L’importanza di comunicare le cose corrette

Ritorno a buttare giù i miei pensieri piuttosto che farvi vedere cosa combino (anche perché sono in ferma biologica, come si direbbe se fossi un pesce): pensieri che frullano in testa avendo a che fare con amici e conoscenti dalle vite più disparate. Non ho solo rievocatori fra le mie conoscenze e anche fra loro il modo di approcciarsi alla Storia e alla divulgazione non è mai lo stesso per tutti.

Cosa significa fare divulgazione?

Non faccio un’elenco in modo da darvi il vostro pensiero su un piatto d’argento, vi dico direttamente il mio: fare divulgazione significa comunicare nel modo più comprensibile un’informazione veritiera.

Sezioniamo la frase.

Informazione veritiera. Faccio fatica a parlare di Verità (con la V maiuscola ovviamente), perché è una cosa che si potrebbe ottenere solo avendo una macchina del tempo e per ora non esiste. Per ora. Quindi si deve usare un termine che si avvicini alla verità, al dato oggettivo scevro da ogni visione soggettiva e personale: potrebbe essere verosimile o veritiero. Chi comunica qualcosa, soprattutto quando si parla di Storia dovrebbe avere prima di tutto dalla sua lo studio e l’approfondimento, poi la comprensione dei dati che ha acquisito per poter comunicare il fatto nel modo più oggettivo possibile. Sì, chi divulga, pur parteggiando per qualcuno o qualcosa (lo facciamo tutti noi rievocatori, se non non sopporteremmo fatica e disagio) dovrebbe essere oggettivo e non negare il bello e il brutto che è stato fatto. Non esiste un’epoca storica che possa essere stata un’età dell’oro: esistono solo epoche di pace, di compromessi, di costruzione ed epoche di guerra e distruzione, e nel mentre si mischia tutto quello detto sopra. Questo dovrebbe essere fondamentale per far capire a chi ascolta che la storia dell’Uomo è un lento mutamento, evoluzione e involuzione, su e giù, niente altro che andare avanti; chi ascolta potrebbe anche capire come cogliere il meglio da ogni epoca, potendo discernerne il peggio; in più si potrebbe anche far comprendere il perché delle mutazioni e della ripetibilità di certi eventi in condizioni simili. Ma questo è un lavoro onesto e pesante perché impone che chi fa divulgazione abbia compreso quello che racconta quasi a 360° e non è facile. Nessuno ha mai detto che lo sia.

Comunicare nel modo più comprensibile. Questo è un pilastro di ogni tipo di comunicazione: adattarsi al ricevente. Non si può parlare in modo difficile a un bambino di 4 anni, come non si devono trattare gli adulti come degli infanti; parlare in una scuola è diverso che fare un laboratorio manuale in estate; parlare in una conferenza è diverso che farlo in aula universitaria. Se vogliamo far arrivare il messaggio senza decodifiche aberranti bisogna adattare linguaggio e tono. La verve è un di più molto personale e non è facile insegnarla.

Detto questo, cosa ha smosso questo mio post? Il fatto che in luoghi deputati allo studio quali i musei, ci siano ancora persone (da guide ai testi di corredo ai reperti, alle didascalie queste sconosciute a volte) che divulgano visioni vecchie di 20 anni, superate dagli studi fatti in questi anni; e che alla mia rimostranza mi sia stato risposto da un non addetto ai lavori che “non era importante, tanto la gente non lo sapeva comunque”.

(sospensione del pensiero).

Qui mi sorge una spontanea: se sei ignorante posso raccontarti qualunque balla tanto si parla di roba vecchia come la Storia? Che differenza ci sarebbe allora con una bufala scientifica o una vera e propria disinformazione fatta per manipolare le coscienze? Non è che se si parla di Storia si possa dire qualsiasi cosa “tanto che importa, son cose vecchie”, tanto non ci sono i testimoni a smentirti.

La Storia è il nostro presente e sarà il nostro futuro o quello dei nostri figli. Non è una cosa da poco. La Storia ci dovrebbe permettere di capire da dove veniamo per riuscire a modificare dove stiamo andando. Se raccontiamo una Storia bugiarda su cosa si basa il nostro presente se non su piedi d’argilla?

Che senso hanno gli archeologi, gli storici, i restauratori, gli sperimentatori, i rievocatori, tutti coloro che mettono le mani nelle fonti, che cercano ancora una volta di farle parlare in modo udibile che tanto basta una balla per ammansire le folle e dar loro il senso di appagamento culturale? Che senso abbiamo tutti noi se basta un pseudo giornalista a fare sensazione buttando informazioni a caso, malgrado centinaia di esperti dicano il contrario? Esiste un panem et circenses anche della cultura e io non lo sapevo? Diamo in pasto alla gente pillole avariate di sapere e loro non avranno più la curiosità di andare a fondo delle cose.

Non è il mio modo di fare cultura.

Preferisco dire “a seguito dei recenti studi quello che sapevamo è stato completamente rivoluzionato e abbiamo cambiato idea” e giù a snocciolare dati, legami, fonti, situazioni in modo che in almeno una persona di fronte a me si illumini il neurone. Preferisco fare un laboratorio didattico sulla schiavitù romana per i più piccoli, ridendo ma non negando loro l’essenziale della cosa, piuttosto che dar loro la peggior fiaba Disney (perché ne ha anche di belle e bisogna ammetterlo). Preferisco “perdere tempo” a cercar di far comprendere il filo rosso della Vita alle persone unendo anche argomenti che sembrano assurdi per far vedere con gli occhi del cervello come vivessero i nostri avi. Preferisco combattere contro i mulini a vento piuttosto che cedere alla faciloneria del buttar su.

Chi ho davanti ha il diritto di accedere al Sapere come me, anche se non ne ha le stesse potenzialità, perché non è una questione elitaria o di scelta divina: non importa l’età, il sesso o il titolo di studio, il mio dovere è di non raccontare frottole e di non accettare che vengano raccontate frottole; mio dovere è di continuamente mettermi in dubbio e continuare a informarmi, anche leggendo materiale che è lontano dalla mia idea storica perché è sempre meglio avere dubbi che certezze nella vita.

Io devo raccontare la Storia, se no che senso ho io di fare la rievocatrice storica?

MRK_0226

ecco cosa significa raccontare la Storia e avere il pubblico che ascolta

Annunci

Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano

Il riccio

De Herinacio. On the Hedgehog

Con la scusa di questo stupendo video oggi ho voglia di parlarvi del riccio nel medioevo. Solo un breve accenno, perché in effetti questo post nasce per tenere a mente a tutti solo esclusivamente il video per vari motivi: la bravura della costruzione, la tecnica scelta  e i materiali, il fatto che sia in latino.

Prendendo come punto di riferimento il libro di Pastoureau “Bestiari del Medioevo” veniamo a sapere che il nostro animaletto non era propriamente ben visto perché era considerato “nocivo”, “avido e pieno di spine” e che cerca di rubare l’uva dalle vigne (guardate il filmato). “E’ il ladro che, come il cinghiale biblico, <devasta le vigne del Signore>.” (cit.) La cosa meravigliosa è che per i medievali il riccio ruba gli acini dopo averli fatti cadere dai pampini e poi si rotola sopra per infilzarli con gli aculei!

Il nostro animalino così raro nelle nostre parti e da proteggere sicuramente, essendo un animale notturno veniva associato con la malvagità e questo è un retaggio che il cristianesimo assorbe dagli antichi romani e greci che vedevano (se non in rari casi come la civetta simbolo di Atena) negli animali notturni e scuri i compagni delle divinità degli inferi.

Godetevi il filmato e proteggete i ricci!

p.s. Grazie Lara per avermi fatto scoprire questa meraviglia di video

Nota:

Siccome non riesco a postare una foto nei commenti (vista la giusta obiezione di Mercuriade) aggiungo qua una comparazione fra l’immagine del manoscritto e l’originale riccio (foto mia quando riesco a beccarli in giardino).

PicMonkey Collage riccio2

Santo Buddha e il Battistero di Parma

Ci sono cose che dai per scontate perché ce le hai sotto mano e ci sono cose che si scoprono e si comprendono anche solo con un là trovato su una rivista. Ecco quello che mi è capitato leggendo un articolo di “Medioevo” del 2013: in una lunetta del Battistero di Parma c’è narrata una parabola tratta dalla storia di “Barlaam e Josaphat” che altri non è che la storia cristianizzata del Buddha. Come è strano il medioevo eh?

Perché il medioevo tanto vituperato non solo non è buio e grigio, ma non è nemmeno statico. Viaggiavano i mercanti, viaggiavano i marinai, viaggiavano i pellegrini, viaggiavano gli ambasciatori, viaggiavano le principesse mandate in sposa a signori lontani, viaggiavano i soldati, viaggiavano i maestri e gli studiosi, ma soprattutto viaggiavano i monaci. E ovunque andassero queste persone raccontavano storie, interagivano con gli altri, ascoltavano gli altri, portavano a casa storie che facevano loro. L’apporto a questo meccanismo è dovuto soprattutto ai monaci che in un modo o nell’altro hanno copiato, ricopiato e tramandato tutto quello che passava sotto le loro mani con l’unico “difetto” di cristianizzare il tutto. I monaci cristianizzavano miti e divinità positive altrui perché in esse, dicevano, si vedeva la mano, lo spirito e la volontà di Dio. Non è proprio un’appropriazione, ma piuttosto la vera essenza del medioevo che è sempre e costantemente permeato di Dio, per cui solo in casi estremi non si riconosce che Dio può essere ovunque e che non esiste popolo (anche il più strano) che non possa essere raggiunto dalla sua misericordia.

Questo modo poi di “tradurre” la mitologia altrui ha permesso non solo di venire a conoscenza di altre religioni e dei meccanismi di contatto fra i cristiani occidentali e non e gli estremi del mondo, ma permette ai filologi di poter ricostruire la base storica reale e poter permettere ad antropologi e rievocatori (perché no) un miglior studio: basta togliere la copertura.

Ma andiamo nello specifico. E scusate se vado a parlarvi della cosa in sintesi, ma se no, come ho potuto notare iniziando a cercare informazioni sulla cosa, ci scappa una tesi.

La leggenda o il racconto di Barlaam e Josaphat (da ora in poi B&J) arriva a Bisanzio attraverso i contatti con l’islam islamitico che aveva a suo tempo trasformato Buddha in un mistico mussulmano. Qui la storia arriva e si fa così interessante che nel X secolo il monaco georgiano Giovanni e suo figlio Eutimio ottenendo dall’imperatrice Teofano di poter istituire un monastero sul monte Athos iniziano a rielaborare questa storia e soprattutto a metterla per iscritto. Dalle loro mani esce il testo fondamentale per la nostra vicenda: il “Balavariani”. Questo testo sarà il libro cerniera per i racconti che arrivavano dall’oriente attraverso la doppia via bizantina e araba e poi si diffonderanno in modo inimmaginabile per tutta Europa diventando davvero la fonte di tantissimi racconti del medioevo cortese.

il mondo è piccolo a volte

il mondo è piccolo a volte

Ci sono traduzioni in tutte le lingue attraverso le linee di contatto (greco → slavo ecclesiastico → russo e serbo; greco → est del mondo; greco → occitano, oil, medio-alto tedesco, inglese, spagnolo, boemo, polacco); continuando a riproporsi nel secoli dal X secolo fino al 1800, trovando echi fino al “Siddharta” di H. Hesse.

In Italia più e più volte è stato riprodotto:

  • cappella di Sant’Isidoro nella basilica di San Marco a Venezia
  • rilievo della cattedrale del duomo di Ferrara
  • affreschi dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma
  • affreschi di Palazzo Corboli ad Asciano
  • mosaico della cattedrale di Otranto
  • lunetta del Battistero di Parma

Nel medioevo è tale la fama di questo giovane santo, tale il suo esempio che non ci si pone alcun dubbio e viene inserito nel novero dei santi della “Legenda Aurea” di J. da Varrazze. Ma il medioevo è anche questo, coi suoi santi popolari, acclamati e mai visti, la cui presenza fisica alla fine non è così importante basta avere una reliquia che ne attesti la presenza. E alla fine non hanno tutti i torti, lasciando perdere il discorso economico e di prestigio e basandoci solo sull’umanità, in un’epoca in cui le comunicazioni erano lunghe; i papi cambiavano e tu che magari abitavi a 1000 km non sapevi nemmeno che faccia avesse se non per volere di un pittore che te ne riportava le fattezze; in cui gli echi di vittorie arrivavano quando oramai non si avevano più praticamente gli esiti; in cui si facevano a piedi o a cavallo non più di 30 km al giorno o giù di lì; insomma dove internet e la tv non esistevano come si poteva stare a controllare tutto e subito? Va bene così, gli effetti del credere non portarono solo guerre ed eresie, ma anche ricchezza e monumenti meravigliosi.

Cosa parla la storia? Di un giovane principe che per volere paterno, a seguito di una profezia negativa, è costretto a vivere rinchiuso in una torre allietato solo da persone giovani e sane in modo che il suo cuore e la sua mente non possano mai vedere la corruzione della malattia e della vecchiaia. Ma soprattutto non gli è permesso conoscere i cristiani che vivono nel suo regno. Il re può tutto, ma diciamo che Dio può qualcosa di più e il giovane Josaphat viene a conoscenza dell’eremita cristiano Barlaam e non solo scopre cose che gli erano precluse e che faranno di lui un misericordioso, ma si converte e sceglie di abbandonare tutti i lussi, difendere i cristiani e vivere come un eremita. Ovviamente il contrasto col padre è duro e drammatico, fino a quando il buon cuore del giovane riesce a portare a Cristo tutti quegli che gli sono vicini, padre compreso.

Ma arriviamo a Parma. O meglio è probabile che ci arrivasse una serie di operai di origine serba a seguito della scuola bizantina di Costantinopoli che nel XIII secolo lavorò all’abbellimento del monumento. Questo si ipotizza studiando in modo analitico tutte le varie scuole che si avvicendarono nel XIII per la conclusione dell’opera e di cui non mi dilungo perché è davvero troppo dettagliato.

Lato meridionale

Lato meridionale

Cosa viene rappresentato?

lunetta meridionale

lunetta meridionale

Un ragazzo arrampicato su albero frondoso e ricolmo di frutti è intento a mangiare miele, incurante del fatto che ai suoi piedi un enorme drago gli sputi addosso fuoco e due roditori rosicchino le radici dell’albero. Ai lati i due carri del sole e della luna trainati da cavalli e da buoi compiono il loro rispettivo tragitto proprio correndo contro l’albero.

il sole

il sole

la luna

la luna

il fanciullo e il favo di miele

il fanciullo e il favo di miele

il drago e i due roditori

il drago e i due roditori

Questo è il quarto apologo del B&J che l’eremita racconta al giovane per mostrargli le vanità del mondo. Nel testo originale è leggermente modificato: un uomo caduto in un abisso fuggendo dall’unicorno, si aggrappa a un arbusto, mentre due topi (uno bianco e uno nero) ne rosicchiano le radici, e un drago e quattro serpenti lo attendono nel fondo dell’abisso. L’uomo distratto da una goccia di miele dimentica tutti i pericoli.

La versione parmigiana è semplificata, ma mantiene tutti gli elementi che fanno capire al suo osservatore il senso dell’ exemplum: le lusinghe del mondo distraggono l’uomo dall’avvicinarsi della morte e dei pericoli che lo circondano. Se pensiamo che è posizionato su una lunetta di uno dei due ingressi del battistero, possiamo ben capire il messaggio che si voleva non tanto dare al battenzando, ma a coloro che battezzati lo erano già, ma troppo distratti dal ricordarsi il messaggio cristiano.

Ancora una volta un monumento parla non a un singolo, ma a un’intera comunità ricordando in modo chiaro e facile (per loro, meno per noi) come ci si dovesse comportare. Ancora una volta il medioevo appare così semplicemente complesso, raccontando su un punto piccolissimo di un edificio a migliaia di chilometri di distanza la storia stravolta, rivista e rivisitata ben due volte da due religioni, del Buddha indiano e della sua straordinarietà spirituale. Per chiunque volesse continuare a pensare che il medievale era un uomo chiuso nel suo mondo, chiuso alle storie altrui e ignorante, si rilegga questa vicenda e verrà smentito.

I libri che ho usato per questo breve post sono

  • “Storia di Barlaam e Iosafat” di Cesaretti e Ronchey
  • “Il Battistero di Parma. Iconografia Iconologia Fonti Letterarie” a cura di Giorgio Schianchi
  • “Medioevo” dicembre 2013

 

Cosa non si fa per la cultura.

Adoro questo modo di fare pubblicità per la cultura, e nello specifico per un museo e la sua riapertura.

Cosa non darei per poter fare la stessa cosa anche in Italia, anche come una semplice spettatrice!
Ma qui bisogna che tutto passi per la burocrazia, i parrucconi e le vecchie idee; una cosa del genere come minimo vede l’intervento delle forze armate e di sconosciuti enti per i consumatori perché magari la vecchina si è spaventata oppure l’ignorante non l’ha capito.
Vabbè, non mi deprimo e mi riguardo il filmato e sogno di poter vivere in un paese civile e amante della cultura.

La cultura e il biglietto gratis

Piccolo sfogo che vale il tempo di uno sfogo e non vuol essere una lezioncina a nessuno.
Da qualche anno leggo sulle riviste di settore, sento dire dagli amici, leggo su fb, ci si chiede perché bisogna pagare un biglietto per andare a vedere un museo. Si dice che la cultura deve essere gratuita.
Magari, ma non è possibile.
Non è possibile perché noi tendiamo a confondere la possibilità di raggiungere più persone con il servizio che la cultura offre alle persone, ma a mio parere non è la stessa cosa.
Un museo deve essere fruibile e comprensibile per tutti: uomini, donne, bambini, disabili, anziani, italiani e stranieri.
Per poterlo fare ora come ora tocca ragionare in restauro dello stesso museo.
Bisogna fare teche con reperti che abbiano spiegazioni leggibili con un italiano corrente (per non parlare di spiegazioni anche in altre lingue perché a volte è chiedere troppo) o almeno con spiegazioni dei termini tecnici. Per fare questo forse ci vuole poco, magari un po’ di buona volontà, visto che molte descrizioni dei reperti risale agli anni ’70 e sono scritti a macchina su un foglio…
Per abbassare le teche e renderle fruibili a tutti bisogna rifarle e risistemare tutto l’allestimento e qui sono spese.
Rendere raggiungibili le stanze anche per chi ha problemi motori non è sempre fattibile e purtroppo a volte tocca operare un vero e proprio restauro degli edifici.
Per non parlare delle altre disabilità che a volte sono raramente superabili in Italia (per esempio per la cecità, sono pochissimi gli esempi di musei con copie di reperti che possono essere toccate).
Lasciamo perdere poi il discorso bagni e bookshop che forse è meglio aspettare l’arrivo degli alieni.
Mettendo il caso che il museo X sia già così, a posto, allora tocca calcolare altri costi come il mantenimento costante della temperatura per il mantenimento dei reperti, lo stipendio dei restauratori per il controllo dei reperti, le bollette di luce gas acqua, lo stipendio per custodi e guide.
E qui casca l’asino vero?
Quando noi vogliamo un biglietto gratis per entrare al museo non ci pensiamo che in quel museo ci lavorano delle persone che poi a loro volta devono pagare le bollette, mangiare e costruirsi un futuro vero?
Nella mente delle persone purtroppo c’è sempre quel certo egoismo che ci pone nell’ottica di pensare al proprio piccolo orticello: io voglio usufruire della cultura, io voglio andare in quel museo e non spendere, io voglio poter andare ovunque. Purtroppo non è possibile perché i musei costano e gli enti statali non hanno fondi, visto che lo Stato ha fatto dei tagli.
Possiamo discutere fino allo sfinimento dei compiti dello Stato, dei ladrocini dello Stato, delle deficienze dello Stato, ma o avete una bacchetta magica oppure tocca iniziare a ragionare in modo differente.
Se poi guardiamo la Storia non esiste Uno Stato che sia stato in grado di pensare al welfare, alla difesa, alla sicurezza e al mantenimento dei beni archeologici contemporaneamente. Mi direte che il concetto di bene archeologico è un concetto moderno e avete ragione, ma un tempo erano i privati che pensavano ai restauri delle Chiese (per propria gloria personale, ma tant’è lo facevano) o di altri edifici pubblici oppure abbellivano i loro palazzi privati (palazzi privati che col tempo sono diventati beni pubblici statali) e ci pensavano loro al mantenimento. Questo vuol dire che lo Stato centralizzato poteva (se voleva) pensare ad altro.E non è cosa superflua questo aspetto.
Ora il nostro Stato deve pensare anche a tutta questa eredità privata e non ci sta dietro. Siamo consci di questa cosa?
Abbiamo troppa roba da gestire e pochi fondi. Punto.
Possiamo dire “se”, “ma”, “se fossimo”, ma non siamo e non possiamo. Punto.
Invece di ragionare su biglietti gratis, sulle persone che fanno cultura che dovrebbero non essere pagate “perché fanno una cosa che piace a loro” (Ma che ragionamento del cavolo! Vogliamo parlare di tutti quegli archeologi che vantano dei crediti nei confronti degli enti pubblici? Vogliamo parlare di tutte quelle volte che si pretende che la guida non costi un sovrapprezzo sul biglietto, come se il suo servizio non avesse valore? Vogliamo parlare della pretesa che il rievocatore che FA didattica la debba fare gratuitamente, “perché tanto…”?), monumenti restaurati per magia, se iniziassimo a ragionare sul cosa ci aspettiamo quando paghiamo un biglietto del museo?
Prima di tutto possiamo ragionare per fasce di prezzo, ma ci perderemmo in numeri e metrature, quindi possiamo valutare che se spendi 3 euro puoi accontentarti, se ne spendi 8 euro inizi a pretendere, di più devi avere anche il tappeto rosso. Può andare come inizio?
Che cosa vuol dire questo?
Che non dobbiamo pensare che tutti i musei siano uguali, che tutti i reperti siano uguali, che la mole di reperti non influenzi il suo mantenimento, che l’impostazione di essi sia per tutti standard.
Se un museo come il Louvre che per vederlo tutto ci vuole una vita, il prezzo del biglietto ti costa (guardando su internet) sugli 11 euro, i musei vaticani più la cappella Sistina sui 16 euro, tanto per dire alcuni fra i più importanti, questi prezzi li riteniamo assolutamente abbordabili e ottimi per la quantità di reperti e per la qualità degli stessi.
Se invece lo stesso prezzo o quasi lo paghiamo per due cose in croce, allora è giusto lamentarsi.
Qui casca l’asino (e due!)!
Basta  confondere le cose, i musei, i servizi, le possibilità!
Dare un valore ai musei non è peccato; sapere che i propri soldi sono ben spesi non è peccato; pretendere che ai nostri soldi dati per un biglietto equivalga un servizio dello stesso valore non è peccato.
La cultura costa e purtroppo se continuiamo a pretendere che non costi essa chiuderà per mancanza di liquidità!
Pretendiamo servizi decenti e aggiornati.
Pretendiamo che ci siano riduzioni per chi le deve avere (scolaresche, minorenni, pensionati, ma anche chi con un vero 740 non arriva a fine mese ma vuole imparare) e non così a pioggia.
Dobbiamo rassegnarci a fare delle scelte e fare dei sacrifici per poter usufruire di una cosa, perché non possiamo avere tutto (e qui secondo me siamo vittime del consumismo più sfrenato che ci ha fatto credere che dobbiamo avere tutto) e soprattutto dobbiamo, ognuno con le proprie possibilità, diventare finanziatori e sostenitori presenti e attivi della cultura, pretendendo per quello che si da.
Basta essere passivi fruitori con servitori a seguito, ma essere attivi “miles” culturali che vedono come proprio  quello che ci circonda e fare come il buon padre di famiglia.
Io stessa, per quanto abbia una buona famiglia che mi sostenga anche in questa mia follia di fare la rievocatrice, faccio sacrifici per poter usufruire della cultura. Un esempio? Se so che andrò per un museo (dove potrei anche rischiare di prendere qualche catalogo), non esco a cena con gli amici, ma li raggiungo dopo per fare quattro chiacchiere. Oppure invece di andare al cinema una volta di troppo per film così, aspetto di prenderli in videoteca. Sono esempi del cavolo, lo so, ma mica faccio rivoluzioni mondiali io, faccio il mio piccolo!
Le giornate o settimane della cultura non sono un male, anzi sono una possibilità per tantissime persone e per tantissime occasioni, quindi è una vergogna che quest anno siano state eliminate, ma purtroppo non possono essere un sempre.
Quando andiamo nei musei guardiamoci attorno e guardiamo cose, facce, persone e situazioni e mettiamoci nei loro panni e chiediamoci se potremmo vivere con le pretese che noi abbiamo su di loro.
A volte mettersi nei panni degli altri aiuta a capire qualcosa.
Basta, vi ho già ammorbato troppo con il mio sfogo.
Uno sfogo che è solo la mia verità e non LA verità.

Le giornate del FAI: 23 e 24 marzo a Palermo

Non riesco mai a partecipare alle giornate del FAI o della cultura perché in quei giorni sono sempre in rievocazione o in fiera o in cose che competono la rievocazione storica, ma sta volta, complice la vacanza, finalmente vi ho partecipato.
A Palermo ci saranno stati un sacco di eventi ed edifici, ma dovendo riprendere l’aereo dopo pranzo non ci è sembrato il caso di avventurarci troppo e siamo rimaste (io e mia mamma, mio padre lavorava) attorno all’albergo.
Abbiamo potuto vedere e seguire le spiegazione dei ragazzi nell’oratorio annesso alla Chiesa della Gangia e la Biblioteca Francescana.
Nel primo, ora archivio di Stato, due ragazzi del liceo ci hanno spiegato un po’ di cose e benché si capisse che la lezione era ben preparata, ma altro si poteva imparare, quello che mi è piaciuto è capire che questi ragazzi provano per la loro città un vero amore; quello che invece mi è dispiaciuto è sentirli già demoralizzati e come impotenti di fronte alla burocrazia, alle amministrazioni, allo strazio della loro città.
Soffitto barocco siciliano.
accompagnamento musicale molto interessante, purtroppo la sala era troppo piccola e molto affollata e quindi si è mischiato con il rumore. Magari se lo avessero messo in altra stanza lo si sarebbe apprezzato meglio.
Monumento in ricordo della fuga di alcuni rivoluzionari contrari ai Borboni. Il buco sotto la grata (chiuso e purtroppo mortificato da un graffito) è originario e da lì i prigionieri scapparono dalla Chiesa della Gangia, grazie anche alla complicità di un prete e delle donne della via.


Nella Biblioteca Francescana a fianco della chiesa di San Francesco (quella chiusa, inaccessibile del post precedente) invece c’erano i ragazzi delle medie e sinceramente non ricordo niente di quello che hanno detto, perché sono stati buffissimi: emozionati, volenterosi, pronti a divertirsi e a “sfidarsi” (facevano la gara fra loro a chi incastrava più turisti!). Non so quanto ricorderanno delle nozioni imparate, ma l’importante secondo me è stato che sono stati coinvolti nella storia e nella cultura della loro città, si sono sentiti parte integrante della vita culturale e di un evento che spero possa rinnovarsi ogni anno.
Per fare davvero una rivoluzione purtroppo tocca saltare le generazioni grandi e puntare sui piccoli.
Lo scalone d’entrata.
Per entrare nell’edificio tocca passare oltre a un vero disastro di incuria che mi sono rifiutata di fotografare perché davvero ero rimasta scioccata: sembrava di essere entrate in un garage degli anni ’60…
All’interno l’edificio ha degli evidenti luoghi restaurati e altri in restauro.
La biblioteca in sé e per sé è abbastanza lasciata andare con mensole piegate dal peso dei libri e altri accatastati: credo che ci vorrebbe moltissima manodopera.
Spero che quei ragazzi capiscano l’importanza di una biblioteca non solo per noi o per loro, ma per tutti.
Visione del chiostro dall’esterno e dall’alto, visto che non è possibile visitarlo perché chiuso, o meglio le macchine possono entrarvi e posteggiarvi ma i turisti non hanno le indicazioni per poterlo vedere.
Ecco alcuni ragazzi intenti ad accompagnare una mamma coi suoi bambini piccoli nella prima stanza.
Notate il pavimento meraviglioso, tipico della città.
Corridoio adibito a mostra per le macchine da scrivere e degli incunaboli.
Alla sinistra il muro divide la biblioteca con la chiesa direttamente.
Uno dei tanti cactus. Con quel sole è innegabile che stiano bene.
La giornata è stata molto interessante e sinceramente è stata anche più stimolante di andare in giro da soli in una città un po’ silente in turismo, anche perché Palermo sembrava essere animata da un altro spirito e da un’altra luce.
Quando il FAI interviene in tutte le città d’Italia da modo alle stesse e ai cittadini di riappropriarsi di beni e storie a volte dimenticate e, per quanto io continui a dire e a ritenere che la cultura va retribuita, queste giornate vanno sfruttate al massimo da chi non sa ma vuole sapere e conoscere, da chi non può (purtroppo in questo periodo di crisi uno dei primi tagli è proprio nella cultura) ma vorrebbe e da chi può, va, ma vuole ancora di più.

Seconda conferenza Mansio Templi Parmensis

Mentre la prima conferenza è stata tempestata da una bufera di neve, la seconda è stata invece rallegrata dal sole e da un caldo inatteso.
Per fare arrabbiare, ma con affetto, il mio amico Enzo Valentini gli imputo la colpa del maltempo e degli sconvolgimenti storici, mentre la dottoressa Cerrini porta con sé il sole.
Questa seconda conferenza vede alcune defezioni importanti visto che lo Duca Nostro è stato colpito dal morbo influenzale e ha dovuto cedere il passo a noi “giovincelli”. Con patema d’animo e un bel po’ di agitazione (più o meno immotivata) io e il Rino ci siamo accollati gestione, coordinamento e compagnia per la dottoressa.
Ammetto con mia enorme gioia di aver potuto trascorrere una paio d’ore di chiacchiere con la dottoressa Cerrini la quale non solo si è dimostrata molto aperta e disponibile, ma soprattutto motivatrice e stimolante nel suggerire iniziative da proporre con la Mansio. I suoi consigli rivolti a me personalmente rimangono nella testa ben fermi e di certo sono stati più importanti di tante parole sparse da altri.
Ma torniamo alle conferenze che è meglio!
Questa seconda conferenza verteva sul nuovo libro “L’apocalisse dei templari”.
Per me è stato un onore essere la presentatrice della dottoressa Cerrini.
Ringrazio pubblicamente il Rino per avermi permesso di farlo
 e soprattutto per la motivazione che lui mi ha dato.
La dottoressa Cerrini si è specializzata nell’analisi della storia del Tempio a valutare e a riferire quanto essi fossero figli del proprio tempo e nello stesso profondi innovatori della Storia.
Attraverso la spiegazione degli affreschi della chiesa di San Bevignate a Perugia, ella ci fa scoprire come i rozzi cavalieri templari dediti all’intolleranza, all’omicidio e alla ricchezza (tutte teorie continuamente divulgate da chi non sa nemmeno cosa sia un testo storico vero e lo studio di esso), fossero invece dei fini teologi, laici, figli della loro classe sociale ma aperti al confronto.
Vi posto la sua intervista al blog mangialibri per farvi un’idea maggiore della sua passione e studio dell’ordine del Tempio: http://www.mangialibri.com/node/3210
Gli affreschi di San Bevignate sono importantissimi per alcuni motivi:
1. si trovano in Italia e questo spiega con molta chiarezza a tutti i sordi che la presenza templare nel nostro suolo fosse una cosa comune e ben integrata nella società;
2. si possono vedere immagini di fratelli templari in tenuta da combattimento come da pace nella mansio;
3. sono immagini della fine della storia e quindi si possono ben paragonare a quelli di Cressac che invece sono all’inizio della storia dell’ordine (anche se alcuni iniziano a dubitare che possano essere templari, per ora gli studi li catalogano come templari);
4. sono un racconto teologico a noi poco chiaro (ma attraverso il libro della Cerrini assolutamente comprensibile), ma per quel tempo comprensibilissimo.
5. ci raccontano non solo la storia di un ordine religioso-militare (e questa definizione è molto più corretta di monastico militare), ma anche di come si diventava santi nel medioevo: di san Bevignate si sa pochissimo e soprattutto nulla di certo della sua storia terrena;
6. i dipinti sono perfettamente coerenti con la Regola e quindi smentiscono ogni forma di eresia imputata a tutto l’ordine non solo al processo, ma anche da tante trasmissioni di pessimo gusto storico.
Per tanti anni la chiesa è stata chiusa e solo da un paio, credo, è di nuovo visitabile.
In questo sito ci sono le direttive utili per poterlo visitare:
http://turismo.comune.perugia.it/news.asp?id=584
Se passate da quelle parti non lasciatevela scappare, ma soprattutto leggetevi il libro perché gli affreschi purtroppo sono mutilati e quindi si possono perdere dei dettagli molto utili.
La conferenza è andata bene, con una buona affluenza di pubblico. Purtroppo per una questione (corretta) di gestione dei tempi ci è stato impossibile offrire al pubblico la possibilità di fare domande: 1 ora e mezza abbondante è troppo poca quando si ama una materia e si vuole dire il più possibile.
Per noi della Mansio è stato comunque possibile continuare a fare domande a cena: una piacevolissima serata che speriamo di poter replicare quanto prima.
Neanche a farlo apposta siamo stati a mangiare allo stesso tavolo della volta scorsa.

Prima conferenza della Mansio Templi Parmensis

Da almeno due anni se ne parlava, ma le occasioni, le possibilità, l’incastrare i singoli elementi ci hanno impedito di realizzare quello che volevamo. Almeno fino ad oggi.
Infatti alla fine tutti gli ingranaggi sono andati a posto e abbiamo potuto dare vita al primo ciclo di conferenze sull’ordine del Tempio.
Postazione espositiva dei libri e dell’evento
nella Feltrinelli in centro a Parma
in via Farini n.17
Ringraziamo per la collaborazione presente e speriamo anche futura
Abbiamo aperto con un amico, uno vero, uno di quelli che ha visto la Mansio nei primi anni, ci ha seguito con occhio attento per anni, ha visto il cambio di generazione, il passaggio di consegne, ma è sempre rimasto nostro amico e collaboratore. Ammetto che questa cosa ci rende particolarmente fieri ed orgogliosi.
Sto parlando di Enzo Valentini, professore ed editore della casa Editrice Penne e Papiri (non posso mettere il link del sito perché purtroppo è sotto attacco hacker e quindi non vorrei crearvi problemi. A breve spero di poter aggiungerlo), segretario della L.A.R.T.I (anche qui il sito segnala attraverso Google Chrome presenza di virus. Ma che è? Vi metto qui il loro blog.). Aspettando la fine degli attacchi (c’è del complottismo in area? Se vengo bloccata anche io sappiate che qualcuno non vuole la verità sui templari e sapete chi andare a cercare) ai siti, vi posto il blog della casa editrice pennepapiri dove leggere il suo post sulla conferenza.
Correlatore il nostro Commendatario (sì Duca Nostro, tutta la pappardella del titolo che ti sei dato la salto volutamente) fratel Giovanni della Verrucola:
Titolo della conferenza che ha aperto il ciclo è stata: “Nascita, vita e morte dell’Ordine del Tempio”.
E’ stata una nota introduttiva alla storia del Ordine del Tempio tanto per far capire meglio molti passaggi, togliere dubbi, smantellare errori grossolani (sempre grazie Voyager per rendere il nostro compito difficile e faticoso) e instillare la curiosità ad andare a leggere i libri seri sull’argomento.
Purtroppo l’annunciata bufera di neve ha sconsigliato e scoraggiato molte persone e quindi il pubblico era scarsino, ma per fortuna interessato e con poche ma corrette domande.
Comunque grazie all’eloquio fluente e accattivante devo dire che abbiamo provato tutti l’emozione di essere cacciati dalla Feltrinelli, visto che siamo rimasti oltre l’orario di chiusura.
Questo magari è stato un campanello di interesse per il direttore della libreria a non lasciarci sfuggire un’eventuale collaborazione futura con altre conferenze e argomenti.
Come è tradizione della Mansio dopo le grandi rievocazioni, le piccole rievocazioni, ma anche le medie rievocazioni, o dopo i grandi piccoli medi eventi, o durante le gite, insomma dopo ogni cosa che si fa insieme faticando, ma anche divertendoci, si finisce sempre a mangiare.
Una foto che racconta molta della storia della Mansio con i fondatori che per quanto abbiano abbandonato il campo ci seguono e ci sostengono con amicizia e affetto, la vecchia guardia che tira volentieri la carretta e gli amici sostenitori come Enzo. Grazie a tutti e speriamo di rivederci in primavera. Vero Enzo? Lo hai promesso.

I tempi non grammatici

http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2011/01/04/foto/terme_romane_turchia_allianoi-162338/1/?ref=HRESS-17

Prima di leggere il post, andatevi a leggere questo servizio sul National Geographic.

Fatto?

Allora continuate.
Mi sono sempre chiesta, come tanti credo, fino a che punto le rovine del passato possano impedire il progresso dell’umanità nel proprio presente; fino a che punto si può prevaricare la vita dei nostri avi. In fin dei conti il coesistere fra passato e presente è molto difficile.
Quando poi si parla della ricca Europa allora sembra che tutto sia più facile, perchè in teoria abbiamo soldi, mezzi e attenzione; mentre se si parla dei paesi in via di sviluppo allora possiamo passare sopra a tutti gli scempi. Come se non bastasse la guerra e l’ideologia a fare danni…
Io una risposta non ce l’ho. Lo ammetto.
Perchè pur amando fortissimamente il passato, mi rendo conto che non possiamo rimanere fermi a guardare alle nostre spalle, come se fossimo dei Giani monodirezionali. Non possiamo impedire che i nostri contemporanei lascino il segno del proprio ingegno o della propria estetica. Sempre che ci sia dell’ingegno o solo dell’ego smisurato…

Però mi chiedo perchè proprio di lì doveva essere costruita la diga? Mah…

Fatemi sapere cosa ne pensate…