuta da Camillo Balossini. Avevo arredato la tenda anche perché lui mi facesse quella foto. Mi serviva una foto seria, elegante e femminile. Mi serviva per quello che sto facendo anche qui sul blog.
foto di Camillo Balossini
Stupenda!
Molto meglio di quanto mi immaginassi. Ha tutto quello che mi aspettavo che si vedesse. Mi fa anche le gambe lunghe! 
Sono rimasta a guardarla per lunghi minuti e non trovavo niente che non fosse a posto, preciso, proprio come la volessi io. Balossini come al solito è riuscito a cogliere tutto il racconto che sta dietro a un personaggio rievocato e lo rende vivo. Qualcuno dirà che è tutto merito del rievocatore, ma io penso che se non è il “lettore” (cioè lo spettatore) che decodifica il nostro lavoro e la nostra passione, nessun altro lo può fare.
Lui lo ha fatto e io ne sono felice.
Se volete vedere le altre sue foto di Mantova Medievale le trovate qui sul suo profilo fb.
Poi più il tempo passava e più foto veniva fuori e le emozioni ritornavano alla memoria (beh non era passato tanto tempo, ma capite sembrava di essere di nuovo lì sul lungo lago). E vedi particolari che ti erano sfuggiti, eventi che avevi perso, situazioni ricreate per dare l’idea di essere tornati nel 1403 (noi c’entriamo come i cavoli a merenda, ma tant’è!). Ridi, ti emozioni e poi ti vedi!
Ti vedi per come sei, per quello che hai vissuto, per quello che in una rievocazione ti ha emozionato davvero. E sei felice a vederti così.
Ripensi alla fatica, alle botte prese in testa, al dolore al polso colpa di una scudata; senti ancora il fiato corto, la milza dolorante, la tachicardia che ti toglie il fiato; la testa che ti scoppia dal gran caldo, il respiro bollente. Ricordi tutto, ogni singolo istante e…sei felice.
Perché non c’è manufatto che io possa fare che possa strapparmi la stessa sensazione di essermi guadagnata il mio posto come stare in seconda linea, dire scemenze con bestioni il doppio di me prima che lo scontro abbia inizio, ma che si comportano come se il sesso non fosse un problema: se sei sul campo di battaglia vuol dire che sei pronta a prenderle e che non scapperai dalla mamma piangendo. 
E io sono pronta. Sono diventata pronta con tutti i lividi che mi sono fatta in allenamento durante l’inverno a scherma, con tutte le botte prese, con tutta la fatica e il voler spostare il limite fisico un po’ più in là.
E allora ho visto che chi sono veramente io a volte viene fuori in tutta la sua verità e spontaneità.
e il suo album fb di Mantova Medievale 
Eccomi dopo una delle più divertenti e oneste battaglie che io abbia mai fatto negli ultimi tempi (ovvio tolta la Barben). Ne ho prese tante, mi ha abbattuto una alabarda sulla crapa che mi ha fatto vedere le stelle, ma non sono mai stata bene come in quel momento. E sì, ridevo di gioia!
Questa sono io: con 12 kg di armatura (solo perché è più corto l’usbergo, ma ne avrò uno corretto!), con il gambeson che puzza come 10 capre, con il fisico da “Sergente Bialetti” (primo soprannome datomi), con tutto il possibile per mascherare che io sia una donna.
Tutto il resto è uno stupendo corollario (che vorrei aumentasse ovvio) di una rievocatrice che ha iniziato a fare rievocazione perché poteva finalmente imparare a combattere con una spada vera e che non vorrà mai smettere di farlo, anzi che vorrà spostare il limite del proprio fisico un po’ più in là e capire davvero quanto cavolo sia faticoso fare il cavaliere!