La canzone di Antiochia

1.
Signori, state quieti, non fate più rumore
se volete ascoltare una canzone illustre.
Nessun giullare a voi ne dirà una migliore
e amarla noi dobbiamo e tenerla in gran conto,
ché il prode può trovarvi molte storie esemplari.
Posso davvero dire e a chi ascolta affermare
che mai miglior fu detta -se ben sai giudicare-
della Santa Città che è degna d’ogni lode,
dove si lasciò Cristo straziare e malmenare
e colpire di lancia e piagare e ferire;
chi ben la vuol chiamare dice: Gerusalemme.
Questi nuovi giullari che ne cantan la storia
han  lasciato da parte proprio il suo vero inizio,
ma Graindor de Douai non vuol dimenticarlo,
lui che ha rimesso a nuovo tutti quanti i suoi versi.
Or di Gerusalemme sentirete parlare
e di quelli che andarono a onorare il Sepolcro
e come da ogni dove riunirono le armate.
Di Francia, dal Berry e anche dall’Alvernia,
di Puglia e di Calabria sino al mar di Barletta
e di qua fino alla Gallia convocaron le genti
e da tante altre terre non so nominare:
di un tal pellegrinaggio mai si sentì parlare.
Per Cristo toccò loro patire molte pene,
e sete e fame e freddo, vegliare e digiunare;
Domineddio ha dovuto ricompensarli tutti
e portarne le anime a sé, nella sua gloria.


a cura di Gioia Zaganelli
“Crociate. Testi storici e poetici” Arnoldo Mondadori Editore

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Le maghe Tessale

“L’efferata Erictho, condannati tali barbari riti,
e incantesimi di una gente sinistra perchè troppo pietosi,
aveva sospinto la sordida arte a nuove pratiche.
Era per lei un sacrilegio inchinare il macabro capo
ai tetti di una cittò o ai Lari; abitava in vuoti sepolcri
e occupava i tumuli, scacciate le ombre, grata
agli dei dell’Erebo. Né i Celesti, né l’essere viva
le impedivano di assistere alle silenti riunioni dei morti,
di conoscere le dimore dello Stige e i misteri del sotterraneo Dite.
Un’orribile magrezza scavava le guance della sacrilega, e la faccia
ignara del cielo sereno era orribilmente oppressa
dal pallore stigio e gravata dalla chioma scomposta. Se un nembo
o cupe nubi offuscano le stelle, la Tessala esce
dai nudi sepolcri e cerca di catturare i fulmini notturni.
Dove calpesta, brucia il seme di una messe feconda
e con l’alito corrompe l’aria che prima non era mortale.
Non prega i Celesti, non invoca con supplice canto
l’aiuto d’un nume, ignora le fibre propiziatrici;
s’inebria nel porre sulle are funeree fiaccole
e incenso che ghermisce dai roghi funebri.”

Marco Anneo Lucano “Farsaglia”
[libro VI, versi 507-526
edizione bur. traduzione Luca Canali.]