Il riccio

De Herinacio. On the Hedgehog

Con la scusa di questo stupendo video oggi ho voglia di parlarvi del riccio nel medioevo. Solo un breve accenno, perché in effetti questo post nasce per tenere a mente a tutti solo esclusivamente il video per vari motivi: la bravura della costruzione, la tecnica scelta  e i materiali, il fatto che sia in latino.

Prendendo come punto di riferimento il libro di Pastoureau “Bestiari del Medioevo” veniamo a sapere che il nostro animaletto non era propriamente ben visto perché era considerato “nocivo”, “avido e pieno di spine” e che cerca di rubare l’uva dalle vigne (guardate il filmato). “E’ il ladro che, come il cinghiale biblico, <devasta le vigne del Signore>.” (cit.) La cosa meravigliosa è che per i medievali il riccio ruba gli acini dopo averli fatti cadere dai pampini e poi si rotola sopra per infilzarli con gli aculei!

Il nostro animalino così raro nelle nostre parti e da proteggere sicuramente, essendo un animale notturno veniva associato con la malvagità e questo è un retaggio che il cristianesimo assorbe dagli antichi romani e greci che vedevano (se non in rari casi come la civetta simbolo di Atena) negli animali notturni e scuri i compagni delle divinità degli inferi.

Godetevi il filmato e proteggete i ricci!

p.s. Grazie Lara per avermi fatto scoprire questa meraviglia di video

Nota:

Siccome non riesco a postare una foto nei commenti (vista la giusta obiezione di Mercuriade) aggiungo qua una comparazione fra l’immagine del manoscritto e l’originale riccio (foto mia quando riesco a beccarli in giardino).

PicMonkey Collage riccio2

Cuscinetto duecentesco: progetto finito

Inizia l’anno e io finalmente porto a termine un progetto e mi sorprendo da sola per come sia venuto bene.
Premetto che non è la riproduzione corretta e precisa di un reperto storico (premessa d’obbligo prima che piovano critiche varie ed eventuali), ma solo la personalizzazione di un reperto. Potrei passare giorni e giorni a difendere e promulgare la personificazione al posto dell’omologazione, ma andremmo fuori tema e perderei il filo del ragionamento.
Torniamo all’oggetto del titolo: in cuscinetto duecentesco.
In questo post del mio blog troverete le spiegazioni di come è nato il progetto e quali sono le sue premesse, mentre nella mia pagina fb potrete trovate tutte le foto che ho fatto (ma molte verranno riproposte qui, quindi non preoccupatevi).
Alla fine della storia, come si suol dire, mi sono data un buon vuoto: 70% di credibilità. Secondo la mia parte più critica sono stata molto buona con me stessa, ma devo dire che vista la partenza abbiamo ben recuperato.
Il voto alto è dovuto sicuramente alla scelta del reperto da copiare.
Gli animali riprodotti sono fedeli a come sembrano in foto, anche se in originale potrebbero aver contenuto molti più elementi di quelli che sono rimasti coi vari restauri.
leopardo, aquila, grifone e due uccelli (forse pavoni o colombi) alla fonte
Ho cercato di mantenere tutti i dettagli visibili e di ragionare su certi particolari per poterli rendere più credibili (per esempio ho cercato di fare anche le unghie al leopardo, ma non tutte perché sembravano esagerate). Mi sono chiesta se fare l’occhio o meno e alla fine ho optato per il no, ma il giro dei fili fa in modo che nella posizione dell’occhio si formi un piccolo vuoto. Mi sono anche chiesta se ci fossero o meno le lingue (il leopardo di solito ce l’ha e il fatto che abbia la bocca aperta mi fa pensare che potesse esserci), ma anche in questo caso, dopo aver guardato più volte il reperto ho optato per lasciare perdere.
La scelta del monocolore blu è, come precedentemente detto, frutto di un fraintendimento iniziale sulla finalità del ricamo, quindi non me la sono sentita di cambiare in corso d’opera. Nel reperto originale pare che ci fosse del filo d’argento (come detto dalla dottoressa Davanzo Poli): o tutto pieno oppure solo nell’interno di alcuni animali contornati poi di blu.
originale.
Notate come in contrapposizione due animali siano sempre contornati di blu mentre gli altri due no.

Non avendo mai ricamato col filo d’argento (e mi chiedo se quello che si trova in merceria insieme al suo compagno d’oro possa andare bene) non saprei nemmeno come sarebbe stata la resa.
I materiali senza ombra di dubbio non sono quelli adatti per la ricostruzione, visto che la tela non è di lino come nel reperto e dubito che i filati fossero di cotone come i miei. Ipotizzo che potessero essere lino o seta, visto che l’immagine riprodotta mi fa pensare a un oggetto di lusso o simbolico.
Anche le dimensioni sono diverse dall’originale.
L’interno poi non è di piume, ma di ovatta di cotone.
Perché queste precisazioni? Perché riprodurre un esatto e particolare reperto prevede tutta una serie di elementi che debbono essere rispettati: materiali, dimensioni e punti usati. Questo è il “protocollo” per la ricostruzione di un preciso oggetto. Io ho riprodotto un oggetto che possibilmente potrebbe essere stato confezionato in quel periodo.
I punti usati sono quelli segnalati: punto croce e punto catenella.
I materiali sono quelli possibili all’epoca: cotone e lino.
La grafica, per quanto non in scala e coi difetti del restauro, è quella che appare in foto.
Ecco perché vi dico che mi ritengo soddisfatta del lavoro. Lavoro che è potuto venire alla luce grazie alla pazienza e bravura di mia mamma che me lo ha confezionato e nel frattempo riempito con l’ovatta. Senza di lei sarebbe rimasto un quadretto o diventato un pessimo cuscino.
Punti usati: punto catenella e punto croce.
Anche qui ho fatto una personalizzazione: visto che il punto croce è la mia “croce” appunto e che non ho mai ricamato con esso senza la tela aida e contando i fili ho preferito fare il contorno con il punto catenella e riempirlo con il punto croce. L’effetto è buono, non so se questa cosa si possa usare, ma se mai imparerò a ricamare contando i fili vedremo di rifarci.
La confezione ha previsto l’ultimo sforzo di precisione da parte mia, soprattutto per dover rimediare al fatto che la tela fosse storta e tagliata un po’ così (lezione imparata: non ha senso risparmiare un cm di stoffa da ricamare, che tanto la trovi a 2 euro all’ikea, per poi inveire dopo quando bisogna sistemare il tutto).
siete pregati di non fare commenti sul disordine, ci tenta da una vita mia mamma a farmi ordinata,
ma si vede che non mi ha dato il gene.
Tutto alla fine ha pagato le ore di ricamo, i promemoria per i progetti futuri, i ragionamenti sul “cosa si fa e cosa no” e sono davvero soddisfatta del risultato.
Ora aspetto solo l’occasione giusta per poterlo usare al meglio, anche se, come molti ricami fatti fino ad adesso, mi servirà di certo per fare la didattica sull’araldica e sui bestiari, perché gli oggetti storici si leggono sempre sotto varie lenti di ingrandimento.

Bardi: un giorno da medievale. Tanta didattica a ritmo continuo

Dopo qualche giorno dall’evento, posso dire che ne siamo usciti splendidamente vivi.
L’evento di Bardi è stato impegnativo, stimolante e faticoso. Mentre a giugno eravamo relativamente in pochi (solo la Mansio Templi Parmensis e pochi amici di altri gruppi) e poco si poteva allestire, ma splendidamente abbiamo fatto tutto, questa volta eravamo in tanti, più gruppi (Grifoni Rantolanti, Militia Sancti Micheli, Civitas Zumellarum, La Compagnia della Rosa) e poche teste pensanti (non che le altre non lo siano, ma i coordinatori devono essere per forza pochi se no è il caos).
Ricostruire l’interno di un castello medievale è il sogno di moltissimi rievocatori del periodo non solo perché con l’età la voglia di stare alle intemperie scema, ma anche perché un castello ti permette di fare e ricostruire cose e situazioni che non sono fattibili in campo.
Prima di tutto le botteghe, le stanze, la cucina attrezzata; poi i vari amministratori, ufficiali, mercanti o semplici uomini e donne. Ti si apre un mondo di possibilità che sarebbe veramente bello poter cogliere al balzo, e mentre noi rievocatori siamo pronti e desiderosi, ci chiediamo se lo siano anche i veri amministratori di questo nostro patrimonio artistico così ampio.
Come sapete il mio pallino è la divulgazione, soprattutto in ottica diversa, moderna, fruibile, ma storicamente corretta e questo evento è stato davvero questo. Non mi lodo e non mi imbrodo, come si suol dire, ma lo abbiamo visto nell’affluenza (considerando che c’era da pagare un biglietto d’ingresso); dalle persone che si sono fermate a vedere, a chiedere, a curiosare; dai bambini che al massimo sbuffavano per andare a vedere altre cose nel castello oppure che tornavano anche da me per farsi insegnare qualcosa, per imparare; dalle mamme che chiedevano chi siamo, cosa facevamo e che, sì!, ci avrebbero fatto pubblicità anche nelle scuole. Quando sei in rievocazione hai un pubblico vario e molto spesso svagato, ma a Bardi c’è stato qualcosa che ci ha stupiti e stimolati tutti.
Ognuno di noi aveva la sua stanza che condivideva con un compagno di lavoro in modo che non fosse da solo e in caso di bisogno, o di turno cibo, la stanza non venisse abbandonata. Io per la seconda volta ho potuto allestire un’ipotetica bottega da sartoria. Al di là che per tutta una serie di cose non abbiamo ancora gli arredi storicamente corretti (ma incrociate le dita perché se le amministrazioni capiscono…) e quindi abbiamo fatto quello che si poteva con quel che si aveva; al di là che la nostra filosofia non sia quella di fare un modellino ma di cercare di personalizzare nei limiti dei possibili per rifar rivivere non il personaggio medio medievale, devo dire che la stanza faceva il suo effetto di verosimiglianza.
Ecco quindi la bottega della moglie di un sarto in ascesa economica.
Vestiti sparsi, oggetti, stoffe su panche, appese ai muri, sui tavoli per far vedere al compratore tutto quello che può offrire.
Essere pronta a qualsiasi richiesta
o semplicemente dedicarsi a progetti e lavori che poi arricchiranno le case dei nobili.
Ricostruire questo ipotetico personaggio mi ha permesso di poter spiegare in modo più ampio, tridimensionale la vita che girava attorno a un semplice abito: la lavorazione delle stoffe, la tintura, il significato dei colori, l’importanza del racconto che si ricama, del lavoro dell’apprendistato e delle donne, della vita dei mercanti (e poi non c’era tempo per parlare delle corporazioni e della politica).
Vedere che negli occhi della gente quella stanza raccontava un mondo vivo, fatto di persone e di fatica e non un semplice compendio di date e di numeri, è stato per me un fatto nuovo.
La didattica “libera” si è svolta tutto il giorno a ritmo continuo lasciando che le persone entrassero ed uscissero dalle stanze incuriositi. Chiacchierare di Storia partendo da un abito e da una semplice domanda permette di seguire il flusso di pensiero della gente che magari la Storia l’ha solo studiata sui libri e nessuno gliela ha fatta amare.
Visita guidata al castello con doppia spiegazione: una guida per il castello e noi tutti per i dettagli di vita quotidiana. La gente era così numerosa che nel pomeriggio abbiamo dovuto separarla in due gruppi.
La cosa difficile è che in 5 minuti bisogna dare loro nozioni e stimolarli a volerne sapere di più.

Vedere che le bambine, quelle stesse bambine che nella loro vita giocano cantano urlano e si fanno belle come le loro compagne, rimangono affascinate dal ricamo (e proprio da me, a cui non mi sarei mai data così credito) e vogliono imparare, capire, vedere, provare anche se hanno paura dell’ago.

Telaio tondo piccolo, non filologico, ma utilissimo per poter far capire meglio alle bambine come si lavora.

 

Vedere i bambini affascinati mentre gli spiego perché sto ricamando un bestiario, che cosa sia un bestiario e vedere che anche loro come i nostri avi hanno gli occhi che si illuminano a pensare che potrebbero incontrare un drago (anzi che un dinosauro è un po’ un drago), che potrebbero andare a caccia dell’unicorno e che la balena è un grosso pesce (anche se sanno benissimo che è un mammifero, anche se i più piccoli non riescono a dire “cetaceo”) e che potrebbe portarli in giro per il mare.

La giornata è stata fisicamente stancante, ma emotivamente e mentalmente stimolante.
Ringrazio tutto il mio gruppo che dopo tanti anni di convivenza ragiona come un sol corpo in cui ognuno di noi è un elemento: funzioniamo insieme, ragioniamo nella stessa direzione, ma ognuno sa cosa deve fare. Abbiamo fatto un ottimo lavoro che è solo la prima pietra, speriamo. Grazie.
Ringrazio tutti gli altri rievocatori, gli Amici che la Storia ha unito, per aver appoggiato il nostro progetto e per averci partecipato con entusiasmo e attenzione.
Grazie al castello con il suo fantasma silente, con la cooperativa Parmigianino e con il comune e i vigili per i permessi (autorizzazioni, permessi transito, palestra) per averci permesso di realizzare un piccolo sogno.
E in fine un grazie ai fotografi Marco Elli, Luca Verzeroli, Roberto Fusconi e Monia Boscolo a cui abbiamo chiesto l’immane compito di documentare tutto quello che facevamo, di vederlo attraverso i loro occhi e di poterlo raccontare a voi anche con le immagini.

Scarsella con pavone

Gestendo la pagina facebook di questo blog e il blog stesso mi sono resa conto che devo essere più coordinata. Facebook è un mezzo molto più immediato e sinceramente necessita di pochissimo scritto, ma molte immagini; tutto il contrario è il blog il quale è un diario e quindi ha una comunicazione prettamente verbale e non fotografica. Però…però…qui si perdono i pezzi e gli avanzamenti.
Difatti se sono arrivata a ricamare una balena duecentesca è perché prima c’è stato un pavone che si è trasformato in borsa da donna medievale.
Premetto che non ho fatto la riproduzione di un reperto, ma che ho fatto un po’ di fantasia, ma quello che mi interessava era capire come lavorare in piccolo e in complessità e come trasformare il tutto in un oggetto utile per la rievocazione.
Ho scelto un pavone di origine anglosassone, anche se tirato giù da un libro di ricami di ispirazione irlandese. Premetto che non amo chiamare celtico quello che è alto medievale irlandese perché a mio modesto parere è come se chiamassero me latina romana: anche se ci sono tante cose in comune, di acqua ne è passata sotto i ponti e soprattutto ne è passata di filosofia, visione sociale e religione. Non amo nemmeno parlare di medioevo come un ammasso indistinto di mille anni di storia e di geografia; non amo nemmeno parlare di storia romana confondendo epoca monarchica, repubblica, impero e tardo impero. Questi mischioni li lascio a chi non vuole approfondire e non vuole nemmeno capire.
Perché ho scelto il pavone? Col senno di poi non avrei dovuto, ma mi piaceva e mi piaceva la sfida di doverlo ben colorare e non renderlo monocolore. Riguardando il libro di Pastouerau mi rendo conto della differenza stilistica enorme (il mio forse è un po’ troppo una revisione moderna), ma soprattutto il suo significato.
Procediamo con ordine.
foto riassuntiva del lavoro
dalla scelta dei colori e delle matassine, al procedimento del ricamo, qualche dettaglio dei punti.
La cosa difficile è stato il continuo cambio di colore e addirittura con un colore dovevo fare un piccolissimo pezzo, ma almeno mi è servito come scuola di ricamo e di pazienza.
Ma torniamo al nostro pavone e al suo significato, tenendo come riferimento sempre “Bestiari Medievali” di M.Pastoureau.
I medievali riconoscono al volatile bellezza estetica, ma sono orripilati dal suo verso e dal suo modo di fare e per questo motivo lo paragonano all’uomo orgoglioso che gira a testa alta, ma che “si riempie di vergogna quando si accorga che cammina nel fango dei suoi peccati”.
Anche questi animali sono considerati poco proliferi per colpa del maschio che troppo vanesio non attrae le femmine e poi troppo egocentrico le disturbano durante la cova, rompendo le uova.
Viene portato anche nelle mense, ma più come ornamento che come cibo, perché si ritiene la sua carne dura e puzzolente.
Per ora poco da dire sull’animale, ma sul ricamo dico che sono soddisfatta di me, ma che avrei potuto fare questo tipo di pavone tratto dal manoscritto ms Ashmole 1511 nel foglio 72, che potete vedere in questa pagina.

manichini uomo donna medievali
presso il mercato dell’ 8 dicembre 2012 in via XXII luglio, Parma
dove la Mansio Templi Parmensis ha allestito un angolo di didattico sul medioevo.

La balena duecentesca

La serie del ricamo si ingrandisce con un pezzo duecentesco e anche di un punto in più da ricamo.
Sotto potrete vedere come la follia del rievocatore possa avere la meglio su qualunque neurone possa egli/ella possedere. E purtroppo credo che questo sia solo l’inizio.
Una balena ricamata a punto erba per i contorni e a punto catenella per il riempimento.

La parte più difficile è poter rendere a ricamo ciò che è stato dipinto, difatti, a mio parere, per quanto la resa sia buona, le differenze ci sono: rendere il tratto sfumato mi è stato possibile solo nella testa e nella pancia mentre sarebbe stato più complicato nelle squame; qualche tratto nero è stato perso (rendendo la balena più “giovane”); il colore non era proprio identico soprattutto per i pesci che ho fatto di due sfumature di ocra, completamente differenti dall’originale (erano un colore mischiato fra ocra, rosso e verde).
Ecco il risultato:

Sì è una balena. No non è un pesce normale, ma grande. Sì credetemi è una balena.
L’originale è tratto dal manoscritto Harley 4571, conservato a Londra, ma che potete trovare le altre immagini in questo sito, ma che io ho potuto trarre dal libro meraviglioso “Bestiari medievali” di M. Pastoureau.
Leggendo l’articolo a lei dedicato nel libro, si capisce che la biologia marina per i medievali era un po’ approssimativa: grosso pesce, meraviglioso, che si mangia pesci piccoli, che dorme tanto che sul dorso che spunta dalle acque cresce erba; spesso viene scambiata per un’isola. 
La balena è un animale mitico, sconvolgente e di certo prima che arrivasse Melville con la sua “Balena Bianca” oppure Collodi e Pinocchio, la Bibbia ci aveva narrato la storia del profeta Giona che visse nello stomaco della stessa vivendoci anche comodo, la narrativa alto medievale di san Brandano che visse sul dorso.
La stupefacenza dell’animale non lo esime dall’avere anche un lato diabolico o negativo: essa è seduttrice. Attraverso il suo alito attira i poveri piccoli e innocenti pesciolini per cibarsene (ovvio che i medievali non sapessero dell’esistenza del plancton e del fatto che la balena non ha denti, ma vabbè). Alla balena poi si associa il Leviatano biblico.
Molto più divertente è leggere che gli scienziati d’allora si domandassero come potessero accoppiarsi, prevedendo semi maschili che viaggiano nel mare per andarsi a mettere “dove deve”, a misteriosi organi preposti a questo; di certo avevano indovinato che le balene sono poco prolifere, partorendo uno o due balenottere. Avevano anche confuso le specie dicendo che il capodoglio fosse il maschio della balena.
La caccia della balena è pericolosa e non si può affrontare da soli.
Il domenicano Vincenzo di Beauvais, nel XIII secolo, racconta le varie fasi sottolineando che è fondamentale per la caccia la musica del tamburo e dei cimbali: sembra infatti che la balena sia sensibile alla musica. Quando sembra sedata il più ardimentoso la infilza con un arpione, ma tutti si devono allontanare perché essa si dibatterà fino allo sfinimento (ora mi sfugge, leggendo, come sia possibile allontanarsi velocemente da una balena ferita, ma tant’è), a quel punto tutti insieme la si uccide.
Prodotti ricavati: olio, grasso, carne, ossa, fanoni, lingua, denti, pelle. Come si sarebbe potuto dire “della balena non si butta via niente”.
Balene particolari.
Cete: maschio della balena. Guillaume le Clerc, nel suo “Bestiaire divin”, lo nomina, diversificandolo dal capodoglio (che quindi viene scalzato di ruolo), ma dice solo che è pericolosissimo, incredibile e malefico.
Serra: tipo di balena, ma ibrida. Mezzo pesce e mezzo uccello, “possiede due grandi ali e sul dorso ha una lunga cresta ornata di aculei che le permette di infilzare le navi, di sollevarle in aria e di trasportarle molto lontano dal luogo dove intendevano andare, per poi, quando è stanca, lasciarle cadere tra le onde. La nave si spezza e i marinai muoiono annegati, senza viatico né sepoltura…” *
Se volete vedere come la immaginavano, ecco una prima immagine e una seconda immagine (un grazie all’amica Momo Girfalco che mi ha aiutato a trovare le foto). 
E questa è la balena.
Spero di aver voglia di fare tanti altri animali per poi poter raccontare la loro storia e condividere con voi tante cose e scoprire come vedessero i nostri avi gli animali.
NOTE:
* “Bestiari Medievali” di M. Pastoureau, Einaudi editore.