Lievito

Ho una nuova passione e come al solito ho coinvolto mia madre, anzi ho mandato avanti lei, visto le capacità nettamente superiori, la pazienza e il fatto che la cucina sia sua (dai diciamocelo, mamma che leggi il mio blog, la cucina è tua e io ogni tanto mi infiltro. Poi tu sbuffi perché faccio le cose al contrario e secondo te sono casinista e allora sbuffo anche io e…): il lievito madre!

In tanti me ne avevano parlato, guardavi in tv e trovavi mille cuochi e ricette e sentivi l’odore passare attraverso il tubo catodico, insomma era veramente questione di tempo prima di caderci.
Diciamo che io ho uno strano feeling col pane.
Di certo è legato a uno dei ricordi più belli e divertenti di quando andavo dai nonni a Sassocorvaro.
Ogni mattina o quasi passava il fornaio Filanti con il camioncino, suonava il clacson e tu aprivi la porta e compravi il pane lungo la strada. Ah quale meraviglioso profumo inondava tutta la via Crescientini, mischiandosi a quello di casa, anzi di case, della chiesa poco lontano, della gente che passava! E poi io bambina di città rimanevo meravigliata di quella vita semplice, umana, piena di sapore. Per quanto io mi ritenga benedetta da Dio per aver trovato dei vicini splendidi con cui sto condividendo tutta la mia vita, la città è sempre un po’ più fredda e allora andare dai nonni (per quanto noioso perché non avevo amici) era stare fuori dal mondo.
Poi una volta in casa, la cucina sapeva di pane caldo e l’unica cosa che volevi era poterlo tagliare, mangiare anche così, fare scarpetta oppure asfaltarlo di Nutella!

Quando Filanti è andato in pensione tutto è sparito. Sparito il camioncino; sparito il profumo; sparito il rito; ma soprattutto sparito il pane buono e i maritozzi di San Vincenzo buoni e morbidi!

Col tempo uno cresce, si rassegna o non ci pensa, ma le cose tornano.
E un giorno in rievocazione mi sono buttata a fare le focaccine da cuocere sulla pietra ollare. Quel giorno scoprì il senso del pane come essere vivo. L’avevo messo a lievitare in tenda cappella e il caldo di Quattrocastella lo aveva fatto trasbordare: pane per tutti gli accampamenti!
La sensazione tattile, il continuare a lievitare fino alla cottura, danno solo un piccolo aspetto dell’emozione che mi diede.

Poi ci fu la macchina del pane e il pane in casa divenne la quotidianità. Che comodità! Quando si torna a casa, magari stanchi e senti nel pianerottolo il profumo…beh un po’ di pensieri se ne vanno.

Così è stato inevitabile arrivare al lievito madre.
Siamo agli esperimenti.
Ci sono tante cose da provare.
Tanti meccanismi da capire.
Ma il pane è buono.
E soprattutto quel “lievito di casa” nella ricetta di Filanti per i maritozzi finalmente ha un nome e un sapore. Quest’anno voglio i maritozzi buoni come me li ricordo e ubriacarmi di alkermes!

Ora mentre il “mostro” (=la quantità enorme di lievito madre prodotto la settimana scorsa… Ne volete un po’? ) si riposa in frigo, sotto sta riposando la focaccia per domani per la serata “Summer coming”.
Esperimento. Speriamo. Vediamo.
Poi vi dirò.

Ah, logicamente tutto questo impastare mi ha fatto sorgere un sacco di domande sulla panificazione in antichità. Pensavate che non succedesse?

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