Mantova Medievale, ma ancora?

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In versione duecentesca e civile. Foto di Paolo Tamassia

Se mi guardo indietro questo è un post classico, qualcosa che va scritto, che segna i ricordi dietro a un evento che oramai dovrebbe essere scontato. Non c’è mai niente di scontato nella vita, nemmeno quando incontri le stesse persone negli stessi posti a fare le stesse cose. “Mantova Medievale, ma ancora mi sconvolgi così?” Questo sarebbe stato il titolo giusto, ma va bene così.

Lo sapevo che quest anno sarebbe stato diverso. Ogni anno lo potrei dire, ma questa volta ne avevo la certezza. Alla fine di Ferrara 2015 come gruppo abbiamo pensato seriamente di prendere una decisione; a gennaio l’assemblea generale ha ascoltato la proposta e a maggioranza l’ha accettata; a Mantova 2016 il nuovo progetto avrebbe preso vita. Non prima. Non altrove. A Mantova. Agli amici non si “deve” nulla, con gli amici si fa, la riconoscenza la lascio a chi non ha altri sentimenti, ma era giusto che fosse lì, dove Gabriele fa il Marchese di Mantova, dove tutto è nato anni fa, dove ci siamo fatti le ossa, dove abbiamo iniziato a ragionare sulla sperimentazione della scherma, dove ci siamo guadagnato il rispetto degli altri e minimizzato le polemiche. Non me ne voglia Tiziano, ma lo dovevamo a Gabriele per tutto il lavoro di inizio che abbiamo fatto con lui in questo ultimo anno fra una stagione rievocativa e l’altra.

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Perché a questo giro ho fatto un sacco di chiacchiere in giro per i campi, al mercato e al punto birra.  Foto di Impressum

Ricordo le spese folli in fiera a Ferrara a novembre e a Piacenza a marzo. Ricordo lo stage di scherma di spada a una mano e mezza in montagna da Guidalberto. Ricordo i miei improperi quando non riuscivo a capire la Storia. Ricordo una sera a Urbino con Betta a tradurre dal francese e a iniziare a capire. In un anno il progetto “1410” prendeva forma. A Ferrara le aspettative degli altri erano grandi, avrebbero voluto allora il battesimo, ma non eravamo pronti, pur essendoci resi conto che “solo noi potevamo farlo”. Poi la pausa in un’estate calda e afosa, la sfiga che ci ha giocato brutti scherzi, il cervello in pappa e poi l’ansia vera e propria…non eravamo pronti. Lo so non dovrei dirlo. Si deve raccontare che si va sempre bene, che siamo bravi, splendidi, forti e che tutto ci riesce bene. Io non so mentire, io non voglio più mentire. A una settimana da Mantova alcune cose non erano pronte, a due giorni da Mantova io e mio fratello avevamo tutto (gli unici che avrebbero potuto iniziare) per partire ma non sapevamo come saremmo stati, ci guardavamo e ci facevamo “coraggio” perché tanto buttarsi si fa e chi non lo fa è un pavido.

Cucivo cotte d’arme strane, coi colori “sbagliati”, strette e corte. E sai duecenteschi con tasselli e gheroni per ricordarmi da dove venivo.

Guardavo le cose e mi sembrava tutto strano.

Mantova arriva con un giorno in anticipo il venerdì sera. Le tradizioni sono state ribaltate. L’ansia cresce. Va bene così.

Questo non è un resoconto, una cronaca, è solo il mio sfogo, quindi si passa alla fine direttamente, anzi no, si passa al sabato sera per la prima battaglia in notturna.

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Quanto sono grossa in questa muova veste militare…sì, sono io, davvero!   Foto di Brandy Grendel

Ci si prepara. Siamo in pochi. Il resto del gruppo è in Francia. Da giovedì abbiamo uno scambio diretto via wa, ma non sono con me. Non ci sono. Punto. Non si può vietare un’uscita quando sai che è importante su tanti aspetti (sia la Francia che Mantova lo erano, ed erano in contemporanea), ma egoisticamente io volevo che i “miei” templari, ospitalieri, dame e turcopoli fossero lì. A vedere le nuove armature, le nuove livree, l’emozione, lo stordimento, i sorridi larghi e gli occhi da bambino di tutti noi, sentire l’ansia crescere, vedere gli altri rievocatori aspettarci al varco e poi annuire sorridendo. Sentire il rumore, vedere la luce delle candele sulle armature, aprire gli elmi per far bere, sentire le botte, sistemare tutta quella ferraglia che si muoveva diversamente, non capirci nulla e ridere alla fine per alleggerire la tensione. Volevo che fossero lì. Punto. Non c’è molto altro da spiegare.

Mantova Medievale 2016 è il punto di svolta. E’ il salto della Mansio alla fine del trecento e siccome per colpa del truffaldino Filippo il Bello non si possono fare i templari, abbiamo scelto i Cavalieri di Rodi. E io sono lì in prima linea, sempre a portare avanti quello che ho scelto 15 anni fa quando mi sono imbattuta nella rievocazione. Sono gli stimoli nuovi quelli che non fanno morire le persone; l’abitudine uccide qualsiasi tipo di relazione. Non finisce il duecento, ci sono troppe cose da fare, rifare, controllare, risistemare; ci sono eventi su cui scommettere, gruppi con cui provare le nuove collaborazioni; ma bisogna buttare anche tutto all’aria e ricominciare e provare. E io ci sto provando. Prendo le mie casse piene di panni e burattini e vado avanti, con i piedi pesanti, la testa nell’elmo (ora non so più quale), vestiti, armature, cotte, usberghi e gambeson: tutto doppio, tutto in evoluzione, non si lascia a casa nulla, non si abbandona nessuno.

Mantova Medievale è casa, famiglia, natale coi parenti buoni, risate, sbatacchiate, botte e segni sull’elmo, ma non si può rinunciare. Ora più che mai.

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Io. E sono splendida! Grazie Giacchino Sparrone per la foto.

p.s: Non citate Giovanna D’Arco a vedermi (sono stanca di questo banale paragone e un giorno vi spiegherò perché), sarebbe un errore storico e filologico, ma soprattutto non sarebbe giusto per me. Sono la veterana di seconda linea, quella che fa da puntello in modo che il grosso davanti a me non retroceda all’impatto (e di solito ce la faccio a fare il mio dovere), non mi interessa il comando, non mi interessa stare in prima linea, non mi interessa altro che divertirmi, so quando fermarmi e quando spingermi oltre. Forse chi non ha mai indossato un’armatura non può capire quale vero senso di comunanza si prova dentro a quel ferro, quella lana, quelle imbottiture: non c’è niente di sacro, leggendario, epico, c’è solo e tanta concreta energia. Ridiamo sì, è vero, lo facciamo per la tensione, lo facciamo perché ci stiamo divertendo e quando la gente si diverte con gli altri ride (e per fortuna), ma sappiamo i nostri limiti e sappiamo chi siamo. Io sono semplicemente io, col mio nome medievale di Eloisa (e già mi porto dietro un paragone impegnativo), ma quando chiudo l’elmo sono “solo” un serragente del Tempio, un fratello ad terminum, e ora un sergente dei cavalieri di Rodi e fidatevi che è già tanta roba così. Grazie.

Un treno chiamato “Festival del Medioevo”.

si arriva...i pensieri

si arriva…i pensieri

Ieri finalmente mi sono messa a scrivere il post sul “Festival del Medioevo” sul blog Mansio, oggi tocca a me per me. Diventa difficile scindere le due cose e fare due discorsi diversi per un’esperienza unica e che non può non essere la summa di una condivisione di intenti e di fatica, ma ci possiamo provare (almeno in parte mi sa).

Il Festival del Medioevo è stata un’esperienza unica e spero ripetibile in futuro che ha dimostrato a me, ancora una volta, come questo mio gruppo possa essere una sana “macchina da guerra” anche (o forse dovrei dire soprattutto) nelle situazioni più complicate. Questa lo era, considerando tutte le aspettative e le ansie alla partenza; mettendo in conto la stanchezza del viaggio e di montare un accampamento semi completo in 4. E poi la didattica subito, dal primo giorno, a pieno regime, dovendo coprire tutti i buchi degli assenti (quelli che sarebbero arrivati il giovedì notte per la precisione), passando da un discorso all’altro, cercando di capire chi può sostituire chi in caso di bisogno. Solo quando arrivano gli stranieri vado sinceramente in tilt e mi rendo conto che non solo non so parlare l’inglese pur comprendendolo, ma non so fare un discorso tecnico sulla mia didattica…ho tempo un anno per rimediare! Per fortuna Elisabetta (che non si era mai palesata poliglotta), Claudio e Giovanni potevano gestire le situazioni d’emergenza, e non solo, con i vari turisti.

eh, sì, sotto quell'elmo c'è il professor A. Barbero.

eh, sì, sotto quell’elmo c’è il professor A. Barbero.

Dal primo giorno mi sono resa conto che il festival era qualcosa di diverso dal solito, sia per organizzazione che per investimenti, ma anche per interesse di pubblico: un pubblico fatto di appassionati, ma anche di curiosi, di interessati e di veri e propri stacanovisti della Storia. Mi sono guardata attorno e mi sembrava di essere in un mondo a parte, quello un po’ sperato ma raramente trovato, quello dove la cultura è un bene da condividere e da divulgare e non da tenere sotto chiave. Mi spaventava solo il confronto con gli studiosi, con l’Accademia con la A maiuscola, perché alla fine non è facile far capire loro che anche noi, magari senza una laurea, stiamo camminando a fianco, sperimentando, contestando, provando, provocando e tanto altro ancora. Invece, vedere il professor Barbero parlare e chiedere da dentro un nostro elmo perché voleva capire, provare e a suo modo sperimentare è stato per me un tuffo al cuore. In quel momento ho capito che non solo ne valeva la pena tutta la fatica, ma che non avrei dovuto temere nulla.

E ho tirato il fiato.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

se anche i più piccoli fanno didattica, io sono a posto.

Sono stati 5 giorni impegnativi, con quasi 10 ore di didattica continuativa e spesso in piedi, con la tensione che qualcosa all’ultimo non andasse come di dovere, cercando di dare il massimo, di gestire le forze di tutte, di risolvere ogni piccolo inconveniente senza mai spazientirsi. Ma sono stati 5 giorni di orgoglio: vedendo che i miei “pulcini templari” si buttavano nella mischia con le nuove didattiche (l’alimentazione e l’architettura), si mettevano alla prova sostituendo degnamente i referenti dedicati quando questi erano assenti, si ingegnavano per risolvere la logistica quando a un certo punto ci siamo trovati sommersi dalla gente. Sono orgogliosa di ognuno di loro e di come hanno gestito ogni momento, anche nello smontaggio quando l’adrenalina ha ceduto il posto alla stanchezza. Lo so che il mio sembra un discorso da “mamma chioccia”, ma purtroppo alla fine il mio istinto da veterano punta istintivamente a quel modo…prima o poi però li abbandono tutti in autostrada…

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particolari

Per quello che riguarda me, il mio piccolo banco della didattica del vestiario ho da essere orgogliosa di quello che ho, di quello che ho aggiunto, ma so quello che mi manca perché parlando con la gente ci si rende conto di quanti strumenti sarebbero necessari per meglio far comprende come da un piccolo filo (di origine animale o vegetale poco importa) si arrivi all’uomo/donna e al suo ruolo nella società. Ancora una volta mi scopro a non interessarmi davvero al concetto dell’artigianato, ma dell’antropologia che ci sta dietro a un oggetto e a vederlo come un ingranaggio di un meccanismo ben più complesso; ancora una volta confermo che non amo la ricostruzione precisa e da modellino, ma la personalizzazione che tira fuori l’essere umano dietro a un sapere, una moda, una manualità.

Ancora una volta scopro che la didattica mi rilassa, mi stimola, mi mette in dubbio e mi fa capire che non mi sentirò mai arrivata, nella continua ricerca di comprendere quello che forse non sarai mai comprensibile: il Passato.

Il Festival del Medioevo è stata un’occasione d’oro per vedere come il mio gruppo sia non solo cresciuto, ma forte e sulla buona strada; per rivedere gli amici (vedere alla voce Enzo Valentini tanto per dirne una) o conoscere di persona i contatti di fb; per stringere legami professionali spero proficui per il futuro; ma soprattutto è stata l’esperienza giusta per comprendere che in Italia si può fare Cultura e Divulgazione aperta a tutti e che parlare di Medioevo è più stimolante di quanto si possa pensare.

Grazie…dove devo firmare per venire alla seconda edizione?

io...per una volta rilassata anche se stanca

io…per una volta rilassata anche se stanca

Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

promemoria

Cosciali da combattimento

Più si combatte e più ci si fa male e più ci si fa male e meno ci si vuol far male: è la regola del buon rievocatore combattente. E dopo esserci fatti male più e più volte e tornati a casa con un sacco di lividi sulle gambe, ho pensato bene di progettare e fare dei cosciali che fossero ben imbottiti per attutire le botte, ma non impedissero il movimento.

Punto di riferimento sono sicuramente i lavori fatti da Adriana per l’Ars Dimicandi: protezioni molto imbottite, ma che non impediscano il movimento

Tarraco Viva. Combattimento Ars Dimicandi

Tarraco Viva.
Combattimento Ars Dimicandi

A noi sinceramente non serve così tanta protezione, primo perché abbiamo anche altre protezioni da sovrapporre e secondo perché, per quanto fisico, non siamo ancora a quei livelli agonistici e fisici.

Ma procediamo con ordine. Prima di tutto bisogna partire dalla fonte e io ho usato la famosissima bibbia Maciejowski dove c’è tutto (cit.). Non è l’unico punto di riferimento ma è di sicuro quello di più chiara comprensione.

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski, particolare

bibbia Maciejowski, particolare

Poi ho chiesto un po’ in giro per capire quale migliore imbottitura si dovesse scegliere e devo ammettere che non mi soddisfacevano le risposte non tanto per il materiale, quanto per lo strato di imbottitura. Già il mio gambeson è troppo morbido per i miei gusti e i nostri standard di combattimento e ricostruttivo, che non volevo che i miei cosciali fossero poco più spessi di un misero piumino d’oca: devono fermare le botte, attutire i colpi e impedirmi di farmi male. Quindi ho optato per una doppia imbottitura naturale, ma di spessore e lavorazione diversa: feltro pressato e lana da materassi. Il primo è stato usato per imbottire quasi tutti i canali dei cosciali, mentre la seconda è servita per imbottire quelli più interni alla coscia e quindi più complicati da sagomare per non dare fastidio.

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strati di feltro pressati

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lana da materassi

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imbottitura

Una volta imbottito il quadrato di stoffa diviso in canali, inizia il lavoro vero e proprio: la sagomatura. La scelta di modello di questo gambali è stata di farli aperti e sagomabili in ogni momento, alla bisogna, quando li si indossa, per non essere costretti ad avere delle protezioni che possono diventare larghi o stretti al cambio di fisicità.

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primo lavoro di rifinitura

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sagomatura

Le prove sul corpo sono state necessarie e fondamentali per calibrare al meglio le imbottiture e per non intralciare i movimenti con cuciture o imbottiture mal messe.

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prima prova: Maresciallo e Madre

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attenzione a ogni dettaglio

Una volta completati i cosciali sono stati uniti da un’unica cintura. Anche questa è una delle tante opzioni valutate e ci è sembrata quella più comoda e veloce da indossare. Rimane una delle tante possibili opzioni però.

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dietro con la chiusura coi lacci

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davanti

Tutto questo lavoro è stato fatto a mano da mia mamma nel suo mese di ferie agostane, spezzando aghi e incavolandosi con la macchina da cucire che ovviamente non è progettata per lavori così particolari. Senza di lei questi cosciali avrebbero visto la luce nel 2015 rischiando di rimanere lettera morta o sogno del cassetto. Grazie grazie grazie.

Conclusioni:

I cosciali sono stati sperimentati per Mantova Medievali sia da me che da mio fratello (la santa mamma è riuscita a farli entrambi) per la solita e aspettata battaglia contro i quattrocenteschi.

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La mobilità è ottimale: non solo il movimento non è impedito, ma in caso di piegamento permettono una buona ammortizzazione. L’ingombro è minimo, paradossalmente, essendo sagomati. Il peso è quasi del tutto ammortizzabile con tutto il peso che si ha indosso. La resa è ottima. Non posso dire quanto sia la resa in rapporto con le botte, perché a questo giro non ne ho prese sulle gambe, ma aspetto altra occasione per provarli. Da sistemare la posizione di cosciali e schinieri in modo che non si spostino durante l’azione. Da valutare l’applicazione di un ginocchiello di metallo. La posizione della cintura proprio sul bacino stranamente non da né fastidio né intralcio.

Devo dire che sono molto soddisfatta per questa prima prova e che mi da modo di pensare a come migliorarli o fare altre imbottiture sagomate su di me (e sui miei), quindi molto più comode e funzionali in ottica di un modo di combattere non figurato, ma in libera e sempre più impegnativo.