L’importanza di comunicare le cose corrette

Ritorno a buttare giù i miei pensieri piuttosto che farvi vedere cosa combino (anche perché sono in ferma biologica, come si direbbe se fossi un pesce): pensieri che frullano in testa avendo a che fare con amici e conoscenti dalle vite più disparate. Non ho solo rievocatori fra le mie conoscenze e anche fra loro il modo di approcciarsi alla Storia e alla divulgazione non è mai lo stesso per tutti.

Cosa significa fare divulgazione?

Non faccio un’elenco in modo da darvi il vostro pensiero su un piatto d’argento, vi dico direttamente il mio: fare divulgazione significa comunicare nel modo più comprensibile un’informazione veritiera.

Sezioniamo la frase.

Informazione veritiera. Faccio fatica a parlare di Verità (con la V maiuscola ovviamente), perché è una cosa che si potrebbe ottenere solo avendo una macchina del tempo e per ora non esiste. Per ora. Quindi si deve usare un termine che si avvicini alla verità, al dato oggettivo scevro da ogni visione soggettiva e personale: potrebbe essere verosimile o veritiero. Chi comunica qualcosa, soprattutto quando si parla di Storia dovrebbe avere prima di tutto dalla sua lo studio e l’approfondimento, poi la comprensione dei dati che ha acquisito per poter comunicare il fatto nel modo più oggettivo possibile. Sì, chi divulga, pur parteggiando per qualcuno o qualcosa (lo facciamo tutti noi rievocatori, se non non sopporteremmo fatica e disagio) dovrebbe essere oggettivo e non negare il bello e il brutto che è stato fatto. Non esiste un’epoca storica che possa essere stata un’età dell’oro: esistono solo epoche di pace, di compromessi, di costruzione ed epoche di guerra e distruzione, e nel mentre si mischia tutto quello detto sopra. Questo dovrebbe essere fondamentale per far capire a chi ascolta che la storia dell’Uomo è un lento mutamento, evoluzione e involuzione, su e giù, niente altro che andare avanti; chi ascolta potrebbe anche capire come cogliere il meglio da ogni epoca, potendo discernerne il peggio; in più si potrebbe anche far comprendere il perché delle mutazioni e della ripetibilità di certi eventi in condizioni simili. Ma questo è un lavoro onesto e pesante perché impone che chi fa divulgazione abbia compreso quello che racconta quasi a 360° e non è facile. Nessuno ha mai detto che lo sia.

Comunicare nel modo più comprensibile. Questo è un pilastro di ogni tipo di comunicazione: adattarsi al ricevente. Non si può parlare in modo difficile a un bambino di 4 anni, come non si devono trattare gli adulti come degli infanti; parlare in una scuola è diverso che fare un laboratorio manuale in estate; parlare in una conferenza è diverso che farlo in aula universitaria. Se vogliamo far arrivare il messaggio senza decodifiche aberranti bisogna adattare linguaggio e tono. La verve è un di più molto personale e non è facile insegnarla.

Detto questo, cosa ha smosso questo mio post? Il fatto che in luoghi deputati allo studio quali i musei, ci siano ancora persone (da guide ai testi di corredo ai reperti, alle didascalie queste sconosciute a volte) che divulgano visioni vecchie di 20 anni, superate dagli studi fatti in questi anni; e che alla mia rimostranza mi sia stato risposto da un non addetto ai lavori che “non era importante, tanto la gente non lo sapeva comunque”.

(sospensione del pensiero).

Qui mi sorge una spontanea: se sei ignorante posso raccontarti qualunque balla tanto si parla di roba vecchia come la Storia? Che differenza ci sarebbe allora con una bufala scientifica o una vera e propria disinformazione fatta per manipolare le coscienze? Non è che se si parla di Storia si possa dire qualsiasi cosa “tanto che importa, son cose vecchie”, tanto non ci sono i testimoni a smentirti.

La Storia è il nostro presente e sarà il nostro futuro o quello dei nostri figli. Non è una cosa da poco. La Storia ci dovrebbe permettere di capire da dove veniamo per riuscire a modificare dove stiamo andando. Se raccontiamo una Storia bugiarda su cosa si basa il nostro presente se non su piedi d’argilla?

Che senso hanno gli archeologi, gli storici, i restauratori, gli sperimentatori, i rievocatori, tutti coloro che mettono le mani nelle fonti, che cercano ancora una volta di farle parlare in modo udibile che tanto basta una balla per ammansire le folle e dar loro il senso di appagamento culturale? Che senso abbiamo tutti noi se basta un pseudo giornalista a fare sensazione buttando informazioni a caso, malgrado centinaia di esperti dicano il contrario? Esiste un panem et circenses anche della cultura e io non lo sapevo? Diamo in pasto alla gente pillole avariate di sapere e loro non avranno più la curiosità di andare a fondo delle cose.

Non è il mio modo di fare cultura.

Preferisco dire “a seguito dei recenti studi quello che sapevamo è stato completamente rivoluzionato e abbiamo cambiato idea” e giù a snocciolare dati, legami, fonti, situazioni in modo che in almeno una persona di fronte a me si illumini il neurone. Preferisco fare un laboratorio didattico sulla schiavitù romana per i più piccoli, ridendo ma non negando loro l’essenziale della cosa, piuttosto che dar loro la peggior fiaba Disney (perché ne ha anche di belle e bisogna ammetterlo). Preferisco “perdere tempo” a cercar di far comprendere il filo rosso della Vita alle persone unendo anche argomenti che sembrano assurdi per far vedere con gli occhi del cervello come vivessero i nostri avi. Preferisco combattere contro i mulini a vento piuttosto che cedere alla faciloneria del buttar su.

Chi ho davanti ha il diritto di accedere al Sapere come me, anche se non ne ha le stesse potenzialità, perché non è una questione elitaria o di scelta divina: non importa l’età, il sesso o il titolo di studio, il mio dovere è di non raccontare frottole e di non accettare che vengano raccontate frottole; mio dovere è di continuamente mettermi in dubbio e continuare a informarmi, anche leggendo materiale che è lontano dalla mia idea storica perché è sempre meglio avere dubbi che certezze nella vita.

Io devo raccontare la Storia, se no che senso ho io di fare la rievocatrice storica?

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ecco cosa significa raccontare la Storia e avere il pubblico che ascolta

Come comunicare la cultura e arrivare davvero?

Premetto che questo articolo nasce da una mia riflessione di questi giorni e di cui non ho alcuna soluzione, anzi ho molti dubbi, nel senso che nasce dal fatto che dopo aver aperto anni fa questo blog (che sì curo con poca assiduità lo ammetto), avere una pagina fb legata, un profilo twitter e da pochissimo anche uno su instagram, mi sono chiesta come una persona normale amante della cultura possa davvero arrivare alla gente e fare comunicazione e non solo dire “ci sono io io io io io” (atteggiamento tipico, conscio o inconscio che sia, dell’uso dei social network).

musei non social

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Un giorno mi arriva (non so come e perché, lo ammetto) un twitt del genere e allora la domanda diventa ancora più ampia: come si comunica davvero la cultura? Considerando che i musei dovrebbero avere un team che lavora a questa cosa (con tutti i laureati di comunicazione ad ogni angolo, per non parlare di chi anche senza una laurea ha studiato e imparato come gestire i social), un privato cosa potrebbe fare nel suo piccolo?

Prima di tutto capire che fb, twitter, instagram e un blog non parlano mai lo stesso linguaggio e in tal modo lo stesso messaggio va rimbalzato in diverso modo su tutte queste piattaforme. Seconda cosa che bisogna interagire, lasciando a parte il proprio io perfettissimo e parlare, ma anche parlare deve essere calibrato al mezzo che si sta usando. Terza cosa imparare a usare tutta la tecnologia possibile immaginabile (pc, smartphone, tablet, macchine fotografiche serie). Quarta cosa…dedicare tanto tempo ogni giorno.

Un lavoraccio!

E chi glielo fa fare un lavoraccio così, gratis, volontariato al massimo, a un “banale” rievocatore, storico, archeologo che sia (tutti mediamente con un lavoro che è altro alla fine da quello che amano e hanno studiato) che i musei, gli enti culturali, i mass media si guardano bellamente di compiere? Amore per la materia? Va bene, facciamolo per quello! Facciamolo gratis, facciamolo perché alla fine non possiamo non andare in giro per musei e luoghi archeologici senza tornare a casa con libri, foto, cartoline, segnalibri, oggetti, suppellettili vari! Facciamolo perché se non ci aiutiamo fra di noi e non condividiamo fra appassionati chi ci potrebbe aiutare?

Ma come?

E qui torniamo al mio dubbio.

Coi blog si parla e tanto. Ottimo, comunicazione vecchio stampo, quella che a me viene meglio devo dire perché alla fine mi piace ciacolare. Ovviamente bisognerebbe scrivere in inglese perché arrivi a tanti, ma non tutti lo fanno (e i miei post con anche la traduzione diventerebbero lunghissimi) e si sopravvive benissimo anche usando google translator oppure imparando più lingue. L’importante è lasciare il canale della comunicazione aperto, rispondere anche in una lingua non tua.

Con fb ho imparato che è il mezzo migliore non solo per avere un buon archivio fotografico aperto a tutti, senza pesare sulla memoria del pc o del blog e senza altri filtri, ma è ottimo anche per condividere notizie che rimbalzano da tutto il web. Mi pare che sia una comunicazione più “enciclopedica” (perdonatemi il termine sicuramente inesatto, ma è quello che mi viene in mente a immagine), ampia, meno giornalistica. L’introduzione degli # poi ha permesso di richiamare alla memoria quello che serve come se fosse un archivio interno, se no tutto sarebbe perso (e molto è andato perso a mio parere, anche se ritornerà ciclicamente). Credo che sia quella che arriva più immediatamente, come una specie di “Cavallo di Troia”.

Instagram è “semplicemente” un album di foto da vedere; tanti #, qualche  @; interazione solo o quasi da smartphone (io amo più “lavorare”, meglio dire pasticciare, con le foto attraverso il mio antiquato portatile. Ovviamente tutte le dritte che mi passerete per usarlo al meglio sono graditissime); scaricare una foto è poco intuitivo. Eppure serve? Non l’ho capito, ma è probabile, solo che non so in che modo. Ci sono alcuni rievocatori e le foto sono splendide, ma ammetto che questa è un po’ la pavonaggine di noi rievocatori che amiamo vederci fighi nei nostri abiti storici. I musei condividono i loro reperti e ciò è ammirevole e utilissimo, a volte però sono un po’ ripetitivi (però devo davvero girarci dentro meglio) oppure non si espongono troppo per paura (?).

Twitter. Beh, davvero non so come usarlo al meglio…mi sembra sempre una piazza in cui tutti urlano le loro cose senza ascoltare nessuno, salvo che poi non ci si metta sotto una foto e allora l’attenzione viene attratta. Gli  # e @ nascono qua come mezzo di comunicazione, ma quando guardo la mia pagina vedo poche conversazioni e anche quando mi è capitato di interagire sono sempre molto scarne ed essenziali

Ovviamente tutti questi canali sono un di più al normale giornale, più o meno di settore, o al telegiornale e sono una ricchezza che va sfruttata al meglio, ma oggi come oggi, muovendomi a tentoni, ho più dubbi che certezze per far arrivare la mia passione a più gente possibile in modo che si faccia rete, comunicazione vera e che la cultura esca dai fumosi corridoi in cui certi “piccoli uomini” vorrebbero rinchiuderla come un bene privato.

Voi cosa dite? Come vi muovete sui social? Come li sfruttate per fare divulgazione della cultura? Che dritte potete darmi per imparare maggiormente a sfruttarle? Libri, testi, altro da consigliarmi da studiare?

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p.s. : Ho volutamente evitato di parlare di rievocazione e didattica, perché quelli so che fanno comunicazione, come di altri social che non uso (tipo google+) e che non so se e come possano servire (ovviamente anche qui vanno benissimo tutte le dritte per usarli al meglio). Mi sono limitata a parlare di quello che ora sto usando perché più comuni.

 

Un treno chiamato “Festival del Medioevo”.

si arriva...i pensieri

si arriva…i pensieri

Ieri finalmente mi sono messa a scrivere il post sul “Festival del Medioevo” sul blog Mansio, oggi tocca a me per me. Diventa difficile scindere le due cose e fare due discorsi diversi per un’esperienza unica e che non può non essere la summa di una condivisione di intenti e di fatica, ma ci possiamo provare (almeno in parte mi sa).

Il Festival del Medioevo è stata un’esperienza unica e spero ripetibile in futuro che ha dimostrato a me, ancora una volta, come questo mio gruppo possa essere una sana “macchina da guerra” anche (o forse dovrei dire soprattutto) nelle situazioni più complicate. Questa lo era, considerando tutte le aspettative e le ansie alla partenza; mettendo in conto la stanchezza del viaggio e di montare un accampamento semi completo in 4. E poi la didattica subito, dal primo giorno, a pieno regime, dovendo coprire tutti i buchi degli assenti (quelli che sarebbero arrivati il giovedì notte per la precisione), passando da un discorso all’altro, cercando di capire chi può sostituire chi in caso di bisogno. Solo quando arrivano gli stranieri vado sinceramente in tilt e mi rendo conto che non solo non so parlare l’inglese pur comprendendolo, ma non so fare un discorso tecnico sulla mia didattica…ho tempo un anno per rimediare! Per fortuna Elisabetta (che non si era mai palesata poliglotta), Claudio e Giovanni potevano gestire le situazioni d’emergenza, e non solo, con i vari turisti.

eh, sì, sotto quell'elmo c'è il professor A. Barbero.

eh, sì, sotto quell’elmo c’è il professor A. Barbero.

Dal primo giorno mi sono resa conto che il festival era qualcosa di diverso dal solito, sia per organizzazione che per investimenti, ma anche per interesse di pubblico: un pubblico fatto di appassionati, ma anche di curiosi, di interessati e di veri e propri stacanovisti della Storia. Mi sono guardata attorno e mi sembrava di essere in un mondo a parte, quello un po’ sperato ma raramente trovato, quello dove la cultura è un bene da condividere e da divulgare e non da tenere sotto chiave. Mi spaventava solo il confronto con gli studiosi, con l’Accademia con la A maiuscola, perché alla fine non è facile far capire loro che anche noi, magari senza una laurea, stiamo camminando a fianco, sperimentando, contestando, provando, provocando e tanto altro ancora. Invece, vedere il professor Barbero parlare e chiedere da dentro un nostro elmo perché voleva capire, provare e a suo modo sperimentare è stato per me un tuffo al cuore. In quel momento ho capito che non solo ne valeva la pena tutta la fatica, ma che non avrei dovuto temere nulla.

E ho tirato il fiato.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

Sono stati 5 giorni impegnativi, con quasi 10 ore di didattica continuativa e spesso in piedi, con la tensione che qualcosa all’ultimo non andasse come di dovere, cercando di dare il massimo, di gestire le forze di tutte, di risolvere ogni piccolo inconveniente senza mai spazientirsi. Ma sono stati 5 giorni di orgoglio: vedendo che i miei “pulcini templari” si buttavano nella mischia con le nuove didattiche (l’alimentazione e l’architettura), si mettevano alla prova sostituendo degnamente i referenti dedicati quando questi erano assenti, si ingegnavano per risolvere la logistica quando a un certo punto ci siamo trovati sommersi dalla gente. Sono orgogliosa di ognuno di loro e di come hanno gestito ogni momento, anche nello smontaggio quando l’adrenalina ha ceduto il posto alla stanchezza. Lo so che il mio sembra un discorso da “mamma chioccia”, ma purtroppo alla fine il mio istinto da veterano punta istintivamente a quel modo…prima o poi però li abbandono tutti in autostrada…

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particolari

Per quello che riguarda me, il mio piccolo banco della didattica del vestiario ho da essere orgogliosa di quello che ho, di quello che ho aggiunto, ma so quello che mi manca perché parlando con la gente ci si rende conto di quanti strumenti sarebbero necessari per meglio far comprende come da un piccolo filo (di origine animale o vegetale poco importa) si arrivi all’uomo/donna e al suo ruolo nella società. Ancora una volta mi scopro a non interessarmi davvero al concetto dell’artigianato, ma dell’antropologia che ci sta dietro a un oggetto e a vederlo come un ingranaggio di un meccanismo ben più complesso; ancora una volta confermo che non amo la ricostruzione precisa e da modellino, ma la personalizzazione che tira fuori l’essere umano dietro a un sapere, una moda, una manualità.

Ancora una volta scopro che la didattica mi rilassa, mi stimola, mi mette in dubbio e mi fa capire che non mi sentirò mai arrivata, nella continua ricerca di comprendere quello che forse non sarai mai comprensibile: il Passato.

Il Festival del Medioevo è stata un’occasione d’oro per vedere come il mio gruppo sia non solo cresciuto, ma forte e sulla buona strada; per rivedere gli amici (vedere alla voce Enzo Valentini tanto per dirne una) o conoscere di persona i contatti di fb; per stringere legami professionali spero proficui per il futuro; ma soprattutto è stata l’esperienza giusta per comprendere che in Italia si può fare Cultura e Divulgazione aperta a tutti e che parlare di Medioevo è più stimolante di quanto si possa pensare.

Grazie…dove devo firmare per venire alla seconda edizione?

io...per una volta rilassata anche se stanca

io…per una volta rilassata anche se stanca

Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano

Lettera al Ministero della Cultura

Caro Ministero,

Le scrivo questa lettera impersonale perché visto il mutare della politica, dei nomi e dei personaggi è meglio non addentrarci troppo in personalismi e rimanere distaccati.

Le scrivo questa mia lettera per chiederle un solo piccolo favore: obblighi, permetta, costringa i musei, gli archeologi capi, i provveditori o chiunque burocratico segga in qualche seggiolina di rilievo e di passacarte, a pubblicare ogni scoperta archeologica venga fatta sul suolo italiano, dopo previo studio, senza però aspettare che i miei impossibili nipoti diventino nonni.

Le parlo come rievocatrice storica che vorrebbe occuparsi di storia patria medievale (e anche un po’ romana) e vorrebbe non dover andare nelle mie amate librerie specialistiche e dover uscire con bellissimi libri stranieri che trattano di reperti ritrovati all’estero e su quelli poi dover ragionare per poter dar vita alla nostra storia, ai nostri particolarismi. Di certo leggere quei libri mi permette di conoscere le lingue straniere molto meglio di quanto la stessa scuola mi abbia insegnato (se mai mi ha insegnato qualcosa, ma lasciamo perdere, vah) e di questo forse dovrei ringraziarvi, ma non si può  ringraziare per aver fatto di necessità virtù.

Vorrei non dover cercare su internet foto di reperti tessili nord europei (per quanto bellissimi) o est europei conservati e studiati e divulgati a più non posso mentre noi, patria della moda, non abbiamo pensato di conservarli i nostri abiti storici e non abbiamo pensato a dare loro una degna protezione. Non solo le condizioni climatiche diverse permettono una conservazione diversa (ovvio che la torba in certi luoghi ha aiutato molto, come l’imbalsamazione), ma la volontà di vedere in quel piccolo ritaglio di stoffa tutta una serie di saperi e conoscenze umane imperdibili.

Vorrei non dover avere uno “spaccio” legale fra rievocatori che sono andati nei musei dove si possono fare foto (perché ricordiamo che in molti musei non si possono fare foto, ma non si hanno nemmeno supporti cartacei da comprare per poter studiare a casa il materiale) per poter cercare di ricostruire quel dettaglio che renderebbe il mio abito, i miei oggetti, la mia cucina unica in confronto a un ideale di storia tutta uguale dalla Svezia al Marocco.

Rivendico, come rievocatrice medievale, il diritto di poter usufruire delle scoperte scientifiche archeologiche che avvengono in questo suolo tanto particolare e unico, riconoscendo che ogni oggetto che si trova sotto il suolo appartiene allo Stato e come tale anche a me e non solo a quei pochi (con diritto o meno) che possono andare impunemente a vedere ogni cosa, parlare di reperti e raccontarsi quanto sia bello quel tal oggetto che hanno ritrovato in quello scavo specifico.

Le chiedo fermamente che la cultura non sia solo fruibile a grandi e piccini attraverso musei moderni e all’avanguardia, ma che sia fruibile a tutti quegli appassionati che uscendo dal museo vogliono e pretendono di saperne di più. Le chiedo che noi, storici archeologi e rievocatori storici che lavoriamo sulla Storia d’Italia dalla preistoria al 1900, possiamo essere supportati dai testi, dalle scoperte e dai rivoluzionari ritrovamenti (perché, diciamocelo, lo sappiamo tutti che negli ultimi anni si sono trovati reperti interessantissimi. Lo sappiamo perché quando siamo diventati rievocatori storici seri o abbiamo portato in tasca una laurea specifica oppure andiamo a braccetto con chi ce l’ha) senza dover impegnare la casa dei nostri padri (perché i testi che io uso hanno un prezzo alto ma accettabile e un linguaggio tecnico comprensibile e non esoterico e senza foto…) e possiamo andare in ogni posto d’Italia e all’estero a raccontare come eravamo. Le chiedo di avere un moto di orgoglio e decida di far pubblicare le scoperte scientifiche perché ancora una volta l’estero debba essere costretto a guardare all’Italia anche nella ricostruzione storica.

Con questa mia gentile lettera, rivendico il diritto da rievocatrice di essere considerata un supporto valido alla divulgazione della cultura del mio paese, perché se in 36 anni della mia vita non siete riusciti a spegnere il fatto che io sia orgogliosa di quello che faccio e di quello che racconto non ci riuscirete nemmeno nel futuro, ma quello che cambia è che io (e spero con me molti rievocatori e storici e archeologici) non potrò accettare passivamente questo atteggiamento e non me ne starò più zitta e ferma.

Sapendo che questa mia lettera forse è già lettera morta nel momento in cui la sto scrivendo, sapendo che in questo nostro momento storico qualcuno disse “con la cultura non si mangia” ma tutti gli hanno dato ragione, sapendo che alla fine la rivoluzione arriverà dal basso e fra noi e non da voi che là vi sentite fuori dal mondo,

sentitamente ringrazio,

Sara Casti

Museo archeologico di Parma.

Museo archeologico di Parma.

La cultura e il biglietto gratis

Piccolo sfogo che vale il tempo di uno sfogo e non vuol essere una lezioncina a nessuno.
Da qualche anno leggo sulle riviste di settore, sento dire dagli amici, leggo su fb, ci si chiede perché bisogna pagare un biglietto per andare a vedere un museo. Si dice che la cultura deve essere gratuita.
Magari, ma non è possibile.
Non è possibile perché noi tendiamo a confondere la possibilità di raggiungere più persone con il servizio che la cultura offre alle persone, ma a mio parere non è la stessa cosa.
Un museo deve essere fruibile e comprensibile per tutti: uomini, donne, bambini, disabili, anziani, italiani e stranieri.
Per poterlo fare ora come ora tocca ragionare in restauro dello stesso museo.
Bisogna fare teche con reperti che abbiano spiegazioni leggibili con un italiano corrente (per non parlare di spiegazioni anche in altre lingue perché a volte è chiedere troppo) o almeno con spiegazioni dei termini tecnici. Per fare questo forse ci vuole poco, magari un po’ di buona volontà, visto che molte descrizioni dei reperti risale agli anni ’70 e sono scritti a macchina su un foglio…
Per abbassare le teche e renderle fruibili a tutti bisogna rifarle e risistemare tutto l’allestimento e qui sono spese.
Rendere raggiungibili le stanze anche per chi ha problemi motori non è sempre fattibile e purtroppo a volte tocca operare un vero e proprio restauro degli edifici.
Per non parlare delle altre disabilità che a volte sono raramente superabili in Italia (per esempio per la cecità, sono pochissimi gli esempi di musei con copie di reperti che possono essere toccate).
Lasciamo perdere poi il discorso bagni e bookshop che forse è meglio aspettare l’arrivo degli alieni.
Mettendo il caso che il museo X sia già così, a posto, allora tocca calcolare altri costi come il mantenimento costante della temperatura per il mantenimento dei reperti, lo stipendio dei restauratori per il controllo dei reperti, le bollette di luce gas acqua, lo stipendio per custodi e guide.
E qui casca l’asino vero?
Quando noi vogliamo un biglietto gratis per entrare al museo non ci pensiamo che in quel museo ci lavorano delle persone che poi a loro volta devono pagare le bollette, mangiare e costruirsi un futuro vero?
Nella mente delle persone purtroppo c’è sempre quel certo egoismo che ci pone nell’ottica di pensare al proprio piccolo orticello: io voglio usufruire della cultura, io voglio andare in quel museo e non spendere, io voglio poter andare ovunque. Purtroppo non è possibile perché i musei costano e gli enti statali non hanno fondi, visto che lo Stato ha fatto dei tagli.
Possiamo discutere fino allo sfinimento dei compiti dello Stato, dei ladrocini dello Stato, delle deficienze dello Stato, ma o avete una bacchetta magica oppure tocca iniziare a ragionare in modo differente.
Se poi guardiamo la Storia non esiste Uno Stato che sia stato in grado di pensare al welfare, alla difesa, alla sicurezza e al mantenimento dei beni archeologici contemporaneamente. Mi direte che il concetto di bene archeologico è un concetto moderno e avete ragione, ma un tempo erano i privati che pensavano ai restauri delle Chiese (per propria gloria personale, ma tant’è lo facevano) o di altri edifici pubblici oppure abbellivano i loro palazzi privati (palazzi privati che col tempo sono diventati beni pubblici statali) e ci pensavano loro al mantenimento. Questo vuol dire che lo Stato centralizzato poteva (se voleva) pensare ad altro.E non è cosa superflua questo aspetto.
Ora il nostro Stato deve pensare anche a tutta questa eredità privata e non ci sta dietro. Siamo consci di questa cosa?
Abbiamo troppa roba da gestire e pochi fondi. Punto.
Possiamo dire “se”, “ma”, “se fossimo”, ma non siamo e non possiamo. Punto.
Invece di ragionare su biglietti gratis, sulle persone che fanno cultura che dovrebbero non essere pagate “perché fanno una cosa che piace a loro” (Ma che ragionamento del cavolo! Vogliamo parlare di tutti quegli archeologi che vantano dei crediti nei confronti degli enti pubblici? Vogliamo parlare di tutte quelle volte che si pretende che la guida non costi un sovrapprezzo sul biglietto, come se il suo servizio non avesse valore? Vogliamo parlare della pretesa che il rievocatore che FA didattica la debba fare gratuitamente, “perché tanto…”?), monumenti restaurati per magia, se iniziassimo a ragionare sul cosa ci aspettiamo quando paghiamo un biglietto del museo?
Prima di tutto possiamo ragionare per fasce di prezzo, ma ci perderemmo in numeri e metrature, quindi possiamo valutare che se spendi 3 euro puoi accontentarti, se ne spendi 8 euro inizi a pretendere, di più devi avere anche il tappeto rosso. Può andare come inizio?
Che cosa vuol dire questo?
Che non dobbiamo pensare che tutti i musei siano uguali, che tutti i reperti siano uguali, che la mole di reperti non influenzi il suo mantenimento, che l’impostazione di essi sia per tutti standard.
Se un museo come il Louvre che per vederlo tutto ci vuole una vita, il prezzo del biglietto ti costa (guardando su internet) sugli 11 euro, i musei vaticani più la cappella Sistina sui 16 euro, tanto per dire alcuni fra i più importanti, questi prezzi li riteniamo assolutamente abbordabili e ottimi per la quantità di reperti e per la qualità degli stessi.
Se invece lo stesso prezzo o quasi lo paghiamo per due cose in croce, allora è giusto lamentarsi.
Qui casca l’asino (e due!)!
Basta  confondere le cose, i musei, i servizi, le possibilità!
Dare un valore ai musei non è peccato; sapere che i propri soldi sono ben spesi non è peccato; pretendere che ai nostri soldi dati per un biglietto equivalga un servizio dello stesso valore non è peccato.
La cultura costa e purtroppo se continuiamo a pretendere che non costi essa chiuderà per mancanza di liquidità!
Pretendiamo servizi decenti e aggiornati.
Pretendiamo che ci siano riduzioni per chi le deve avere (scolaresche, minorenni, pensionati, ma anche chi con un vero 740 non arriva a fine mese ma vuole imparare) e non così a pioggia.
Dobbiamo rassegnarci a fare delle scelte e fare dei sacrifici per poter usufruire di una cosa, perché non possiamo avere tutto (e qui secondo me siamo vittime del consumismo più sfrenato che ci ha fatto credere che dobbiamo avere tutto) e soprattutto dobbiamo, ognuno con le proprie possibilità, diventare finanziatori e sostenitori presenti e attivi della cultura, pretendendo per quello che si da.
Basta essere passivi fruitori con servitori a seguito, ma essere attivi “miles” culturali che vedono come proprio  quello che ci circonda e fare come il buon padre di famiglia.
Io stessa, per quanto abbia una buona famiglia che mi sostenga anche in questa mia follia di fare la rievocatrice, faccio sacrifici per poter usufruire della cultura. Un esempio? Se so che andrò per un museo (dove potrei anche rischiare di prendere qualche catalogo), non esco a cena con gli amici, ma li raggiungo dopo per fare quattro chiacchiere. Oppure invece di andare al cinema una volta di troppo per film così, aspetto di prenderli in videoteca. Sono esempi del cavolo, lo so, ma mica faccio rivoluzioni mondiali io, faccio il mio piccolo!
Le giornate o settimane della cultura non sono un male, anzi sono una possibilità per tantissime persone e per tantissime occasioni, quindi è una vergogna che quest anno siano state eliminate, ma purtroppo non possono essere un sempre.
Quando andiamo nei musei guardiamoci attorno e guardiamo cose, facce, persone e situazioni e mettiamoci nei loro panni e chiediamoci se potremmo vivere con le pretese che noi abbiamo su di loro.
A volte mettersi nei panni degli altri aiuta a capire qualcosa.
Basta, vi ho già ammorbato troppo con il mio sfogo.
Uno sfogo che è solo la mia verità e non LA verità.

Le giornate del FAI: 23 e 24 marzo a Palermo

Non riesco mai a partecipare alle giornate del FAI o della cultura perché in quei giorni sono sempre in rievocazione o in fiera o in cose che competono la rievocazione storica, ma sta volta, complice la vacanza, finalmente vi ho partecipato.
A Palermo ci saranno stati un sacco di eventi ed edifici, ma dovendo riprendere l’aereo dopo pranzo non ci è sembrato il caso di avventurarci troppo e siamo rimaste (io e mia mamma, mio padre lavorava) attorno all’albergo.
Abbiamo potuto vedere e seguire le spiegazione dei ragazzi nell’oratorio annesso alla Chiesa della Gangia e la Biblioteca Francescana.
Nel primo, ora archivio di Stato, due ragazzi del liceo ci hanno spiegato un po’ di cose e benché si capisse che la lezione era ben preparata, ma altro si poteva imparare, quello che mi è piaciuto è capire che questi ragazzi provano per la loro città un vero amore; quello che invece mi è dispiaciuto è sentirli già demoralizzati e come impotenti di fronte alla burocrazia, alle amministrazioni, allo strazio della loro città.
Soffitto barocco siciliano.
accompagnamento musicale molto interessante, purtroppo la sala era troppo piccola e molto affollata e quindi si è mischiato con il rumore. Magari se lo avessero messo in altra stanza lo si sarebbe apprezzato meglio.
Monumento in ricordo della fuga di alcuni rivoluzionari contrari ai Borboni. Il buco sotto la grata (chiuso e purtroppo mortificato da un graffito) è originario e da lì i prigionieri scapparono dalla Chiesa della Gangia, grazie anche alla complicità di un prete e delle donne della via.


Nella Biblioteca Francescana a fianco della chiesa di San Francesco (quella chiusa, inaccessibile del post precedente) invece c’erano i ragazzi delle medie e sinceramente non ricordo niente di quello che hanno detto, perché sono stati buffissimi: emozionati, volenterosi, pronti a divertirsi e a “sfidarsi” (facevano la gara fra loro a chi incastrava più turisti!). Non so quanto ricorderanno delle nozioni imparate, ma l’importante secondo me è stato che sono stati coinvolti nella storia e nella cultura della loro città, si sono sentiti parte integrante della vita culturale e di un evento che spero possa rinnovarsi ogni anno.
Per fare davvero una rivoluzione purtroppo tocca saltare le generazioni grandi e puntare sui piccoli.
Lo scalone d’entrata.
Per entrare nell’edificio tocca passare oltre a un vero disastro di incuria che mi sono rifiutata di fotografare perché davvero ero rimasta scioccata: sembrava di essere entrate in un garage degli anni ’60…
All’interno l’edificio ha degli evidenti luoghi restaurati e altri in restauro.
La biblioteca in sé e per sé è abbastanza lasciata andare con mensole piegate dal peso dei libri e altri accatastati: credo che ci vorrebbe moltissima manodopera.
Spero che quei ragazzi capiscano l’importanza di una biblioteca non solo per noi o per loro, ma per tutti.
Visione del chiostro dall’esterno e dall’alto, visto che non è possibile visitarlo perché chiuso, o meglio le macchine possono entrarvi e posteggiarvi ma i turisti non hanno le indicazioni per poterlo vedere.
Ecco alcuni ragazzi intenti ad accompagnare una mamma coi suoi bambini piccoli nella prima stanza.
Notate il pavimento meraviglioso, tipico della città.
Corridoio adibito a mostra per le macchine da scrivere e degli incunaboli.
Alla sinistra il muro divide la biblioteca con la chiesa direttamente.
Uno dei tanti cactus. Con quel sole è innegabile che stiano bene.
La giornata è stata molto interessante e sinceramente è stata anche più stimolante di andare in giro da soli in una città un po’ silente in turismo, anche perché Palermo sembrava essere animata da un altro spirito e da un’altra luce.
Quando il FAI interviene in tutte le città d’Italia da modo alle stesse e ai cittadini di riappropriarsi di beni e storie a volte dimenticate e, per quanto io continui a dire e a ritenere che la cultura va retribuita, queste giornate vanno sfruttate al massimo da chi non sa ma vuole sapere e conoscere, da chi non può (purtroppo in questo periodo di crisi uno dei primi tagli è proprio nella cultura) ma vorrebbe e da chi può, va, ma vuole ancora di più.

Museo di Attimis, Udine. Marzo 2011

Finalmente il tanto famigerato museo di Attimis, dove lavora Maria dei Grifoni si è palesato a me!
Durante un 3 giorni di ferie e di cultura, sono riuscita a mettere in mezzo anche questa visita. Logicamente guida personale e del luogo…

Il museo è una piccola struttura moderna in un paesino in provincia di Udine. Ha una visuale stupenda sulle montagne ed è circondato dalla natura, anche se la civiltà si espande (da dove è scattata questa foto ci sono una serie di villette a schiera di ultima generazione che fanno capire come Attimis si stia allargando).
Il museo raccoglie i pezzi ritrovati durante gli scavi nelle rovine dei castelli del circondario.
Purtroppo le rovine lo sono da tempo immemore quindi non è che ci sia tantissimo. E soprattutto anche qui c’è il famoso buco nero del magazzino, dove moltissimi reperti trovano la sua sistemazione. Perchè questi magazzini italiani sono così affamati di reperti archeologici? Bha, ne parleremo poi…
L’accoglienza, per un medievalista, è delle migliori:

Un mosaico moderno fatto molto bene cerca di farti calare nell’atmosfera del periodo da vedere.
Mentre facevo la mia personale visita, vi era una scolaresca intenta alla giornata al museo. Deo Gratias! Anche nel posto più sperduto del mondo si capisce che gli oggetti non sono morte e morti, ma raccontano storie e lavori (per quello che ho potuto sentire, spigavano ai bambini cos’è l’archeologia. Magari qualcuno di loro rimarrà impressionato).

Fra i molti pezzi, quello che colpisce è questa madonnina con Bambino acefala, grande quando un indice. Ed è nel mio periodo!
Faccio l’esaltata perchè ho notato che nelle mie ferie fra Udine e Trieste il Medioevo inizia dal 1300…difficile trovare reperti appena prima.

Una scheda tecnica del museo.
Ha ragione Maria, molte cose vanno sistemate, prima fra tutte la galleria dell’horror. Una sala diorama con state di cera che si squagliano: il cavaliere con un tumore al collo, il suo signore con l’artrite alle mani deformi, il bambino dal volto girato perchè è meglio, la dama con spuncioni di ferro che le escono dappertutto. Vi prego abbatteteli. Per il bene di tutti. Soprattutto per quei poveri bambini che vanno al museo e non devono essere traumatizzati. Posso anche soprassedere sulla filogicità di abiti e armamenti, ma sul fattore paura no.
Andrebbe anche risistemata l’armatura del 1300 montata a pezzi su un manichino e sospesa nel vuoto. Perchè?

Inquietante vero?
La cosa meravigliosa è la luce che entra da tutti i lati nel museo. Evviva! Niente senso di chiusura, di arcaismo, di vecchiume! Sicuramente sono andata in una giornata splendida, ma almeno ci hanno tentato di rendere la cosa meno opprimente.
Non ho visto se i servizi essenziali sono presenti e in quale modo, ma posso dire che le cartoline ci sono e anche un minimo di paccottiglia, anche se c’entra zero con quello che si vede nel museo.
Aumentate i libri e le pubblicazioni!
Maria ha un sacco di idee e sono sicura che mancheranno i fondi, ma almeno c’è tutta la voglia di rendere un servizio almeno accettabile (dal punto di vista di un rievocatore/archeologo) e sono convinta che ce la può fare. Se poi, invece dello Stato, daranno una mano i Grifoni Rantolanti, beh metto tutto il mio impegno per dare loro risalto.


Campagna promozionale: Valuta il tuo Museo!

Iniziamo tutti insieme una campagna promozionale che debba servire come curiosità (?) per tutti coloro che ci governano. No, lasciate perdere bandiere di parte e partito, slogan e altre cose simili. Non mettetevi nemmeno intesta di fare sfilate, magari portandovi da casa i san pietrini.
La cosa è molto più semplice.
Nell’articolo di Archeo di Marzo “Missione possibile”, sulla situazione greca, c’è una catalogazione di merito dei musei, valutando i servizi offerti.
Al primo scalino: servizi di base. Imprescindibili. E sono depliant informativi, toilettes (aggiungerei io funzionanti e pulite), parcheggio, bar o distributore dell’acqua automatico di acqua.
Al secondo scalino: i servizi auspicabili. Offrono maggior agio. Sono WC per disabili (bhe in un mondo civile dovrebbero essere nella sezione di base), pannelli esplicativi bilingue, guida o catalogo, punto vendita per libri (ma anche questi non sarebbero di base?).
Al terzo livello: i servizi specialistici. Presenza Eventuale. Sistemi di audio-guida, programmi educativi per bambini, sistema meccanizzato di emissione, percorsi tattili, etc. Vabbè, qui siamo alla fantascienza.

Ora la campagna prevede che i fruitori dei musei lasciassero uno scritto, uscendo dal museo, con la valutazione usando la scala sopra scritta. Magari aggiungendovi anche un commento caustico se serve (mica c’è scritto che il turista debba essere per forza simpatico…Educato sempre e comunque, simpatico no). Se non esiste un libro delle note, lasciate un post it in un punto visibile e che non rovini nulla (su una statua o un quadro non vi farebbe guadagnare punti).
Insomma, come al solito, fatevi sentire. E ricordatevi che scripta manent verba volant. Quindi scrivete gente, scrivete!

XIII Settimana della cultura

Come ogni anno lo stato tenta di incentivare le entrate ai siti statali, regalandovi il biglietto.
Di conseguenza, lasciate ogni lavoro o voi che faticate; portate la vostra famigliola; e dirigetevi con piglio deciso verso il sito statale più vicino o che aspettavate di vedere da tempo.
Dal 9 al 17 aprile cultura per tutti!!
Saranno gratis i siti statali. Quindi prima di trovarvi alla biglietteria e fare brutte figure, informatevi: nel nostro paese ci sono siti statali e comunali. Non sono la stessa cosa!

Davvero siate generosi con voi stessi e con gli altri.
Organizzate una bella gitarella anche con quell’amico che non si avvicinerebbe a un museo nemmeno con una pistola alla tempia.
Perchè se un evento del genere fa la gioia di chi fa i salti mortali per incentivare, aumentare, arricchire la propria cultura e quella dei propri cari, non raggiungerà mai quelli a cui non interessa.
I musei rimangono un luogo oscuro e lontano; pericoloso e nascosto; allontana dal sole e dallo svacco. Sono materia per pochi eletti o per pazzi, per nerd qualcuno oserebbe dire.
Invece dovrebbero essere posti in cui osservare reperti e dipinti porta la stessa gioia di porgere il volto al sole; dovrebbero stimolare i piccoli, futuri eletti, ma senza annoiare i grandi; dovrebbero essere leggibili da tutti senza essere inesatti.
Insomma visitate quanti più siti potete e chiedete che questi siti siano sempre migliori e moderni; che vi diano stimoli e nozioni nuove e fresche.
E se qualcosa non è andata come avrebbe dovuto: lamentatevi.
L’unico modo perchè si sappia il parere dello spettatore è che esso lo esponga. Quando firmate i libri dei registi (molti siti archeologici o musei li hanno) non mettete solo nome e luogo, ma se avete qualcosa di costruttivo da dire: ditelo!
E’ ora che chi ama la cultura, a tal punto da farne un proprio valore esistenziale, alzi la testa, apra la bocca e parli. Prima o poi il mormorio dei curiosi per il sapere saprà smuovere le montagne.