La gabbia del “mediomedioevo”

cropped-codex-grc3a6cus-matritensis-ioannis-skyllitzes-sicilia-xii-secolo.jpgPrima di tutto permettetemi di spiegarvi cosa intendo io per “mediomedioevo”. Il termine nacque (non chiedetemi dove come e quando perché non sarei specifica visto il tempo passato ma soprattutto, fidatevi, non è nemmeno interessante saperlo) più o meno consapevolmente una decina di anni fa in senso positivo, ma anche con un risvolto negativo: il positivo è far capire ai rievocatori che i ritrovamenti eccezionali, in senso di eccezioni, non possono diventare la regola di ricostruzione per tutti, quindi se in quella tal tomba era stato ritrovato quel tal oggetto ma solo lì e solo quello, quello doveva rimanere un unicum, chiaro? In senso negativo invece è stato usato per eliminare tutte le differenze: si è partito con il minimizzare le mode regionali presenti in Italia per uniformarsi a due o tre standard molto simili tra loro (e quindi accettabili uniformemente), per arrivare alle tecniche di comportamento, di combattimento, il cibo e via andare: nacque il termine di “mediomedioevo” proprio per indicare che doveva esistere uno standard italico comunale secolare a cui il rievocatore si sarebbe dovuto adeguare per essere considerato un valido rievocatore; tutte le eccezioni sarebbero state mal viste e non considerate in sede di eventi, con a volte pretese di cambiare per poterli tollerare. ALT! Ma dove sta scritto ‘sta put…..ta? Da nessuna parte, ma sicuramente nella testa di alcuni rievocatori è stata presa come la bibbia (volutamente scritto minuscolo perché quel modo di fare non ha alcun valore scientifico o morale o etico o non so cosa che si debba applicare seriamente alla rievocazione) e come tale si è diffusa fra chi in modo molto pigro si è pedissequamente adeguato.

Risultato? Risultato allora che chi faceva cose extra “mediomedioevo” ha dovuto lottare e faticare e forse sbattere anche qualche porta, mentre le nuove leve rievocative si sono adattate pigramente a uno standard che non ha portato per niente a elevare la ricerca, la sperimentazione e la diversità. Anzi.

Perché cari i miei rievocatori sapientoni, molti di voi non hanno compreso assolutamente niente di quello che hanno letto negli anni.

Vi rimando al post scritto dal mio gruppo sul nostro blog per capire l’inizio del mio ragionamento: “Perché è fondamentale rievocare i templari?” Da quel post partono o nascono tanti ragionamenti legati a tante altre figure che non vogliamo o non capiamo essere fondamentali.

Ordini monastici militari. Presenti nella Storia dal XII secolo almeno e vigenti tutt’ora. Pochi comprendono appieno la portata rivoluzionaria non solo dei templari, ma anche degli ospitalieri e dei teutonici (per parlare di solo quelli più conosciuti). Pochi gruppi li fanno (beh pochissimi oserei dire…e li conosco per nome tutti!) e pochi eventi capiscono che la loro presenza è fondamentale per dare una normalità alla verosimiglianza storica.

Ebrei. Quasi assenti da ogni panorama rievocativo, pur essendo presenti in Italia dal 70 d.C indicativamente e avendo forti comunità sparse in varie zone ed essendo presenti per esempio in alcune leggi suntuarie (tanto per citare un qualcosa che piace tanto di questi tempi in cui i vestiti sono diventati oramai il punto nodale di tanti gruppi). Perché non li si ricostruisce? Ah, boh…son ebrei…che ne so io (leggere tutto con tono sarcastico). So di un gruppo che ha fatto partire il progetto ed essendo loro abituati a fare i saraceni so che hanno la mentalità giusta per parlare dei “diversi”.

Musulmani e/o arabi cristiani. Altro tasto dolente, pur considerando che tutto il sud Italia vedeva le presenze dei primi, la Spagna era musulmana fino al XIV circa e tutto il medio oriente vedeva la presenza di arabi cristiani a fianco o meno dei latini arrivati per riconquistare la Terrasanta, i gruppi che li annoverano al loro interno forse si contano sulle dita di una mano. Ah, ma sono lontani dal “mediomedioevovicinovicino”…

Suore, preti, frati, monaci e prelati vari. “Son noiosiiiii”, “Ma chi vuol fare una suora???” è vero, è molto più figo fare il cavaliere, è molto più ganzo fare il mercante, è molto più divertente fare il mercenario (possibilmente bracalone, ateo, mal messo, mal organizzato e senza disciplina). Eppure i nostri cavalieri, mercanti, dame, artigiani e artigiane e i nostri mercenari vivevano a stretto contatto con loro in ogni momento della loro vita, volenti o nolenti e noi rievocatori no. Come possiamo dirci precisi?

Questi sono solo esempi per far capire quante cose mancano a noi rievocatori e non vogliamo vedere perché “che palle!”, perché alla fine ci guardiamo attorno negli eventi e siamo tutti simili senza doverci spingere a metterci in discussione e a vedere che molti di noi non fanno nemmeno un minimo sforzo per non fare la copia di un altro rievocatore. Siamo pigri. Punto. E tutto ciò è francamente detestabile.

La pigrizia sta uccidendo certi periodi rievocativi e solo un nuovo modo di farlo può salvare capra e cavoli (nel senso di eventi, di patrimonio artistico, di patrimonio immateriale del sapere, della fatica del lavoro di tanti gruppi che stanno lavorando da anni); solo la spinta a capire cosa si legge senza ripeterlo a papera mentre si fa didattica; la spinta a capire seriamente la complessità di ogni mondo e secolo che rievochiamo, la multiculturalità del medioevo (che vien sempre visto molto banale e monolitico, mentre era altrettanto complesso quanto un periodo romano sempre visto variegato e particolare); dobbiamo metterci in gioco e sperimentare e uscire dalla gabbia, perché questa gabbia del “mediomedioevo” ci sta portando alla mediocrità.

Cavoli, abbiamo dei tecnici ricostruttori che sono a livello oramai dei più bravi esteri, abbiamo eventi che potrebbero davvero rendere tantissimo, abbiamo gruppi che si fanno ben vedere fuori anche dei patri confini, ma se ci guardiamo siamo un po’ tutti uguali! Usciamo dalle nostre gabbie mentali, sperimentiamo, proviamo a vedere che c’è davvero molto di più sia in fichezza che in manualità e che le vesti di lanaultrafigheelavorate (sì, lo scrivo tutto attaccato e capite perché) non sono di più di un sobrio abito nero da frate o da frate combattente. Rompiamo la gabbia, perché è tempo!

POSTILLA:

Prima che mi scriviate “Fai tu!” o un “Ma tu cosa fai per cambiare?” “O chi ti credi di essere?”, vorrei ricordarvi che:

  1. faccio parte di un gruppo che da 23 anni si occupa di templari seriamente e con un continuo mettersi in dubbio e che da quest anno ha deciso di fare altrettanto per i cavalieri di Rodi e che nei miei 16 anni rievocativi mi sono spesso sentita rivolgere strani sguardi o strane frasi (del tipo “non capisco perché li fate”) da più di un rievocatore.
  2. in epoca romana con il gruppo “Vicus Italicus” io mi sono occupata di schiavitù con annessi, connessi, schifezze e bassezze; organizzando un laboratorio per bambini e la didattica più complessa per gli adulti.

Detto questo vorrei smettere di sentirmi sola e vista strana, a volte anche squadrata dall’alto al basso, da gente tutta uguale di cui a volte io vedo le potenzialità per poter fare altro, ma che evidentemente vedo solo io… Io in gabbia non ci sono mai stata nemmeno in ambito rievocativo…

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Le Donne fra l’8 marzo e la Storia

Tranquilli non sarà un post sulle donne, sulle rivendicazioni o sulla Storia di questa giornata commemorativa che è diventata una festa-farsa. Chi mi conosce sa che non la festeggio, che la detesto, che la mimosa puzza e che da un estremo all’altro mi viene il nervoso a leggere e ad ascoltare certe cose. Questo post parla un po’ di quello che mi gira in torno, delle donne che negli ultimi anni ho visto “nascere” e far girare questo mondo che è il mio: la rievocazione.

Il fenomeno del living history o rievocazione è prettamente maschile, diciamocelo: è il sogno di ogni ragazzino di poter diventare il soldatino con cui giocava, senza per forza andare a fare la guerra vera. Un po’ come il mondo nerd: si realizzano le fantasie senza l’orrore della realtà. Di fatti la parte più preponderante è la parte militare, volenti o nolenti. Quando 27 anni fa sono entrata nel mondo del gioco di ruolo da tavolo e poi dal vivo e 16 anni fa in quello della rievocazione ero una mosca bianca, anche perché non accompagnavo nessun compagno/moroso/marito, ma andavo con mio fratello (è tutta colpa sua, sappiatelo!) e poi andavo per stare in compagnia e godermi gli amici: in mondi in cui la femmina era un essere mitologico o una palla al piede, io che volevo fare e che non stavo nel ruolo della bella statuina ero una bella spina nel fianco. Per mia fortuna ho avuto buone spalle maschili e qualcuna femminile e sono ancora qua, a rompere le scatole e a fare (non so cosa, ma qualcosa faccio).

In questo anni, limitandomi alla rievocazione, ho visto crescere tantissime splendide rievocatrici, alcune forti ricostruttrici e tante donne che pur accompagnando i propri consorti hanno saputo imporsi per carattere, gentilezza, disponibilità, forza e determinazione. Non farò nomi, ma spero che alcune riescano a riconoscersi.

Ho visto archeologhe faticare, studiare, progettare, girare l’Europa e poi sentire il rumore delle porte che si chiudono, lanciare curricula e riciclarsi in altro dall’insegnamento nelle scuole (entrando in un vero girone dantesco) al provare a fare cultura e Storia; alcune ci riescono, alcune passano la mano, alcune non mollano e alcune, pur sapendo che sarà un futuro incerto, quel pezzo di carta su cui scritto “archeologa” lo vogliono a tutti i costi. Non è facile, lo vedo e credo e sento che le mortificazioni sono più ampie delle soddisfazioni, che elemosinare una pubblicazione è quasi un pro forma, che aprire una partita iva e poi chiuderla per colpa delle tasse (capita, sappiatelo, mica tutti riescono a sopravvivere) sia uno di quegli scogli che sembra doveroso superare. Eppure continuano a fare, costruire, mettere in piedi, progettare, portare idee nei musei e incazzarsi ancora e ancora e ancora, imperterrite.

Ho potuto collaborare con storiche di grande spessore accademico e culturale, imparando da loro, apprendendo dai loro testi e stupendomi del vederle sorridere anche quando senti nel fondo delle parole la fatica di fare ricerca o di non poter salvare luoghi studiati devastati dalla follia della guerra. Amare una cosa, studiarla nelle pieghe e poi vederle sbriciolarsi per vari motivi è come veder morire una persona cara: qualcosa che non puoi impedire, pur volendolo.

Ho visto una piccola casa editrice nascere e tenacemente dalla forza di una Donna che non può fare a meno di parlare di Storia, mettere su mostre e fare fare fare in questo mondo in cui è chiaro che con la cultura non si può mangiare. A volte non si può fare a meno di fare follie per questo demone che dentro rugge e che non ti fa pensare ad altro che a quanto siamo fortunati di poterlo avere dentro.

E poi ci sono loro, quelle splendide e tenaci donne che ho l’onore di conoscere da anni. Alcune le ho viste “crescere”, affrancarsi, imparare la lezione a andare coi loro passi; altre le ho viste giganteggiare mettendo in riga omoni grandi e grossi e forse anche un po’ spocchiosi. Perché il mondo della rievocazione non è molto diverso dalla vita vera coi loro minus habens che pensano che le donne servono solo al sollazzo, che rompono le scatole se esprimono un pensiero (di solito basta far muovere un neurone e già si è geni in confronto a certi figuri), che farebbero qualsiasi cosa per rimetterti in riga e in un ruolo che è quello dell’accudimento. La vita è così, mica possiamo pensare di vivere in un’isola felice. La differenza è che io qui, in questo folle mondo da sottocultura sociale, ho incontrato molti più uomini disponibili a mettersi in confronto anche con una donna; ad alternare paternalismo a sincera stima; a valutare la meritocrazia come un dato di fatto anche quando si aspettano da te di più che da un loro sottoposto: in questo mondo la fatica che sprechi e il sudore che cacci fuori spesso viene ben ripagato.

Quindi sì, sono fortunata a stare in questo mondo per gli uomini con cui è un piacere scambiare battute, chiacchiere e qualche sana botta e per le donne che, tolta qualche oca di passaggio, sono toste e determinate.

Alle mie amiche archeologhe (qualsiasi cosa voi stiate facendo lo sarete sempre), alle mie amiche storiche, alle mie amiche rievocatrici e ricostruttrici va il mio grazie: grazie di esserci. E non per quel malsano senso che le donne rendono tutto più bello o perché siete “l’altra metà del cielo” o str****te del genere che vi avviliscono nel vostro ruolo di essere umani: non siete così perché casualmente siete nate donne, ma perché volutamente siete donne con capacità e questo è un merito e un accrescimento e questo merito lo avete indirizzato a qualcosa che è un bene per tutti cioè fare cultura.

Sogno un giorno in cui non ci sarà bisogno più di parlare di 8 marzo, perché le donne non saranno più legittimate a uscire di casa con le amiche solo quel giorno (parlo per esperienza vista); o non dovranno sottostare a colloqui ridicoli e patetici che mettono in mezzo scelte sentimentali o progettuali di vita famigliare prima delle competenze; o pagate meno di un uomo per lo stesso lavoro; di donne in posti chiave nella cultura dal ministero della cultura a direzione di musei senza che ciò faccia scalpore (in bene e in male) perché siano lì per il loro valore e non per le quote rosa; che non ci venga più detto che non possiamo fare cose perché “siamo più piccole, deboli e meno intelligenti” e che sarebbe meglio che stessimo a casa ad accudire i bambini (come se quello fosse facile comunque, razza di …); che le archeologhe, storiche, restauratrici, rievocatrici sono brave, ma “fatemi parlare con un uomo responsabile”; che siano le nostre competenze e non il nostro utero a fare la differenza perché se un tempo qualcuno diceva che “oltre alle gambe c’è di più”, ora è tempo di dire che quel più è il nostro cervello. Nel mondo che gira attorno alla cultura ci sono buoni segnali, non posso dire di no, ma se siamo ancora considerate come un fenomeno, un articolo da giornale che fa scalpore come un panda albino (esistono? mah, mi è venuto così il paragone), soprattutto considerando l’alto numero di donne che si sono negli anni dedicate a fare Cultura, beh non è cosa che mi faccia fare i salti di gioia.

Dateci una leva e un punto d’appoggio e vi solleveremo il mondo, ma uomini collaborate con noi e questo mondo lo ribaltiamo insieme. Buon anno a tutte, perché non ci basta un giorno per sapere che e come possiamo farcela.

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Io e Betta degli Aper Labronicus. Perchè essere donne combattenti vuol dire anche prendersi un sacco in giro e divertirsi a farlo.

L’importanza di comunicare le cose corrette

Ritorno a buttare giù i miei pensieri piuttosto che farvi vedere cosa combino (anche perché sono in ferma biologica, come si direbbe se fossi un pesce): pensieri che frullano in testa avendo a che fare con amici e conoscenti dalle vite più disparate. Non ho solo rievocatori fra le mie conoscenze e anche fra loro il modo di approcciarsi alla Storia e alla divulgazione non è mai lo stesso per tutti.

Cosa significa fare divulgazione?

Non faccio un’elenco in modo da darvi il vostro pensiero su un piatto d’argento, vi dico direttamente il mio: fare divulgazione significa comunicare nel modo più comprensibile un’informazione veritiera.

Sezioniamo la frase.

Informazione veritiera. Faccio fatica a parlare di Verità (con la V maiuscola ovviamente), perché è una cosa che si potrebbe ottenere solo avendo una macchina del tempo e per ora non esiste. Per ora. Quindi si deve usare un termine che si avvicini alla verità, al dato oggettivo scevro da ogni visione soggettiva e personale: potrebbe essere verosimile o veritiero. Chi comunica qualcosa, soprattutto quando si parla di Storia dovrebbe avere prima di tutto dalla sua lo studio e l’approfondimento, poi la comprensione dei dati che ha acquisito per poter comunicare il fatto nel modo più oggettivo possibile. Sì, chi divulga, pur parteggiando per qualcuno o qualcosa (lo facciamo tutti noi rievocatori, se non non sopporteremmo fatica e disagio) dovrebbe essere oggettivo e non negare il bello e il brutto che è stato fatto. Non esiste un’epoca storica che possa essere stata un’età dell’oro: esistono solo epoche di pace, di compromessi, di costruzione ed epoche di guerra e distruzione, e nel mentre si mischia tutto quello detto sopra. Questo dovrebbe essere fondamentale per far capire a chi ascolta che la storia dell’Uomo è un lento mutamento, evoluzione e involuzione, su e giù, niente altro che andare avanti; chi ascolta potrebbe anche capire come cogliere il meglio da ogni epoca, potendo discernerne il peggio; in più si potrebbe anche far comprendere il perché delle mutazioni e della ripetibilità di certi eventi in condizioni simili. Ma questo è un lavoro onesto e pesante perché impone che chi fa divulgazione abbia compreso quello che racconta quasi a 360° e non è facile. Nessuno ha mai detto che lo sia.

Comunicare nel modo più comprensibile. Questo è un pilastro di ogni tipo di comunicazione: adattarsi al ricevente. Non si può parlare in modo difficile a un bambino di 4 anni, come non si devono trattare gli adulti come degli infanti; parlare in una scuola è diverso che fare un laboratorio manuale in estate; parlare in una conferenza è diverso che farlo in aula universitaria. Se vogliamo far arrivare il messaggio senza decodifiche aberranti bisogna adattare linguaggio e tono. La verve è un di più molto personale e non è facile insegnarla.

Detto questo, cosa ha smosso questo mio post? Il fatto che in luoghi deputati allo studio quali i musei, ci siano ancora persone (da guide ai testi di corredo ai reperti, alle didascalie queste sconosciute a volte) che divulgano visioni vecchie di 20 anni, superate dagli studi fatti in questi anni; e che alla mia rimostranza mi sia stato risposto da un non addetto ai lavori che “non era importante, tanto la gente non lo sapeva comunque”.

(sospensione del pensiero).

Qui mi sorge una spontanea: se sei ignorante posso raccontarti qualunque balla tanto si parla di roba vecchia come la Storia? Che differenza ci sarebbe allora con una bufala scientifica o una vera e propria disinformazione fatta per manipolare le coscienze? Non è che se si parla di Storia si possa dire qualsiasi cosa “tanto che importa, son cose vecchie”, tanto non ci sono i testimoni a smentirti.

La Storia è il nostro presente e sarà il nostro futuro o quello dei nostri figli. Non è una cosa da poco. La Storia ci dovrebbe permettere di capire da dove veniamo per riuscire a modificare dove stiamo andando. Se raccontiamo una Storia bugiarda su cosa si basa il nostro presente se non su piedi d’argilla?

Che senso hanno gli archeologi, gli storici, i restauratori, gli sperimentatori, i rievocatori, tutti coloro che mettono le mani nelle fonti, che cercano ancora una volta di farle parlare in modo udibile che tanto basta una balla per ammansire le folle e dar loro il senso di appagamento culturale? Che senso abbiamo tutti noi se basta un pseudo giornalista a fare sensazione buttando informazioni a caso, malgrado centinaia di esperti dicano il contrario? Esiste un panem et circenses anche della cultura e io non lo sapevo? Diamo in pasto alla gente pillole avariate di sapere e loro non avranno più la curiosità di andare a fondo delle cose.

Non è il mio modo di fare cultura.

Preferisco dire “a seguito dei recenti studi quello che sapevamo è stato completamente rivoluzionato e abbiamo cambiato idea” e giù a snocciolare dati, legami, fonti, situazioni in modo che in almeno una persona di fronte a me si illumini il neurone. Preferisco fare un laboratorio didattico sulla schiavitù romana per i più piccoli, ridendo ma non negando loro l’essenziale della cosa, piuttosto che dar loro la peggior fiaba Disney (perché ne ha anche di belle e bisogna ammetterlo). Preferisco “perdere tempo” a cercar di far comprendere il filo rosso della Vita alle persone unendo anche argomenti che sembrano assurdi per far vedere con gli occhi del cervello come vivessero i nostri avi. Preferisco combattere contro i mulini a vento piuttosto che cedere alla faciloneria del buttar su.

Chi ho davanti ha il diritto di accedere al Sapere come me, anche se non ne ha le stesse potenzialità, perché non è una questione elitaria o di scelta divina: non importa l’età, il sesso o il titolo di studio, il mio dovere è di non raccontare frottole e di non accettare che vengano raccontate frottole; mio dovere è di continuamente mettermi in dubbio e continuare a informarmi, anche leggendo materiale che è lontano dalla mia idea storica perché è sempre meglio avere dubbi che certezze nella vita.

Io devo raccontare la Storia, se no che senso ho io di fare la rievocatrice storica?

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ecco cosa significa raccontare la Storia e avere il pubblico che ascolta

Mantova Medievale, ma ancora?

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In versione duecentesca e civile. Foto di Paolo Tamassia

Se mi guardo indietro questo è un post classico, qualcosa che va scritto, che segna i ricordi dietro a un evento che oramai dovrebbe essere scontato. Non c’è mai niente di scontato nella vita, nemmeno quando incontri le stesse persone negli stessi posti a fare le stesse cose. “Mantova Medievale, ma ancora mi sconvolgi così?” Questo sarebbe stato il titolo giusto, ma va bene così.

Lo sapevo che quest anno sarebbe stato diverso. Ogni anno lo potrei dire, ma questa volta ne avevo la certezza. Alla fine di Ferrara 2015 come gruppo abbiamo pensato seriamente di prendere una decisione; a gennaio l’assemblea generale ha ascoltato la proposta e a maggioranza l’ha accettata; a Mantova 2016 il nuovo progetto avrebbe preso vita. Non prima. Non altrove. A Mantova. Agli amici non si “deve” nulla, con gli amici si fa, la riconoscenza la lascio a chi non ha altri sentimenti, ma era giusto che fosse lì, dove Gabriele fa il Marchese di Mantova, dove tutto è nato anni fa, dove ci siamo fatti le ossa, dove abbiamo iniziato a ragionare sulla sperimentazione della scherma, dove ci siamo guadagnato il rispetto degli altri e minimizzato le polemiche. Non me ne voglia Tiziano, ma lo dovevamo a Gabriele per tutto il lavoro di inizio che abbiamo fatto con lui in questo ultimo anno fra una stagione rievocativa e l’altra.

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Perché a questo giro ho fatto un sacco di chiacchiere in giro per i campi, al mercato e al punto birra.  Foto di Impressum

Ricordo le spese folli in fiera a Ferrara a novembre e a Piacenza a marzo. Ricordo lo stage di scherma di spada a una mano e mezza in montagna da Guidalberto. Ricordo i miei improperi quando non riuscivo a capire la Storia. Ricordo una sera a Urbino con Betta a tradurre dal francese e a iniziare a capire. In un anno il progetto “1410” prendeva forma. A Ferrara le aspettative degli altri erano grandi, avrebbero voluto allora il battesimo, ma non eravamo pronti, pur essendoci resi conto che “solo noi potevamo farlo”. Poi la pausa in un’estate calda e afosa, la sfiga che ci ha giocato brutti scherzi, il cervello in pappa e poi l’ansia vera e propria…non eravamo pronti. Lo so non dovrei dirlo. Si deve raccontare che si va sempre bene, che siamo bravi, splendidi, forti e che tutto ci riesce bene. Io non so mentire, io non voglio più mentire. A una settimana da Mantova alcune cose non erano pronte, a due giorni da Mantova io e mio fratello avevamo tutto (gli unici che avrebbero potuto iniziare) per partire ma non sapevamo come saremmo stati, ci guardavamo e ci facevamo “coraggio” perché tanto buttarsi si fa e chi non lo fa è un pavido.

Cucivo cotte d’arme strane, coi colori “sbagliati”, strette e corte. E sai duecenteschi con tasselli e gheroni per ricordarmi da dove venivo.

Guardavo le cose e mi sembrava tutto strano.

Mantova arriva con un giorno in anticipo il venerdì sera. Le tradizioni sono state ribaltate. L’ansia cresce. Va bene così.

Questo non è un resoconto, una cronaca, è solo il mio sfogo, quindi si passa alla fine direttamente, anzi no, si passa al sabato sera per la prima battaglia in notturna.

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Quanto sono grossa in questa muova veste militare…sì, sono io, davvero!   Foto di Brandy Grendel

Ci si prepara. Siamo in pochi. Il resto del gruppo è in Francia. Da giovedì abbiamo uno scambio diretto via wa, ma non sono con me. Non ci sono. Punto. Non si può vietare un’uscita quando sai che è importante su tanti aspetti (sia la Francia che Mantova lo erano, ed erano in contemporanea), ma egoisticamente io volevo che i “miei” templari, ospitalieri, dame e turcopoli fossero lì. A vedere le nuove armature, le nuove livree, l’emozione, lo stordimento, i sorridi larghi e gli occhi da bambino di tutti noi, sentire l’ansia crescere, vedere gli altri rievocatori aspettarci al varco e poi annuire sorridendo. Sentire il rumore, vedere la luce delle candele sulle armature, aprire gli elmi per far bere, sentire le botte, sistemare tutta quella ferraglia che si muoveva diversamente, non capirci nulla e ridere alla fine per alleggerire la tensione. Volevo che fossero lì. Punto. Non c’è molto altro da spiegare.

Mantova Medievale 2016 è il punto di svolta. E’ il salto della Mansio alla fine del trecento e siccome per colpa del truffaldino Filippo il Bello non si possono fare i templari, abbiamo scelto i Cavalieri di Rodi. E io sono lì in prima linea, sempre a portare avanti quello che ho scelto 15 anni fa quando mi sono imbattuta nella rievocazione. Sono gli stimoli nuovi quelli che non fanno morire le persone; l’abitudine uccide qualsiasi tipo di relazione. Non finisce il duecento, ci sono troppe cose da fare, rifare, controllare, risistemare; ci sono eventi su cui scommettere, gruppi con cui provare le nuove collaborazioni; ma bisogna buttare anche tutto all’aria e ricominciare e provare. E io ci sto provando. Prendo le mie casse piene di panni e burattini e vado avanti, con i piedi pesanti, la testa nell’elmo (ora non so più quale), vestiti, armature, cotte, usberghi e gambeson: tutto doppio, tutto in evoluzione, non si lascia a casa nulla, non si abbandona nessuno.

Mantova Medievale è casa, famiglia, natale coi parenti buoni, risate, sbatacchiate, botte e segni sull’elmo, ma non si può rinunciare. Ora più che mai.

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Io. E sono splendida! Grazie Giacchino Sparrone per la foto.

p.s: Non citate Giovanna D’Arco a vedermi (sono stanca di questo banale paragone e un giorno vi spiegherò perché), sarebbe un errore storico e filologico, ma soprattutto non sarebbe giusto per me. Sono la veterana di seconda linea, quella che fa da puntello in modo che il grosso davanti a me non retroceda all’impatto (e di solito ce la faccio a fare il mio dovere), non mi interessa il comando, non mi interessa stare in prima linea, non mi interessa altro che divertirmi, so quando fermarmi e quando spingermi oltre. Forse chi non ha mai indossato un’armatura non può capire quale vero senso di comunanza si prova dentro a quel ferro, quella lana, quelle imbottiture: non c’è niente di sacro, leggendario, epico, c’è solo e tanta concreta energia. Ridiamo sì, è vero, lo facciamo per la tensione, lo facciamo perché ci stiamo divertendo e quando la gente si diverte con gli altri ride (e per fortuna), ma sappiamo i nostri limiti e sappiamo chi siamo. Io sono semplicemente io, col mio nome medievale di Eloisa (e già mi porto dietro un paragone impegnativo), ma quando chiudo l’elmo sono “solo” un serragente del Tempio, un fratello ad terminum, e ora un sergente dei cavalieri di Rodi e fidatevi che è già tanta roba così. Grazie.

Come comunicare la cultura e arrivare davvero?

Premetto che questo articolo nasce da una mia riflessione di questi giorni e di cui non ho alcuna soluzione, anzi ho molti dubbi, nel senso che nasce dal fatto che dopo aver aperto anni fa questo blog (che sì curo con poca assiduità lo ammetto), avere una pagina fb legata, un profilo twitter e da pochissimo anche uno su instagram, mi sono chiesta come una persona normale amante della cultura possa davvero arrivare alla gente e fare comunicazione e non solo dire “ci sono io io io io io” (atteggiamento tipico, conscio o inconscio che sia, dell’uso dei social network).

musei non social

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Un giorno mi arriva (non so come e perché, lo ammetto) un twitt del genere e allora la domanda diventa ancora più ampia: come si comunica davvero la cultura? Considerando che i musei dovrebbero avere un team che lavora a questa cosa (con tutti i laureati di comunicazione ad ogni angolo, per non parlare di chi anche senza una laurea ha studiato e imparato come gestire i social), un privato cosa potrebbe fare nel suo piccolo?

Prima di tutto capire che fb, twitter, instagram e un blog non parlano mai lo stesso linguaggio e in tal modo lo stesso messaggio va rimbalzato in diverso modo su tutte queste piattaforme. Seconda cosa che bisogna interagire, lasciando a parte il proprio io perfettissimo e parlare, ma anche parlare deve essere calibrato al mezzo che si sta usando. Terza cosa imparare a usare tutta la tecnologia possibile immaginabile (pc, smartphone, tablet, macchine fotografiche serie). Quarta cosa…dedicare tanto tempo ogni giorno.

Un lavoraccio!

E chi glielo fa fare un lavoraccio così, gratis, volontariato al massimo, a un “banale” rievocatore, storico, archeologo che sia (tutti mediamente con un lavoro che è altro alla fine da quello che amano e hanno studiato) che i musei, gli enti culturali, i mass media si guardano bellamente di compiere? Amore per la materia? Va bene, facciamolo per quello! Facciamolo gratis, facciamolo perché alla fine non possiamo non andare in giro per musei e luoghi archeologici senza tornare a casa con libri, foto, cartoline, segnalibri, oggetti, suppellettili vari! Facciamolo perché se non ci aiutiamo fra di noi e non condividiamo fra appassionati chi ci potrebbe aiutare?

Ma come?

E qui torniamo al mio dubbio.

Coi blog si parla e tanto. Ottimo, comunicazione vecchio stampo, quella che a me viene meglio devo dire perché alla fine mi piace ciacolare. Ovviamente bisognerebbe scrivere in inglese perché arrivi a tanti, ma non tutti lo fanno (e i miei post con anche la traduzione diventerebbero lunghissimi) e si sopravvive benissimo anche usando google translator oppure imparando più lingue. L’importante è lasciare il canale della comunicazione aperto, rispondere anche in una lingua non tua.

Con fb ho imparato che è il mezzo migliore non solo per avere un buon archivio fotografico aperto a tutti, senza pesare sulla memoria del pc o del blog e senza altri filtri, ma è ottimo anche per condividere notizie che rimbalzano da tutto il web. Mi pare che sia una comunicazione più “enciclopedica” (perdonatemi il termine sicuramente inesatto, ma è quello che mi viene in mente a immagine), ampia, meno giornalistica. L’introduzione degli # poi ha permesso di richiamare alla memoria quello che serve come se fosse un archivio interno, se no tutto sarebbe perso (e molto è andato perso a mio parere, anche se ritornerà ciclicamente). Credo che sia quella che arriva più immediatamente, come una specie di “Cavallo di Troia”.

Instagram è “semplicemente” un album di foto da vedere; tanti #, qualche  @; interazione solo o quasi da smartphone (io amo più “lavorare”, meglio dire pasticciare, con le foto attraverso il mio antiquato portatile. Ovviamente tutte le dritte che mi passerete per usarlo al meglio sono graditissime); scaricare una foto è poco intuitivo. Eppure serve? Non l’ho capito, ma è probabile, solo che non so in che modo. Ci sono alcuni rievocatori e le foto sono splendide, ma ammetto che questa è un po’ la pavonaggine di noi rievocatori che amiamo vederci fighi nei nostri abiti storici. I musei condividono i loro reperti e ciò è ammirevole e utilissimo, a volte però sono un po’ ripetitivi (però devo davvero girarci dentro meglio) oppure non si espongono troppo per paura (?).

Twitter. Beh, davvero non so come usarlo al meglio…mi sembra sempre una piazza in cui tutti urlano le loro cose senza ascoltare nessuno, salvo che poi non ci si metta sotto una foto e allora l’attenzione viene attratta. Gli  # e @ nascono qua come mezzo di comunicazione, ma quando guardo la mia pagina vedo poche conversazioni e anche quando mi è capitato di interagire sono sempre molto scarne ed essenziali

Ovviamente tutti questi canali sono un di più al normale giornale, più o meno di settore, o al telegiornale e sono una ricchezza che va sfruttata al meglio, ma oggi come oggi, muovendomi a tentoni, ho più dubbi che certezze per far arrivare la mia passione a più gente possibile in modo che si faccia rete, comunicazione vera e che la cultura esca dai fumosi corridoi in cui certi “piccoli uomini” vorrebbero rinchiuderla come un bene privato.

Voi cosa dite? Come vi muovete sui social? Come li sfruttate per fare divulgazione della cultura? Che dritte potete darmi per imparare maggiormente a sfruttarle? Libri, testi, altro da consigliarmi da studiare?

lol-tell-bizarro

p.s. : Ho volutamente evitato di parlare di rievocazione e didattica, perché quelli so che fanno comunicazione, come di altri social che non uso (tipo google+) e che non so se e come possano servire (ovviamente anche qui vanno benissimo tutte le dritte per usarli al meglio). Mi sono limitata a parlare di quello che ora sto usando perché più comuni.

 

Un treno chiamato “Festival del Medioevo”.

si arriva...i pensieri

si arriva…i pensieri

Ieri finalmente mi sono messa a scrivere il post sul “Festival del Medioevo” sul blog Mansio, oggi tocca a me per me. Diventa difficile scindere le due cose e fare due discorsi diversi per un’esperienza unica e che non può non essere la summa di una condivisione di intenti e di fatica, ma ci possiamo provare (almeno in parte mi sa).

Il Festival del Medioevo è stata un’esperienza unica e spero ripetibile in futuro che ha dimostrato a me, ancora una volta, come questo mio gruppo possa essere una sana “macchina da guerra” anche (o forse dovrei dire soprattutto) nelle situazioni più complicate. Questa lo era, considerando tutte le aspettative e le ansie alla partenza; mettendo in conto la stanchezza del viaggio e di montare un accampamento semi completo in 4. E poi la didattica subito, dal primo giorno, a pieno regime, dovendo coprire tutti i buchi degli assenti (quelli che sarebbero arrivati il giovedì notte per la precisione), passando da un discorso all’altro, cercando di capire chi può sostituire chi in caso di bisogno. Solo quando arrivano gli stranieri vado sinceramente in tilt e mi rendo conto che non solo non so parlare l’inglese pur comprendendolo, ma non so fare un discorso tecnico sulla mia didattica…ho tempo un anno per rimediare! Per fortuna Elisabetta (che non si era mai palesata poliglotta), Claudio e Giovanni potevano gestire le situazioni d’emergenza, e non solo, con i vari turisti.

eh, sì, sotto quell'elmo c'è il professor A. Barbero.

eh, sì, sotto quell’elmo c’è il professor A. Barbero.

Dal primo giorno mi sono resa conto che il festival era qualcosa di diverso dal solito, sia per organizzazione che per investimenti, ma anche per interesse di pubblico: un pubblico fatto di appassionati, ma anche di curiosi, di interessati e di veri e propri stacanovisti della Storia. Mi sono guardata attorno e mi sembrava di essere in un mondo a parte, quello un po’ sperato ma raramente trovato, quello dove la cultura è un bene da condividere e da divulgare e non da tenere sotto chiave. Mi spaventava solo il confronto con gli studiosi, con l’Accademia con la A maiuscola, perché alla fine non è facile far capire loro che anche noi, magari senza una laurea, stiamo camminando a fianco, sperimentando, contestando, provando, provocando e tanto altro ancora. Invece, vedere il professor Barbero parlare e chiedere da dentro un nostro elmo perché voleva capire, provare e a suo modo sperimentare è stato per me un tuffo al cuore. In quel momento ho capito che non solo ne valeva la pena tutta la fatica, ma che non avrei dovuto temere nulla.

E ho tirato il fiato.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

Sono stati 5 giorni impegnativi, con quasi 10 ore di didattica continuativa e spesso in piedi, con la tensione che qualcosa all’ultimo non andasse come di dovere, cercando di dare il massimo, di gestire le forze di tutte, di risolvere ogni piccolo inconveniente senza mai spazientirsi. Ma sono stati 5 giorni di orgoglio: vedendo che i miei “pulcini templari” si buttavano nella mischia con le nuove didattiche (l’alimentazione e l’architettura), si mettevano alla prova sostituendo degnamente i referenti dedicati quando questi erano assenti, si ingegnavano per risolvere la logistica quando a un certo punto ci siamo trovati sommersi dalla gente. Sono orgogliosa di ognuno di loro e di come hanno gestito ogni momento, anche nello smontaggio quando l’adrenalina ha ceduto il posto alla stanchezza. Lo so che il mio sembra un discorso da “mamma chioccia”, ma purtroppo alla fine il mio istinto da veterano punta istintivamente a quel modo…prima o poi però li abbandono tutti in autostrada…

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particolari

Per quello che riguarda me, il mio piccolo banco della didattica del vestiario ho da essere orgogliosa di quello che ho, di quello che ho aggiunto, ma so quello che mi manca perché parlando con la gente ci si rende conto di quanti strumenti sarebbero necessari per meglio far comprende come da un piccolo filo (di origine animale o vegetale poco importa) si arrivi all’uomo/donna e al suo ruolo nella società. Ancora una volta mi scopro a non interessarmi davvero al concetto dell’artigianato, ma dell’antropologia che ci sta dietro a un oggetto e a vederlo come un ingranaggio di un meccanismo ben più complesso; ancora una volta confermo che non amo la ricostruzione precisa e da modellino, ma la personalizzazione che tira fuori l’essere umano dietro a un sapere, una moda, una manualità.

Ancora una volta scopro che la didattica mi rilassa, mi stimola, mi mette in dubbio e mi fa capire che non mi sentirò mai arrivata, nella continua ricerca di comprendere quello che forse non sarai mai comprensibile: il Passato.

Il Festival del Medioevo è stata un’occasione d’oro per vedere come il mio gruppo sia non solo cresciuto, ma forte e sulla buona strada; per rivedere gli amici (vedere alla voce Enzo Valentini tanto per dirne una) o conoscere di persona i contatti di fb; per stringere legami professionali spero proficui per il futuro; ma soprattutto è stata l’esperienza giusta per comprendere che in Italia si può fare Cultura e Divulgazione aperta a tutti e che parlare di Medioevo è più stimolante di quanto si possa pensare.

Grazie…dove devo firmare per venire alla seconda edizione?

io...per una volta rilassata anche se stanca

io…per una volta rilassata anche se stanca

Quando la fortuna bussa…arriva a casa un pourpoint!

Raramente mi capita di prendere al volo le occasioni e raramente mi capitano occasioni che posso permettermi, ma non a questo giro. A questo giro sono stata chiamata, tutto l’universo si è concentrato per dire: è il tuo momento! Ma veramente? Sì!

Da un anno mi sto dedicando (di nuovo) al gioco di ruolo dal vivo e sono tornata a giocare nell’ambientazione di Battle for Vilegis, avendo formato un gruppo di amici rievocatori (di altre epoche e altri gruppi) con la scusa di “non siamo mai in gruppo insieme”, “una birra non basta”, “abbiamo bisogno di vacanza”, “vedrai che ti diverti”; insieme anche a queste persone si stanno valutando nuovi progetti rievocativi, stimolanti e impegnativi. E tutto questo cosa comporta? Nuovi libri, nuovi oggetti, nuove sperimentazioni, ma soprattutto nuovi armamenti. Per la gioia di grandi e piccini e di spazio vitale mio e di chi mi sta attorno.

I due progetti, distinti e distanti, alla fine convergono sugli armamenti o almeno nel live riesco a riutilizzare gli armamenti di altre epoche senza che qualcuno venga a disturbarmi con la frase “eh, ma non è filologico!”. Così quando su internet ho visto a un prezzo più che conveniente un pourpoint della mia taglia mi sono detta che doveva essere mio. E il destino mi ha aiutata: seconda prenotata, il primo rinuncia per via delle taglie e io me lo aggiudico. Lunedì scorso parte spedito in posta, il venditore mi da gli estremi per seguire il pacco e io inizio a monitorarlo, cercando di rimanere a casa alla mattina (“sai mai che si sbagli il sito e il postino anticipi…”). L’ansia è la stessa di quando si è bambini alla vigilia di Natale e sai che sotto l’albero ci saranno un sacco di pacchetti misteriosi.

Nel caso vi chiedeste cosa sia un pourpoint questo è quello di Charles de Blois e in soldoni è l’evoluzione del gambeson duecentesco. Insomma, lo mettevano i cavalieri per agganciare i pezzi di armatura, ma anche per farsi venire il fisicone e la vita stretta visto che il pourpoint è sagomato apposta. 

Anna Attiliani nel suo preciso blog Tacuinum Medievale ricostruisce il pourpoint per il suo compagno e fa una serie di spiegazioni e delucidazioni molto utili per chi volesse mettersi a farlo. Questo il post da leggere.

Stamattina il sito delle poste non voleva collaborare e l’ansia cresceva, ma di punto in bianco salta fuori la scritta “in consegna”. Sta arrivando! L’ansia cresce. La paura di aver fatto un acquisto sbagliato, di aver ricevuto una fregatura, di aver visto le misure sbagliate (cavoli, ma come fa un uomo alto 1,95 ad avere le mie stesse misure? Misteri della rievocazione e dell’anatomia), mille paure in questi giorni. Poi senti il motorino del postino e come un cane da punta sei già quasi alla porta, anzi lui suona e tu sei già volata giù dalle scale in modo così veloce che lui ti guarda stranita. “Lo stavo aspettando con ansia questo pacco! Lo monitoravo sul sito da quando mi hanno detto che era partito.” Sì, glielo ho detto davvero. Senza pudore. Siamo scoppiati a ridere entrambi, perché alla fine meglio la mia figura di bambina ansiosa che i miliardi di improperi che si prenderà per consegnare bollette e multe.

Comunque sia, il pacco sembra minuscolo, l’ansia cresce e con le mani tremanti lo porto in casa; non so nemmeno se aprirlo subito o aspettare di calmarmi, ma alla fine apro!

spacchettamento

spacchettamento

E’ piccolissimo…no, sembra…è compatto…ora lo tiro fuori..lo provo…ed è stato amore a prima vista.

esterno e interno, completo di agganci per le gambe armate

esterno e interno, completo di agganci per le gambe armate

Il pourpoint è usato, qualche leggero segno ce l’ha a guardarlo bene, ma sono davvero minimi e nel caso sistemabili. Le misure sono perfette, come se fosse stato fatto su misura per me e mi sta alla perfezione.

la serietà

la serietà

si gioca!

si gioca!

Considerando che chi lo indossava sia in questa epoca che in quella passata non aveva le tette a modificare la struttura, l’effetto addosso è da atleta (che bello posso millantare!) e davvero affina il fisico, lo sfianca e lo rende molto più affascinante.

Ora compererò il libro che consiglia Anna nel suo post e potrò studiarmi anche come si ricostruisce, perché oggi è nato un amore.

ma che caldo che fa!

ma che caldo che fa!

Ora devo trovargli un nome però…

Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

promemoria

Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano

Corso di tablet weaving: resoconto

Con la mente sgombra da pensieri e casini e dopo che abbiamo anche archiviato queste feste, posso raccontarvi come è andata.

E’ andata bene. Bon, finito resoconto! 😀

Scherzi a parte, è davvero andata bene e non me lo aspettavo. O meglio lo speravo, ma da qua a realizzare che le cose come le avevo pensate potessero essere la soluzione ottimale (con qualche aggiustamento) non ci potevo credere.

Sono partita da Parma con un sole pazzesco, ma più mi avvicinavo alle Marche e più il cielo si faceva cupo. Niente di buono, anche se le previsioni del tempo di questi tempi raramente sono positive. Mi preoccupava il freddo e la scarsità di luce, perché alla fine dovendo fare un corso al chiuso, che piova o meno è poco interessante. Arrivare verso casa (perché sì, sono un po’ di quelle parti per via paterna) e vedere quanto buona parte della provincia di Pesaro Urbino stia crollando per le frane, per l’incuria, per il menefreghismo, per il magna magna che non si dice (perché tanto chi se ne frega delle Marche? Son povere e la “brutta copia” della Toscana…ho sentito dire tutto ciò a suo tempo) è stato un dolore e rabbia, ma questo esula dal corso. Poi il giorno del corso tutto è cambiato e un sole splendente con un’aria frizzantina primaverile si è palesato in tutto il suo splendore.

Il corso si è tenuto in una splendida casa di campagna nelle colline attorno a Urbino. Un posto splendido dove l’associazione Salicevivo (a questo link anche la pagina fb) si incontra per creare delle meraviglie e trasformare il mondo in cesto (ho una passione per i cesti fatti a mano che voi non potete capire. Ad averci spazio e casa avrei una mucchia di questi cesti!).

La sede di Salicevivo.

La sede di Salicevivo. Casa di Viviana

l'entrata: un luogo di perdizione. Li avrei rubati tutti.

l’entrata: un luogo di perdizione. Li avrei rubati tutti.

Una volta arrivata lì finalmente ho conosciuto tutte le mie allieve. Momama che follia! Pensare che io abbia delle allieve e farmi chiamare maestra è stato un dramma, mentre quando mi hanno chiamato per nome è stato molto meglio. Essere maestri è un cammino lungo e impegnativo, pieno di ostacoli e ripensamenti, dove l’umiltà si fonda con la bravura…quindi chiamatemi per nome che è meglio.

Oltre a Betta e Momo, le mie amiche che mi hanno incastrato in questa esperienza, c’erano le loro amiche, quelle con cui o si trovano a divertirsi col vimini o con altre situazioni, ma tutte desiderose di imparare, di provare, di mettersi in gioco. Ovviamente non avevo calcolato che chi volesse provare il corso non avesse niente a che fare con la rievocazione. Nella mia mente settoriale per me certe tecniche le impari perché hai uno scopo e per approcciarsi a questa 9 volte su 10 è perché le hai viste in un reperto o immagine storica e hai necessità di riprodurlo. Invece qui è il mondo “normale” quello che vive, conosce, si mette in gioco, anche senza un “secondo interesse”. Mi sono ritarata in pochi minuti, mentre mi passavano biscotti fatti in casa da assaggiare e mani da stringere. La giornata iniziava bene.

Si è partiti dalla teoria, un minimo. Non è una conferenza e alla fine non è detto che nemmeno interessi più di tanto conoscere tutti i singoli reperti ritrovati e perché, questo è un aspetto che magari si può approfondire con un altro tipo di gruppo, quindi alla fine ho preferito concentrarmi sulla tecnica vera e propria e cercare di far capire i fondamenti della tecnica base: impostazione del filato, impostazione della mani, girare le tessere.

Questo era lo scopo della prima giornata.

Dopo aver spiegato che il mio metodo non è “il” metodo e che non ho nessuna verità in tasca e soprattutto che esistono un’infinita serie di modalità per preparare il telaio, ho spiegato che però era fondamentale che capissero la differenza del filato posto in S o in Z. Tragedia!!! Non me lo aspettavo, ma qui è sorto lo scoglio più grosso che pian pianino hanno superato quasi tutte vedendo il lavoro fatto. Qualcuna è rimasta dubbiosa, qualcuna recalcitrante, qualcuna è partita come un turbo. Va bene così.

preparazione del telaio

preparazione del telaio

La mattina è volata, seguendo tutte in giro per le stanze, per rispondere alle domande, per controllare che fossero impostati bene i fili, per correggere gli errori, per spiegare per la millionesima volta S e Z (chiedendomi mille volte come fare per far vedere cose che per me, dopo tanto tempo, sono diventate meccaniche. Certo le controllo ogni volta, ogni volta sbaglio qualcosa soprattutto se è un po’ che non preparo un telaio, ma alla fine quelle due maledette lettere le vedo!), a ridere, scherzare, curiosare i titoli dei libri nella libreria.

La pausa pranzo è stata degna di un pasto hobbit, perché con la motivazione che ognuno porta qualcosa (il pranzo non è compreso, ma da loro c’è questa ottima abitudine) ci ha fatto mangiare come chissà. Il convivio è stato rispettato, con cibo e chiacchiere, come tradizione vuole.

il convivio

il convivio

Il pomeriggio è stato il momento della tessitura vera e propria. Si impostano le mani, si fa capire il valore della tensione, del sistemare i fili e soprattutto si cerca di far capire come ogni movimento, ogni passaggio della navetta, ogni sistemazione del filo creino il disegno senza se e senza ma. Sono le mani del tessitore alla fine che decretano il risultato finale anche nella scelta di girare in avanti e/o indietro e per quante volte.

La lana AquiLana ha dimostrato di essere una valida alleata sia nella resa (anche se alcuni colori un po’ più chiari di altri con la luce naturale in un primo tempo ingannavano la resa delle corsiste, ma alla fine hanno dato ragione della scelta) che nella resistenza (solo una corsista, un po’ tesa, è riuscita a spezzare i fili. La tensione va lasciata nei fili e non nelle spalle o nelle mani!). Per il prossimo corso abbiamo già richiesto anche altri colori, di varie sfumature, per aumentare le possibilità di soddisfazione. Rimane ferma la mia scelta sia per il materiale che per lo spessore: così sottile verranno sì dei manufatti piccoli e questo ha mandato un po’ in dubbio qualcuno, ma i punti sono ben fitti e precisi quando il lavoro viene fatto bene che rendono la tessitura leggibile più di quanto si possa credere.

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il tavolo di lavoro comune

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si parla

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ci si concentra

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ci si aiuta

E il primo giorno si chiude con tanta mia stanchezza da farmi cadere in coma presto, dopo aver mangiato e letto in santa pace. Il giorno dopo si apre con “che cavolo di ore sono?” visto che proprio quel fine settimana cambiava l’ora solare/legale e quindi con una serie di “oh, mamma mia, sono in ritardo, non sapevo più che ore erano!” anche se in realtà si è arrivate tutte per tempo, con la calma necessaria per affrontare le nuove sfide.

Seconda colazione, come casa hobbit prevede e poi si parte!

Si parte con la mia sfida: ragionare sullo schema base e poi, se si vogliono buttare, provare a costruire un loro schema seguendo quello di base. Una bella sfida perché prevede aver compreso la base della tecnica e sono stata contenta che qualcuno ci abbia provato, creando anche cose molto particolari (come un modello fronte e retro uguale con due belle esse), sicuramente personali che hanno soddisfatto abbastanza. La mattinata è quindi scivolata con chi rimontava telaio e schema, chi continuava il lavoro modificando il movimento, chi imparava a disfare gli errori e chi in riposo si godeva la compagnia.

lavoro di Momo

lavoro di Momo

Il corso si è concluso con il pranzo degli avanzi del giorno prima (e lo sapete tutti che questo vuol dire un altro pranzo di nozze), ma soprattutto piacevoli chiacchierate su tutto con chi si è potuta fermare.

Sono soddisfatta, lo devo dire, soprattutto dei visi sorridenti delle corsiste, di averle sentite dire che “non è la mia tecnica, ma mi è piaciuto impararlo” o “ho deciso che farò qualcosa per le nipoti” o anche un semplice “grazie, è stato tutto chiaro e preciso” e vedere che gli occhi erano lo specchio delle parole.

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io con quasi tutte le corsiste

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tutte le corsiste, anche se in ombra…

A questo punto si farà un secondo corso base, forse a breve, ma adesso mi riposo e penso a cosa devo ricostruire.

p.s: menzione speciale a Ombra cane umarell che controlla come parcheggi, possibilmente mettendosi fra te e la siepe, ma nell’angolo buio dello specchietto così non vedrai mai se lo prendi o meno; guarda se hai messo tutto nella macchina, possibilmente mettendoci dentro il naso; ti segue per vedere se hai bisogno di lui.

Ombra

Ombra