“Quando fare è credere” di J. Scheid

Per la serie “consigli per la lettura” vi parlo di un libro di storia antica romana dedicato esattamente non tanto alla religiosità, ma alla ritualità dei riti della religione romana.

Scheid si sofferma a studiare tre riti: i riti della dea Dia, i rituali per la tutela dei campi spiegati da Catone e i riti funebri. In questi tre momenti lo storico cerca non solo di dipanare il concetto di rito, di capirne la gestualità per capire se ci fosse un’idea di base comune o se a ogni divinità bisognasse approcciarsi in modo personale. Insomma: i romani avevano una “messa”(termine che uso provocatoriamente, si sappia)? Più che una “messa” vera e propria, Scheid sottolinea almeno due aspetti importanti: uno che ci sono riti privati e riti pubblici, quelli che riguardano le famiglie in quanto tali e quelli che coinvolgono lo Stato in qualità di “individuo” pubblico e politico che parla a nome della collettività; il secondo è la presenza di un rito romano e di un rito greco, inteso come insieme di gesti e sacrifici e modi di porsi.

I due elementi di pubblico e privato sono una componente specifica della società romana in cui l’individuo vale per sé, ma anche per la sua famiglia e come valore per lo Stato: insomma una cosa complicata che non è così netta o facile da distinguere. Insomma il tria nomina (i tre nomi che identificano ogni cittadino maschio libero) sono quanto di più emblematico per capire questo meccanismo. Nella religione poi si nota in modo netto, dove i riti privati (in questo caso vengono presi in esame quelli funebri) sono una cosa in cui nessuno deve mettere mano, ma che si attengono a una chiara e ripetibile ritualità e cerimonia valida per tutti i cittadini, e vengono raggruppate in date specifiche durante l’anno dove tutta la cittadinanza si fermava e collettivamente, ma privatamente, onorava il ricordo. I riti pubblici invece sono molto più complicati: affidati ad esponenti politici che rappresentassero tutti, scanditi in momenti chiari e non sempre accessibili tutti, ricondotti alla collettività in momenti finali (quali i giochi).

Per quanto riguarda il secondo aspetto dell’origine della ritualità, quello che mi ha più colpito (ma che avevo già intravisto e compreso in altri testi e soprattutto nell’esame di storia romana fatto all’università) era la tranquillità dell’assimilazione di riti non propriamente romani: assimilazione talmente antica e profonda che gli stessi storici romani non sapevano distinguere o riferire al meglio quale fosse uno e quale fosse l’altro. Una cosa che ho sempre apprezzato in ottica religiosa dei romani è la capacità “opportunistica” di assimilazione delle divinità altrui: questo è il pregio delle religioni politeiste, oltre al fatto che salvo rari casi non le scomodano per dare seguito a una guerra (anche se senza il “beneplacito” divino raramente si muovevano, quindi anche in questo senso le cose sono molto più complesse).

Altro aspetto molto importante del libro è la descrizione di sacrificio animale ed ecatombe, facendo capire al lettore non tanto il tipo di animale che si dovesse sacrificare, ma la parte dell’animale che andava divisa fra mondo divino e mondo umano, e soprattutto la quantità. Stupefacente è comprendere come la massa di carne usata potesse essere talmente rilevante da fornire tranquillamente i macellai della città (ovviamente il riferimento è a Roma) e la popolazione, senza bisogno di macellare altri animali per il fabbisogno normale di alimentazione. Attraverso questa spiegazione tutta la figura dell’allevatore, del macellaio e della distribuzione della carne non ammessa alla divinità e a chi compiva il rito, prende un aspetto assolutamente più comprensibile, tolta l’aurea di sacralità del primo (allevatore e le sue bestie) e di “mercificazione” del secondo (il macellaio). Ancora una volta la religiosità romana prende l’aspetto della pragmaticità e  praticità, non sprecando nulla di quello che è comunque un bene.

Un libro da leggere, anche se non sempre di facile lettura, molto tecnico, con citazioni, ma non immagini; comunque utile per chi volesse ricreare in ottica rievocativa anche un aspetto importante della storia romana

Voto 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2005

titolo originale: Quand faire, c’est croire. Les rites sacrificals des Romains

traduttore: Barbara Gregori

casa editrice: Editori Laterza

finito di stampare settembre 2011, SEDIT-Bari

copertina: “Taurobolium“. Particolare da un affresco della Casa del Poeta Tragico di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Foto Lessing/Contrasto

pagine 325

“Sotto il segno del leone” di Amedeo Feniello

Per tutta una serie di motivi, fra cui il fatto che non riesco a star dietro a tutta la Storia, la parte del Sud Italia medievale mi è poco conosciuta nel suo particolare. Non è che non sappia cosa sia successo, ma in effetti la conoscenza della storia in ottica anche islamica o semplicemente araba mi sfugge. Quindi, considerando anche che non si smette mai di imparare la storia templare, ho iniziato a curiosare.

sotto il segno del leone

qualche ricordo mio dalla Sicilia e l’altro da parte di un mio amico dalla Turchia

Uno dei primi libri che mi sono presa, come introduzione al periodo, è quello in questione in questa recensione e devo dire che il primo approccio è stato faticoso perché la prosa delle prime pagine è piuttosto fuorviante per quello che sarà il vero narrare storico. Mi sono chiesta se fosse colpa mia nel senso che cerco sempre libri tecnici e non so più affrontare quelli introduttivi “alla portata di tutti” (il libro è stato comprato da Feltrinelli e non nei soliti canali specialistici da cui mi rifornisco); oppure altro era l’intento dello scrittore facendone quasi un romanzo storico. Per fortuna ci siamo compresi subito dopo e tutta una serie di nozioni molto interessanti sono state segnate a buon rendere.

Il meridione, anche se non tutto e non con la stessa copertura, ha dovuto affrontare una serie di conquiste e di cambiamenti di poteri, diversamente dal nord, ma tutti apportatori di leggi, mercati, alleanze, usi e costumi; in questo caso la conquista ha apportato un elemento ancor più importante per le conseguenze che si porta dietro: la religione. Non che il continente europeo non si sia portato dietro il problema religioso, a volte anche solo come paravento dietro cui nascondere altri problemi o anche discriminazioni, ma di solito si trattava, una volta che il cristianesimo si era imposto nel centro sud Europa, di modi di percepire la stessa dottrina; qui invece si parla di un’altra religione, di qualcosa di diverso, anche se normalmente si tende a omologare le tre religioni del Libro sotto una stessa cosa. Le differenze ci sono, ci saranno sempre, ma il testo giustamente non tratta di teologia ma di cultura o eventi storici, di politica e di economia. E quindi si riscopre l’importanza di un governo unico o dalla stessa parte per favorire gli scambi commerciali (prima era l’impero romano, poi, in questo caso, è l’appartenenza a un unico sentire o religione anche se i governatori sono i più disparati) nel Mediterraneo. Si da forza al fatto che dall’ 800 in poi i popoli musulmani erano una forza in espansione e anche in costruzione, con sì desiderio di conquista, ma anche stimoli intellettuali e di tolleranza; tutto ciò ha permesso di dare un’ulteriore spinta di progresso in quei territori che per varie scelte politiche e casuali erano ai margini dell’impero (vedi la Sicilia).

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La cattedrale di Palermo. Ricordo di una bella vacanza in quella città, nel 2013

Una volta che perde il modo romanzato di raccontare la vicenda, il testo mi è diventato fondamentale soprattutto perché tratta argomenti che di solito sono passati sotto silenzio in quasi tutti gli altri: la schiavitù (fenomeno molto comune in tutto il medioevo e che bisognerebbe studiare meglio); i commerci sia in ottica di tratte che di materiali; i rapporti con le altre figure religiose e il concetto di tolleranza (altalenante e comprensibilmente logico), soprattutto trattando anche le comunità ebraiche da una parte all’altra del mare. Molto importante per quello che mi serve anche il discorso sui materiali tessili (lino, seta e cotone) che di solito si pensa siano arrivati in Italia in epoche successive, con le crociate: lo storico invece, attraverso i documenti, anticipa la loro venuta e la loro diffusione sia come coltivazioni che come lavorazione.

L’ultimo capitolo è dedicato a Lucera e ne da un racconto ben diverso da quello che mi ero fatta leggendo e ascoltando i miei amici rievocatori del sud: non una città aperta, nata spontaneamente e culla di cultura, ma un vero e proprio ghetto dove Federico II (stupor mundi sì, ma approfittatore a suo vantaggio sempre) aveva fatto deportare la popolazione siciliana di fede musulmana. Mi si è aperto un modo nuovo di vedere sia l’imperatore che i vari rapporti che egli aveva con le più disparate personalità e comunità viventi sotto il suo impero: qualcosa di ancor più complesso e nello stesso tempo meno lontano dalla mentalità medievale del tempo.

Qualcuno leggendo la mia recensione potrà pensare che l’autore sia di parte e in effetti a mio parere lo è stato, ma non come credete. Feniello ha deciso di “parteggiare” per i musulmani, i conquistatori prima e detentori legittimi poi (perché, ricordiamocelo, se occupi un territorio per quasi o più 100 anni qualche legittimità te la sei fatta anche se agli altri non piace), scegliendo di raccontarci il loro “regno” in modo sempre positivo e la “reconquista” dei normanni, dei bizantini e di altri poi come un decadimento all’imbarbarimento più totale. Scelta, che io non condivido non perché parteggi per i musulmani, ma perché per quanto a uno piaccia parlare di una parte la Verità sta sempre nel mezzo tanto più nella Storia che ha fenomeni talmente complessi che bisogno prenderli con tante pinze. Diciamo che è solo una scelta stilistica, più che di metodo vero e proprio, ma con più distacco forse avrei potuto comprendere al meglio la tridimensionalità e multiculturalità del periodo e della zona geografica.

Una lettura che consiglio comunque per chi volesse iniziare a capirne un po’ di più sulla nostra storia e sul fatto che c’è sempre uno scotto da pagare per essere multiculturali ma la Storia ci fa sempre vedere quale se lo si vuole vedere.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2011

casa editrice: Editori Laterza

finito di stampare maggio 2011 presso SEDIT- Bari per conto della Gius. Laterza & Figli Spa

copertina: “Suonatori di flauto e tamburo presso la fontana di un palazzo” dettaglio della navata centrale del soffitto della Cappella Palatina di Palermo. Foto archivio Franco Cosimo Panini Editore, © Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno. Pugnale ottomano. Foto © SSPL/Getty Images

progetto grafico: Silvia Placidi/Grafica Punto Print

pagine 306