La cultura e il biglietto gratis

Piccolo sfogo che vale il tempo di uno sfogo e non vuol essere una lezioncina a nessuno.
Da qualche anno leggo sulle riviste di settore, sento dire dagli amici, leggo su fb, ci si chiede perché bisogna pagare un biglietto per andare a vedere un museo. Si dice che la cultura deve essere gratuita.
Magari, ma non è possibile.
Non è possibile perché noi tendiamo a confondere la possibilità di raggiungere più persone con il servizio che la cultura offre alle persone, ma a mio parere non è la stessa cosa.
Un museo deve essere fruibile e comprensibile per tutti: uomini, donne, bambini, disabili, anziani, italiani e stranieri.
Per poterlo fare ora come ora tocca ragionare in restauro dello stesso museo.
Bisogna fare teche con reperti che abbiano spiegazioni leggibili con un italiano corrente (per non parlare di spiegazioni anche in altre lingue perché a volte è chiedere troppo) o almeno con spiegazioni dei termini tecnici. Per fare questo forse ci vuole poco, magari un po’ di buona volontà, visto che molte descrizioni dei reperti risale agli anni ’70 e sono scritti a macchina su un foglio…
Per abbassare le teche e renderle fruibili a tutti bisogna rifarle e risistemare tutto l’allestimento e qui sono spese.
Rendere raggiungibili le stanze anche per chi ha problemi motori non è sempre fattibile e purtroppo a volte tocca operare un vero e proprio restauro degli edifici.
Per non parlare delle altre disabilità che a volte sono raramente superabili in Italia (per esempio per la cecità, sono pochissimi gli esempi di musei con copie di reperti che possono essere toccate).
Lasciamo perdere poi il discorso bagni e bookshop che forse è meglio aspettare l’arrivo degli alieni.
Mettendo il caso che il museo X sia già così, a posto, allora tocca calcolare altri costi come il mantenimento costante della temperatura per il mantenimento dei reperti, lo stipendio dei restauratori per il controllo dei reperti, le bollette di luce gas acqua, lo stipendio per custodi e guide.
E qui casca l’asino vero?
Quando noi vogliamo un biglietto gratis per entrare al museo non ci pensiamo che in quel museo ci lavorano delle persone che poi a loro volta devono pagare le bollette, mangiare e costruirsi un futuro vero?
Nella mente delle persone purtroppo c’è sempre quel certo egoismo che ci pone nell’ottica di pensare al proprio piccolo orticello: io voglio usufruire della cultura, io voglio andare in quel museo e non spendere, io voglio poter andare ovunque. Purtroppo non è possibile perché i musei costano e gli enti statali non hanno fondi, visto che lo Stato ha fatto dei tagli.
Possiamo discutere fino allo sfinimento dei compiti dello Stato, dei ladrocini dello Stato, delle deficienze dello Stato, ma o avete una bacchetta magica oppure tocca iniziare a ragionare in modo differente.
Se poi guardiamo la Storia non esiste Uno Stato che sia stato in grado di pensare al welfare, alla difesa, alla sicurezza e al mantenimento dei beni archeologici contemporaneamente. Mi direte che il concetto di bene archeologico è un concetto moderno e avete ragione, ma un tempo erano i privati che pensavano ai restauri delle Chiese (per propria gloria personale, ma tant’è lo facevano) o di altri edifici pubblici oppure abbellivano i loro palazzi privati (palazzi privati che col tempo sono diventati beni pubblici statali) e ci pensavano loro al mantenimento. Questo vuol dire che lo Stato centralizzato poteva (se voleva) pensare ad altro.E non è cosa superflua questo aspetto.
Ora il nostro Stato deve pensare anche a tutta questa eredità privata e non ci sta dietro. Siamo consci di questa cosa?
Abbiamo troppa roba da gestire e pochi fondi. Punto.
Possiamo dire “se”, “ma”, “se fossimo”, ma non siamo e non possiamo. Punto.
Invece di ragionare su biglietti gratis, sulle persone che fanno cultura che dovrebbero non essere pagate “perché fanno una cosa che piace a loro” (Ma che ragionamento del cavolo! Vogliamo parlare di tutti quegli archeologi che vantano dei crediti nei confronti degli enti pubblici? Vogliamo parlare di tutte quelle volte che si pretende che la guida non costi un sovrapprezzo sul biglietto, come se il suo servizio non avesse valore? Vogliamo parlare della pretesa che il rievocatore che FA didattica la debba fare gratuitamente, “perché tanto…”?), monumenti restaurati per magia, se iniziassimo a ragionare sul cosa ci aspettiamo quando paghiamo un biglietto del museo?
Prima di tutto possiamo ragionare per fasce di prezzo, ma ci perderemmo in numeri e metrature, quindi possiamo valutare che se spendi 3 euro puoi accontentarti, se ne spendi 8 euro inizi a pretendere, di più devi avere anche il tappeto rosso. Può andare come inizio?
Che cosa vuol dire questo?
Che non dobbiamo pensare che tutti i musei siano uguali, che tutti i reperti siano uguali, che la mole di reperti non influenzi il suo mantenimento, che l’impostazione di essi sia per tutti standard.
Se un museo come il Louvre che per vederlo tutto ci vuole una vita, il prezzo del biglietto ti costa (guardando su internet) sugli 11 euro, i musei vaticani più la cappella Sistina sui 16 euro, tanto per dire alcuni fra i più importanti, questi prezzi li riteniamo assolutamente abbordabili e ottimi per la quantità di reperti e per la qualità degli stessi.
Se invece lo stesso prezzo o quasi lo paghiamo per due cose in croce, allora è giusto lamentarsi.
Qui casca l’asino (e due!)!
Basta  confondere le cose, i musei, i servizi, le possibilità!
Dare un valore ai musei non è peccato; sapere che i propri soldi sono ben spesi non è peccato; pretendere che ai nostri soldi dati per un biglietto equivalga un servizio dello stesso valore non è peccato.
La cultura costa e purtroppo se continuiamo a pretendere che non costi essa chiuderà per mancanza di liquidità!
Pretendiamo servizi decenti e aggiornati.
Pretendiamo che ci siano riduzioni per chi le deve avere (scolaresche, minorenni, pensionati, ma anche chi con un vero 740 non arriva a fine mese ma vuole imparare) e non così a pioggia.
Dobbiamo rassegnarci a fare delle scelte e fare dei sacrifici per poter usufruire di una cosa, perché non possiamo avere tutto (e qui secondo me siamo vittime del consumismo più sfrenato che ci ha fatto credere che dobbiamo avere tutto) e soprattutto dobbiamo, ognuno con le proprie possibilità, diventare finanziatori e sostenitori presenti e attivi della cultura, pretendendo per quello che si da.
Basta essere passivi fruitori con servitori a seguito, ma essere attivi “miles” culturali che vedono come proprio  quello che ci circonda e fare come il buon padre di famiglia.
Io stessa, per quanto abbia una buona famiglia che mi sostenga anche in questa mia follia di fare la rievocatrice, faccio sacrifici per poter usufruire della cultura. Un esempio? Se so che andrò per un museo (dove potrei anche rischiare di prendere qualche catalogo), non esco a cena con gli amici, ma li raggiungo dopo per fare quattro chiacchiere. Oppure invece di andare al cinema una volta di troppo per film così, aspetto di prenderli in videoteca. Sono esempi del cavolo, lo so, ma mica faccio rivoluzioni mondiali io, faccio il mio piccolo!
Le giornate o settimane della cultura non sono un male, anzi sono una possibilità per tantissime persone e per tantissime occasioni, quindi è una vergogna che quest anno siano state eliminate, ma purtroppo non possono essere un sempre.
Quando andiamo nei musei guardiamoci attorno e guardiamo cose, facce, persone e situazioni e mettiamoci nei loro panni e chiediamoci se potremmo vivere con le pretese che noi abbiamo su di loro.
A volte mettersi nei panni degli altri aiuta a capire qualcosa.
Basta, vi ho già ammorbato troppo con il mio sfogo.
Uno sfogo che è solo la mia verità e non LA verità.
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Le giornate del FAI: 23 e 24 marzo a Palermo

Non riesco mai a partecipare alle giornate del FAI o della cultura perché in quei giorni sono sempre in rievocazione o in fiera o in cose che competono la rievocazione storica, ma sta volta, complice la vacanza, finalmente vi ho partecipato.
A Palermo ci saranno stati un sacco di eventi ed edifici, ma dovendo riprendere l’aereo dopo pranzo non ci è sembrato il caso di avventurarci troppo e siamo rimaste (io e mia mamma, mio padre lavorava) attorno all’albergo.
Abbiamo potuto vedere e seguire le spiegazione dei ragazzi nell’oratorio annesso alla Chiesa della Gangia e la Biblioteca Francescana.
Nel primo, ora archivio di Stato, due ragazzi del liceo ci hanno spiegato un po’ di cose e benché si capisse che la lezione era ben preparata, ma altro si poteva imparare, quello che mi è piaciuto è capire che questi ragazzi provano per la loro città un vero amore; quello che invece mi è dispiaciuto è sentirli già demoralizzati e come impotenti di fronte alla burocrazia, alle amministrazioni, allo strazio della loro città.
Soffitto barocco siciliano.
accompagnamento musicale molto interessante, purtroppo la sala era troppo piccola e molto affollata e quindi si è mischiato con il rumore. Magari se lo avessero messo in altra stanza lo si sarebbe apprezzato meglio.
Monumento in ricordo della fuga di alcuni rivoluzionari contrari ai Borboni. Il buco sotto la grata (chiuso e purtroppo mortificato da un graffito) è originario e da lì i prigionieri scapparono dalla Chiesa della Gangia, grazie anche alla complicità di un prete e delle donne della via.


Nella Biblioteca Francescana a fianco della chiesa di San Francesco (quella chiusa, inaccessibile del post precedente) invece c’erano i ragazzi delle medie e sinceramente non ricordo niente di quello che hanno detto, perché sono stati buffissimi: emozionati, volenterosi, pronti a divertirsi e a “sfidarsi” (facevano la gara fra loro a chi incastrava più turisti!). Non so quanto ricorderanno delle nozioni imparate, ma l’importante secondo me è stato che sono stati coinvolti nella storia e nella cultura della loro città, si sono sentiti parte integrante della vita culturale e di un evento che spero possa rinnovarsi ogni anno.
Per fare davvero una rivoluzione purtroppo tocca saltare le generazioni grandi e puntare sui piccoli.
Lo scalone d’entrata.
Per entrare nell’edificio tocca passare oltre a un vero disastro di incuria che mi sono rifiutata di fotografare perché davvero ero rimasta scioccata: sembrava di essere entrate in un garage degli anni ’60…
All’interno l’edificio ha degli evidenti luoghi restaurati e altri in restauro.
La biblioteca in sé e per sé è abbastanza lasciata andare con mensole piegate dal peso dei libri e altri accatastati: credo che ci vorrebbe moltissima manodopera.
Spero che quei ragazzi capiscano l’importanza di una biblioteca non solo per noi o per loro, ma per tutti.
Visione del chiostro dall’esterno e dall’alto, visto che non è possibile visitarlo perché chiuso, o meglio le macchine possono entrarvi e posteggiarvi ma i turisti non hanno le indicazioni per poterlo vedere.
Ecco alcuni ragazzi intenti ad accompagnare una mamma coi suoi bambini piccoli nella prima stanza.
Notate il pavimento meraviglioso, tipico della città.
Corridoio adibito a mostra per le macchine da scrivere e degli incunaboli.
Alla sinistra il muro divide la biblioteca con la chiesa direttamente.
Uno dei tanti cactus. Con quel sole è innegabile che stiano bene.
La giornata è stata molto interessante e sinceramente è stata anche più stimolante di andare in giro da soli in una città un po’ silente in turismo, anche perché Palermo sembrava essere animata da un altro spirito e da un’altra luce.
Quando il FAI interviene in tutte le città d’Italia da modo alle stesse e ai cittadini di riappropriarsi di beni e storie a volte dimenticate e, per quanto io continui a dire e a ritenere che la cultura va retribuita, queste giornate vanno sfruttate al massimo da chi non sa ma vuole sapere e conoscere, da chi non può (purtroppo in questo periodo di crisi uno dei primi tagli è proprio nella cultura) ma vorrebbe e da chi può, va, ma vuole ancora di più.