"Ivanhoe" di Walter Scott

Consiglio del mese e della rievocatrice.

Un libro da non perdere nella propria esistenza.
Non fatevi però prendere dalla banalità della critica che relega questo libro all’adolescenza e alla letteratura da svago. Questo libro nasconde uno studio e una conoscenza della Storia più di quanto si possa immaginare.

Però partiamo dai difetti, perché ce ne sono.
Di certo c’è uno sfasamento storico-stilistico della vicenda.
Mi spiego meglio.
La vicenda è ambientata sotto il regno di Giovanni Senza Terra in assenza del legittimo re Riccardo Cuor di Leone e quindi ci troviamo nella fine del XII secolo, eppure la descrizione delle armature, degli abiti e delle situazioni ricorda invece la fine del XIII secolo, se non una metà XIV secolo. Come al solito c’è una totale distanza fra realtà storica e realtà fantastica, che colpisce il 70% degli scrittori di narrativa storica. Se per Scott, il quale visse fra la fine del 1700 e il primo trentennio del 1800,  possiamo soprassedere per impossibilità di comunicazione (che non preveda una medium), per tutti gli autori contemporanei è un avvertimento…
La cosa poi che mi stupisce è che l’autore non fa errori che solo un tecnico potrebbe cogliere.

Ma torniamo alla vicenda.
Il giovane Wilfred di Ivanhoe, sassone di sangue nobile, se ne parte per le crociate a seguire il re, normanno, Riccardo Cuori di Leone, supendo l’ira funesta del padre Cedric e lasciando a languire l’amata Rowena.
Tornato in patria una serie di eventi e di personaggi agiscono attorno a lui, senza che lui davvero possa impedirli, ma solo mostrando il suo onore e valore.

Il nostro eroe agisce un po’ come i personaggi dei romanzi del ciclo arturiano (scritti proprio tra il XII e il XIII secolo), dove le avventure cadono ai piedi dei protagonisti che non possono fare a meno che compierle e ricoprirsi di lodi. Ugualmente ai romanzi dell’epoca sono i comprimari e gli avversari a mostrare caratteristiche più interessanti e complete.
Wamba e Gurth sono l’immagine di un popolino sincero e leale, ma da modi gretti a volte.
Cedric è l’emblema di un vecchio sassone legato alle tradizioni del suo passato a cui non vuole rinunciare, ma che sa che lealtà oramai slavate devono cedere il passo ai veri sentimenti e a saldi rapporti.
Locksley è il Robin Hood che ognuno di noi ha imparato ad amare nei film di Errol Flynn e in quelli della Disney, con quel suo fare sul limite delle regole e col sorriso scanzonato sempre sulle labbra. E al suo fianco un robusto e temibile frate Tuck, al posto di Little John (che nel romanzo si dice in missione in Scozia) che ha tutto del frate gaudente, ma niente del bonaccione coccoloso.
L’ebreo Isacco è lo stereotipo dell’ebreo ricco che sempre deve aprile il portafoglio o per accaparrarsi il favore di qualcuno o per riscattare se stesso o i suoi cari. Se però ci fermassimo qua non faremmo giustizia all’autore che sì rende il personaggio pavido per età e per ruolo, ma gli dà una grandezza d’animo che si sublima nella figlia.
Rebecca è il vero personaggio femminile, perché Rowena è solo una figura di donna superiore per qualità e per lignaggio, ma rimane sempre distante e un po’ fredda. Invece l’ebrea subisce le offese del destino con coraggio e forza d’animo superiore a tutto e tutti; dimostra una superiorità di intenti e una tolleranza che molto probabilmente era possibile trovare nel Medioevo (non sempre e non ovunque), ma che non so come si dimostrasse alla fine del XVIII secolo.

I due ebrei sono anche storicamente credibili, anche se l’autore ha voluto calcare un po’ troppo la mano sull’estetica orientale dei loro costumi. Ci si dimentica infatti che gli ebrei erano integrati nelle società europee da secoli e che ci vollero delle leggi suntuarie apposta per obbligarli ad indossare degli oggetti o dei colori che li distinguessero dai cristiani loro concittadini.

Ora una menzione particolare per il Templare Brian de Bois-Guilbert. In questo personaggio si concentrano tutti i miei dubbi sulle conoscenze storiche dell’autore e alcune mie critiche.
A leggere bene l’autore conosceva o aveva avuto visione della Regola originale del Tempio perchè cita troppo bene alcuni passaggi del testo che gli servono per far sviluppare la vicenda. Questo significa che la documentazione sull’ordine non era così nascosta come ci vogliono far credere i Giacobbo di turno…
D’altro canto descrive dei dettagli che o non fanno parte per nulla dell’originale (per esempio certi vestiti e l’uso del color bianco) oppure fanno parte dei neotemplari che probabilmente aveva conosciuto (si noti nel dettaglio del bastone del Gran Maestro, che noi ben ricordiamo solo nelle riproduzioni ottocentesche).
Quindi? Quanto ne sapeva esattamente e quanto ne aveva sentito per distorsione temporale?
Sul Templare (personaggio sgradevole e fin troppo umano) si abbattono tutte le accuse che vennero imputate al Tempio a momento del processo e quindi assolutamente prematuri nel XII secolo.
Eppure non posso per niente sgridare Scott per la sua descrizione, perché fra le tante lette è la più credibile e vicina all’originale storico.

Il vero difetto del libro è puramente stilistico: l’autore si perde nei dialoghi e nel tono aulico che spesso fa perdere a volte il filo dell’attenzione nel lettore.

Un ultimo consiglio: se siete appassionati di medioevo leggetelo solo dopo aver letto i veri romanzi arturiani; se siete appassionati di avventura lasciatevi prendere e non bloccatevi a certi modi aulici di scrivere; se siete ragazzini lasciatevi conquistare ed entrate nel “sentimento medievale” che vi incuriosirà a tal punto da volerne sapere di più.

Voto: 7

"Robin Hood" di Ridley Scott

Come detto nel test, il vero rievocatore è il peggior compagno che vorreste al cinema mentre vi godete un film storico. Sempre che non siate voi stessi un rievocatore, perchè allora sarebbe una bella sfida a chi nota più particolari sbagliati o chicche storiche inaspettate.
Ho deciso, aspettando che mi passi l’influenza e mi metta a postare esperimenti storici un po’ più “gustosi”, di dire la mia sui film storici, o ingiustificamente classificati tali, che sono usciti e che io abbia visto. Il parere è assolutamente personale, spinto dal mio gusto cinematografico, dal mio modo di approcciarmi ai film e dal mio parere storico.
Il primo film è in ordine di tempo quello visto per ultimo.
“Robin Hood”  di Ridley Scott.
Da un regista del genere ti aspetti un gran lavoro e curato, ma purtroppo nel tempo ha preferito affidare il suo talento al concetto di blockbuster, piuttosto che all’attenzione registica e di sceneggiatura.
Sceglie di rivedere la storia del leggendario arciere inglese, ambientandola dopo la morte di Re Riccardo Cuor di Leone, durante il regno di Giovanni Senza Terra e in evoluzione verso la Magna Cartha.
Quindi siamo indicativamente nel 1100, eppure i vestiti dei nobili sono di ispirazione trecentesca. Eppure i vestiti sono meravigliosamente resi e riprodotti, quindi verrebbe voglia di passare oltre e di godersi finalmente una resa sartoriale medievalmente credibile.
Anche la storia d’amore viene ripresa e Robin e Marian sono “costretti” a innamorarsi, ma il meccanismo è un già visto. Avete presente “Sommersby” (1993)? Bhe, il meccanismo è lo stesso: un uomo si scambia per il marito della bella di turno, se no lui rischia la vita e lei tutti i suoi beni (senza parlare poi del suo onore). E qui il film decade…
Poi va di moda che la bella di turno sia anche una donna di coraggio e soprattutto combattente. A mio parere lady Marian è sempre stata una donna di polso che sfida un po’ l’etichetta del suo tempo, però rimane un bel personaggio femminile pieno di fascino che non ha bisogno di mettersi in armi per farsi valere. Qualcuno obietterebbe che il mio è maschilismo, ma chi mi sta accanto in combattimento sa che una donna in armi è per me la cosa più normale del mondo! Alla Marion di questa versione basterebbe (e credetemi non sarebbe cosa da poco) amministrare con forza e intelligenza il suo feudo, senza mettersi alla testa di una serie di ragazzini sui pony.
Parliamo poi di Nottingham. Nel film pare una uno sgarrupato e diroccato insieme di casupole mezze rotte, vittime del calo demografico dovuto alle crociate e del continuo ladrocinio di bambini orfani vestiti da “demoni”. E allora lo Sceriffo che ci sta a fare? In quel periodo la carica di sceriffo mica si dava al primo sconosciuto da allontanare; non era un incarico statale per togliersi un impiccio. Solo se le città raggiungevano un certo numero di abitanti potevano permettersi lo sceriffo. Vabbè vorrà dire che per Scott, il nostro impiegato stava per cambiare ruolo…
L’allegra combriccola…Beh almeno quella mantiene lo spirito originario, anche se bisognerebbe dare una regolata al registro delle canzoni: ah le famosissime ballate irlandese medievali ottocentesche (o giù di lì)!!!
E poi Fra Tac. Chi ha visto la versione della Disney è stato traviato per sempre: un grasso tasso sempre allegro e pronto a dare una mano se ce ne fosse bisogno. Bhe, anche qui, siamo sullo stesso stile e questa è stata una cara certezza che ha reso la visione molto più tranquilla.
L’ultimo commento lo lasciamo all’esercito.
Primo: perchè il re di Francia, dopo aver speso soldi e tempo in corruzione e assassini, dovrebbe, per conquistare l’odiata Inghilterra,decidere di attaccare proprio sulle bianche scogliere di Dover?
Secondo: perchè il re d’Inghilterra, dopo aver saputo che il suo odiato rivale gli sta soffiando il regno, dovrebbe andare a difendersi in battaglia senza fanteria? Cosa serve la fanteria in fin dei conti? Bastano cavalieri e arcieri. Milioni di battaglie nella storia lo hanno dimostrato…Ma chi è stato il consulente strategico? Il puffo burlone? Posso capire che nel film solo cavalleria e arcieria (su cavalli) possono raggiungere Dover in un giorno dal nord, però ci sono tanti stratagemmi per rendere credibile un esercito in marcia. In fin dei conti Cesare faceva marciare i suoi soldati per giorni senza pause per raggiungere il suo campo di combattimento. E di solito vinceva.
Terzo: lo sbarco in Normandia a Dover ante litteram. Vabbè, se avete visto il film avete capito.
Quarto: la carica dei bambini sui pony. A quel punto se uno spettatore avesse avuto il ritegno dei propri soldi spesi e della preziosità del proprio tempo, si sarebbe alzato e avrebbe chiesto il rimborso di una parte del biglietto. Perchè non lo si fa? Perchè nessuno rimborsa il biglietto e poi perchè il fin dei conti lo spettatore è un po’ masochista e un po’ curioso: alla fine tutti vogliono vedere come va a finire.
Quinto: l’immancabile combattimento in armi in acqua. Vagli a spiegare che in cotta di maglia in armi vai a fondo come una palla da booling con un giarone attaccato! Però fa tanto medioevo (come la iuta). E poi come fa il nostro eroe a mostrare alla sua bella, la quale è venuta a combattere sotto mentite spoglie, che farebbe qualsiasi cosa per salvarla? Regalarle un bel castello intero, no? Un esercito tutto per lei, no? Anche un diamante mica fa una brutta figura in tempi di crisi.
Sesto: le frecce telecomandate. Stendiamo un velo pietoso.
I personaggi storici poi vengono dipinti secondo una precisa visione in cui tutti i potenti sono un po’ stupidi e un po’ carogne, mentre i buoni sono solari, scanzonati e furbi, ma tanto amorevoli. Discutibile questa visione, però perdonabile.
Dopo aver espresso la mia critica (e sono convinta che molto l’ho dimenticato), quale è il mio voto? 6–. Perchè così altro direte. Perchè la fotografia e l’attenzione per certi dettagli , anche scenografici, rendono il film alla fine gradevole a vedere, ma una sola volta.
Spero solo che non si abbia l’impudenza di fare un seguito. Anche se temo molto che potrà accadere, prima o poi…