Santo Buddha e il Battistero di Parma

Ci sono cose che dai per scontate perché ce le hai sotto mano e ci sono cose che si scoprono e si comprendono anche solo con un là trovato su una rivista. Ecco quello che mi è capitato leggendo un articolo di “Medioevo” del 2013: in una lunetta del Battistero di Parma c’è narrata una parabola tratta dalla storia di “Barlaam e Josaphat” che altri non è che la storia cristianizzata del Buddha. Come è strano il medioevo eh?

Perché il medioevo tanto vituperato non solo non è buio e grigio, ma non è nemmeno statico. Viaggiavano i mercanti, viaggiavano i marinai, viaggiavano i pellegrini, viaggiavano gli ambasciatori, viaggiavano le principesse mandate in sposa a signori lontani, viaggiavano i soldati, viaggiavano i maestri e gli studiosi, ma soprattutto viaggiavano i monaci. E ovunque andassero queste persone raccontavano storie, interagivano con gli altri, ascoltavano gli altri, portavano a casa storie che facevano loro. L’apporto a questo meccanismo è dovuto soprattutto ai monaci che in un modo o nell’altro hanno copiato, ricopiato e tramandato tutto quello che passava sotto le loro mani con l’unico “difetto” di cristianizzare il tutto. I monaci cristianizzavano miti e divinità positive altrui perché in esse, dicevano, si vedeva la mano, lo spirito e la volontà di Dio. Non è proprio un’appropriazione, ma piuttosto la vera essenza del medioevo che è sempre e costantemente permeato di Dio, per cui solo in casi estremi non si riconosce che Dio può essere ovunque e che non esiste popolo (anche il più strano) che non possa essere raggiunto dalla sua misericordia.

Questo modo poi di “tradurre” la mitologia altrui ha permesso non solo di venire a conoscenza di altre religioni e dei meccanismi di contatto fra i cristiani occidentali e non e gli estremi del mondo, ma permette ai filologi di poter ricostruire la base storica reale e poter permettere ad antropologi e rievocatori (perché no) un miglior studio: basta togliere la copertura.

Ma andiamo nello specifico. E scusate se vado a parlarvi della cosa in sintesi, ma se no, come ho potuto notare iniziando a cercare informazioni sulla cosa, ci scappa una tesi.

La leggenda o il racconto di Barlaam e Josaphat (da ora in poi B&J) arriva a Bisanzio attraverso i contatti con l’islam islamitico che aveva a suo tempo trasformato Buddha in un mistico mussulmano. Qui la storia arriva e si fa così interessante che nel X secolo il monaco georgiano Giovanni e suo figlio Eutimio ottenendo dall’imperatrice Teofano di poter istituire un monastero sul monte Athos iniziano a rielaborare questa storia e soprattutto a metterla per iscritto. Dalle loro mani esce il testo fondamentale per la nostra vicenda: il “Balavariani”. Questo testo sarà il libro cerniera per i racconti che arrivavano dall’oriente attraverso la doppia via bizantina e araba e poi si diffonderanno in modo inimmaginabile per tutta Europa diventando davvero la fonte di tantissimi racconti del medioevo cortese.

il mondo è piccolo a volte

il mondo è piccolo a volte

Ci sono traduzioni in tutte le lingue attraverso le linee di contatto (greco → slavo ecclesiastico → russo e serbo; greco → est del mondo; greco → occitano, oil, medio-alto tedesco, inglese, spagnolo, boemo, polacco); continuando a riproporsi nel secoli dal X secolo fino al 1800, trovando echi fino al “Siddharta” di H. Hesse.

In Italia più e più volte è stato riprodotto:

  • cappella di Sant’Isidoro nella basilica di San Marco a Venezia
  • rilievo della cattedrale del duomo di Ferrara
  • affreschi dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma
  • affreschi di Palazzo Corboli ad Asciano
  • mosaico della cattedrale di Otranto
  • lunetta del Battistero di Parma

Nel medioevo è tale la fama di questo giovane santo, tale il suo esempio che non ci si pone alcun dubbio e viene inserito nel novero dei santi della “Legenda Aurea” di J. da Varrazze. Ma il medioevo è anche questo, coi suoi santi popolari, acclamati e mai visti, la cui presenza fisica alla fine non è così importante basta avere una reliquia che ne attesti la presenza. E alla fine non hanno tutti i torti, lasciando perdere il discorso economico e di prestigio e basandoci solo sull’umanità, in un’epoca in cui le comunicazioni erano lunghe; i papi cambiavano e tu che magari abitavi a 1000 km non sapevi nemmeno che faccia avesse se non per volere di un pittore che te ne riportava le fattezze; in cui gli echi di vittorie arrivavano quando oramai non si avevano più praticamente gli esiti; in cui si facevano a piedi o a cavallo non più di 30 km al giorno o giù di lì; insomma dove internet e la tv non esistevano come si poteva stare a controllare tutto e subito? Va bene così, gli effetti del credere non portarono solo guerre ed eresie, ma anche ricchezza e monumenti meravigliosi.

Cosa parla la storia? Di un giovane principe che per volere paterno, a seguito di una profezia negativa, è costretto a vivere rinchiuso in una torre allietato solo da persone giovani e sane in modo che il suo cuore e la sua mente non possano mai vedere la corruzione della malattia e della vecchiaia. Ma soprattutto non gli è permesso conoscere i cristiani che vivono nel suo regno. Il re può tutto, ma diciamo che Dio può qualcosa di più e il giovane Josaphat viene a conoscenza dell’eremita cristiano Barlaam e non solo scopre cose che gli erano precluse e che faranno di lui un misericordioso, ma si converte e sceglie di abbandonare tutti i lussi, difendere i cristiani e vivere come un eremita. Ovviamente il contrasto col padre è duro e drammatico, fino a quando il buon cuore del giovane riesce a portare a Cristo tutti quegli che gli sono vicini, padre compreso.

Ma arriviamo a Parma. O meglio è probabile che ci arrivasse una serie di operai di origine serba a seguito della scuola bizantina di Costantinopoli che nel XIII secolo lavorò all’abbellimento del monumento. Questo si ipotizza studiando in modo analitico tutte le varie scuole che si avvicendarono nel XIII per la conclusione dell’opera e di cui non mi dilungo perché è davvero troppo dettagliato.

Lato meridionale

Lato meridionale

Cosa viene rappresentato?

lunetta meridionale

lunetta meridionale

Un ragazzo arrampicato su albero frondoso e ricolmo di frutti è intento a mangiare miele, incurante del fatto che ai suoi piedi un enorme drago gli sputi addosso fuoco e due roditori rosicchino le radici dell’albero. Ai lati i due carri del sole e della luna trainati da cavalli e da buoi compiono il loro rispettivo tragitto proprio correndo contro l’albero.

il sole

il sole

la luna

la luna

il fanciullo e il favo di miele

il fanciullo e il favo di miele

il drago e i due roditori

il drago e i due roditori

Questo è il quarto apologo del B&J che l’eremita racconta al giovane per mostrargli le vanità del mondo. Nel testo originale è leggermente modificato: un uomo caduto in un abisso fuggendo dall’unicorno, si aggrappa a un arbusto, mentre due topi (uno bianco e uno nero) ne rosicchiano le radici, e un drago e quattro serpenti lo attendono nel fondo dell’abisso. L’uomo distratto da una goccia di miele dimentica tutti i pericoli.

La versione parmigiana è semplificata, ma mantiene tutti gli elementi che fanno capire al suo osservatore il senso dell’ exemplum: le lusinghe del mondo distraggono l’uomo dall’avvicinarsi della morte e dei pericoli che lo circondano. Se pensiamo che è posizionato su una lunetta di uno dei due ingressi del battistero, possiamo ben capire il messaggio che si voleva non tanto dare al battenzando, ma a coloro che battezzati lo erano già, ma troppo distratti dal ricordarsi il messaggio cristiano.

Ancora una volta un monumento parla non a un singolo, ma a un’intera comunità ricordando in modo chiaro e facile (per loro, meno per noi) come ci si dovesse comportare. Ancora una volta il medioevo appare così semplicemente complesso, raccontando su un punto piccolissimo di un edificio a migliaia di chilometri di distanza la storia stravolta, rivista e rivisitata ben due volte da due religioni, del Buddha indiano e della sua straordinarietà spirituale. Per chiunque volesse continuare a pensare che il medievale era un uomo chiuso nel suo mondo, chiuso alle storie altrui e ignorante, si rilegga questa vicenda e verrà smentito.

I libri che ho usato per questo breve post sono

  • “Storia di Barlaam e Iosafat” di Cesaretti e Ronchey
  • “Il Battistero di Parma. Iconografia Iconologia Fonti Letterarie” a cura di Giorgio Schianchi
  • “Medioevo” dicembre 2013

 

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"Storie della prima Parma: Etruschi, Galli, Romani. Le origini della città alla luce delle nuove scoperte archeologiche"

Chi mi conosce, sa che faccio le cose all’ultimo minuto. Non lo faccio apposta, mi distraggo, anche se mi segno le cose, anche se voglio assolutamente fare quelle cose. Mi distraggo. Ci provo a cambiare, ma sono fatta così. E anche questa volta ho dimostrato la mia abilità di razza, anche se posso dire che una vena polemica ce la devo mettere lo stesso.
Venerdì scorso, agli sgoccioli, per prendermi una salutare pausa per la schiena dalla tessitura, sono andata al museo archeologico di Parma a vedere la mostra di cui il post prende il titolo.
La mostra doveva finire a giugno, ma visto l’interesse era stata prorogata fino al 26 di gennaio o almeno io me lo ricordavo così (se guardo sui siti internet dedicati alla fine la mostra doveva finire a dicembre. Ma allora io dove ho visto 26 gennaio? Me la ricordo perché era la stessa della mostra di Botero, che invece mi sono persa), quindi quando il 24 mi sono presentata al museo archeologico e mi avvisano che si può vedere ma è in disallestimento. Perfetto: a me interessano i reperti.
Entrare al museo archeologico di Parma e vedere i reperti spostati è un’allegra novità considerando che per “decreto regio imperiale” (ok, non è vero, ma la mentalità è quella) non si può disporre i reperti in modo più consono e comprensibile per il visitatore, ma bisogna lasciare l’impostazione ottocentesca che creò il museo. Lasciamo perdere questo tipo di polemiche per ora, volete?
Quindi quando mi trovo nella sala che dovrebbe essere delle state del foro di Veleia, mi trovo una nuova installazione con luci, scenografia in legno, teche e un pannello della nostra città con le icone dei vari ritrovamenti. Interessante ed emozionante e devo dire che all’inizio mi sento entusiasta, ma poi mi guardo attorno e non vedo pannelli esplicativi se non in italiano (come al solito snobbiamo gli stranieri), e in un secondo tempo vedo le statue transennate e ammassate in un angolo della sala come se fossero in castigo. Il museo è piccolo, ma ci sono reperti interessanti quindi perché non poter usufruire con lo stesso biglietto della mostra e del museo, visto che non c’è una vera separazione? Perché, da quanto ho capito la cosa non è stata concepita in quel modo e me ne accorgo quando salgo nella sala che di solito è stata dedicata agli etruschi e ai greci: mancano delle teche e dei reperti. Non sono stati spostati altrove, né dislocati diversamente (come altri reperti), quindi sono finiti “in cantina” aspettando di tornare al loro posto. Peccato. Come al solito si pecca di cecità nei nostri musei.
entrata. Stanza del foro di Veleia.

entrata.
Stanza del foro di Veleia.

dettaglio composto della prima sala

dettaglio composto della prima sala

Mi rendo conto che le didascalie e spiegazioni (perché sono tutt’uno) sono di facile comprensione, ma non troppo esaurienti. Mi renderò velocemente conto che le mie speranze di una mostra innovativa sono state disattese. Spero che sia solo colpa del fatto che la stessero smontando (mi hanno detto che c’erano video proiettori con immagini molto interessanti).
Nella sala della Tabula Alimentaria di Veleia (spostata all’ingresso, un po’ mortificata, ma almeno visibile. Un pezzo che tutti gli appassionati di Roma Antica dovrebbero vedere e conoscere) è stata disposta la sala della vita civile e la riproduzione di uno scavo archeologico. Per quanto ritenga che lo scavo archeologico sia assolutamente interessante e stimolante, forse era troppo in quella sala e se fosse stato ridotto oppure disposto in altra maniera ci sarebbe stato spazio per un’altra teca. Anche perché senza valide spiegazioni su come e dove si fa uno scavo archeologico, poco interessa ai non interessati.
sala dedicata alla vita quotidiana etrusca

sala dedicata alla vita quotidiana etrusca

vaso

vaso

riproduzione dello scavo archeologico

riproduzione dello scavo archeologico

Nella terza sala si entra nel senso del sacro degli antichi etruschi, dei galli e dei romani. E’ la parte che mi emoziona sempre tanto e devo dire che per quanto mi sia piaciuta la disposizione, il senso di riverenza per le tombe a dolio è un po’ scemata. I reperti ritrovati sono splendidi e ho passato molto tempo, con buona pace del custode che, per non so quale insano regolamento, deve seguire i visitatori praticamente attaccato al sedere (fanno più danno le vibrazioni degli autobus che passano nella strada sottostante che fanno vibrare in modo sconvolgente i vetri delle teche). Tutto è molto distaccato e poco emozionante e se non sai a cosa servono le cose le didascalie ti aiutano a poco.

riproduzione di una sepoltura. Peccato per l'estintore, ma era impossibile non prenderlo...

riproduzione di una sepoltura.
Peccato per l’estintore, ma era impossibile non prenderlo…

tomba con i reperti

tomba con i reperti

spiegazioni

spiegazioni

I pantheon non vengono ben divisi e spiegati e nemmeno c’è una chiara divisione di epoche. La sensazione è che tutta questa gente (etruschi, galli e romani ) convivessero di colpo nella città senza colpo ferire e sempre uguali se ne stessero vicini vicini, finché qualcuno è sparito per non si sa quale motivo. Forse avrei dovuto leggere meglio le didascalie? Non credo. Anzi c’è stato un momento che non trovavo le spiegazioni dei reperti e mi sono girata attorno come una scema…
La parte della religione sarebbe stata quella più importante e interessante considerando il fatto che nel greto del torrente Parma sono state trovate una serie di statuine di foggia diversa buttate nell’acqua come offerta votiva: delfini, falli, immagini maschili, pezzi di navi, monete, strani pezzi di cuoio o stoffa (o simulavano, ma erano di altro materiale. Non si capiva bene) inscritti. Sarebbe stato bello e interessante capire come, perché, quando, chi compiva questi riti.
spiegazioni

spiegazioni

ritrovamenti in Piazza Ghiaia

ritrovamenti in Piazza Ghiaia

In questa sala finisce la mostra con altri reperti di vita quotidiana, ma che avulsi dal loro uso e significato sembrano solo stupendi oggetti incomprensibili. Non so se fosse stata prevista una guida obbligatoria che spiegasse tutto quello che a me è rimasto vagamente in ombra (e per fortuna che qualcosa ne so e qualcosa i miei amici mi hanno spiegato), non so se mancava qualcosa, ma davvero sono rimasta delusa dalla pochezza didattica della mostra. Le teche erano finalmente all’altezza di un buon museo e le scenografie rendevano tutto più accogliente ed emozionante, ma davvero non c’era una buona comunicazione per il pubblico.
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sala dei greci ora occupata dalle altre storie di Parma.

Ritrovamenti al santuario di Cerere

Ritrovamenti al santuario di Cerere

gioielli

ritrovamento dei gioielli da una tomba di mercanti

reperti di vita civile

reperti di vita civile

reperti vari

reperti vari

Quindi, per quante possano essere state le mie critiche, alla fine ho passato una interessante mattinata, mi sono goduta il museo da sola (anche se mi sono beccata una scolaresca la cui insegnante credo non abbia avuto la capacità di trasmettere nulla visto che urlava e sgridava sempre), ho potuto fare tutte le foto che volevo e cercare di capire meglio alcuni reperti. Mi sono dedicata una mattinata di cultura, riservandola alla storia della mia città in epoca antica e non potevo esimermi di prendere anche il libro della MUP proprio dedicato alla storia romana di Parma.

Il fascicolo mi è stato dato alla biglietteria del museo ed era legato alla mostra. Non è il catalogo della mostra che dovrebbe essere in vendita o all'infopoint a fianco al Regio o in libreria. In alto il librone della bella serie che la MUP sta dedicando alla nostra città. Avevo già i due volumi sul medioevo e mi sono regalata questo. Me lo merito.

Il fascicolo mi è stato dato alla biglietteria del museo ed era legato alla mostra.
Non è il catalogo della mostra che dovrebbe essere in vendita o all’infopoint a fianco al Regio o in libreria.
In alto il librone della bella serie che la MUP sta dedicando alla nostra città. Avevo già i due volumi sul medioevo e mi sono regalata questo. Me lo merito.

Sant’Ilario di Poiters patrono di Parma

Non starò qui a farvi un panegirico del patrono della mia città, nè a raccontarvi ogni piccola cosa che ha fatto e il perché è stato reso santo e altro, qui vi racconto che nel cuore dell’Oltretorrente c’è un piccolissimo oratorio a lui dedicato e che il tempo e il denaro costringe a tenere aperto solo il giovedì e al giorno a lui dedicato. Che la porta dell’oratorio sempre chiusa per tanti anni è stata una ferita al cuore sociale della città, ma che il santo è sempre stato uno di noi. La devozione del parmigiano non è plateale nè coreografica, ma tratta santi e personaggi storici come se fossero uno di loro, come se ce li si aspettasse alla fermata dell’autobus a lamentarsi del sindaco e a urlare “comunque sempre viva forza il Parma!”.
Siamo così.
Forse sarà per il fatto che nel medioevo abbiamo regalato alla storia due antipapi.
O forse perché la nebbia attutisce un sacco di cose ed emozioni e lascia le parole sussurrate a rincorrersi per l’aria.

statua del santo di epoca quattrocentesca.

Sant’Ilario è “quello delle scarpette” e difatti per la sua festa si fanno dei semplici dolci di pastafrolla a forma di scarpa, magari colorata con la glassa (nota per la mia mamma che legge il blog: io mi segno tutti gli anni in cui non me le hai comprate…).
La motivazione è che il santo è stato patrono della corporazione dei calzolai.
Ma partiamo un pelino prima.
Sant’Ilario era francese (non a caso Poiters) ed era nato da famiglia pagana nel 315 circa e si convertì da adulto al cristianesimo, dedicandosi anima e corpo al contrasto all’arianesimo. La sua predicazione era talmente virulenta che, vuole la leggenda, venne mandato in Anatolia per andare lontano a predicare. E qui iniziò il suo pellegrinaggio che molto probabilmente lo portò a solcare le strade vicino a Parma…comunque sia dall’Anatolia dopo qualche tempo venne rispedito in patria per lo stesso problema che lo aveva allontanato. Sulla strada del ritorno, questo santo pellegrino, si ferma di sicuro a Parma dove un ciabattino viste le sue condizioni si offre a sostituirgli le scarpe, senza aspettarsi nulla.
Il santo colpito da tanta generosità fa trovare la notte successiva un paio di scarpe d’oro che risolvono ogni problema del ciabattino.
Ecco qua la vicinanza con la corporazione dei calzolai.

Il santo divenne patrono di Parma nel XIII per ingraziarsi Carlo d’Angiò per aver aiutato la città (ricordo di aver letto da qualche parte chi fosse il patrono precedente, ma come al solito non lo trovo nei miei libri. Come al solito quando mi serve qualcosa) e tale è rimasto fino a noi.

L’Oratorio a lui dedicato si trova nell’ospedale vecchio (come da noi si chiama), ma che nel quattrocento era l’ospedale della Misericordia, con inglobato l’ospedale degli Esposti voluto nel 1201 da Rodolfo Tanzi benefattore di Parma.

Rodolfo Tanzi morto nel XIII secolo, ma qui risepolto con una nuova tomba.
La lapide originale venne mantenuta, ma sinceramente non ho capito dove si trovi.

L’oratorio odierno è una costruzione del 1663 e sostituisce quello costruito nel XIII secolo oltre piazzale della Croce (e quindi molto al di fuori delle mura cittadine o del controllo della città) e l’oratorio dedicato alla Madonna proprio nell’ospedale degli Esposti.
Esso venne dedicato a tutti i santi medici o taumaturgici che si ricordino proprio per la sua posizione all’interno di un complesso medico che rimase funzionale fino al 1920 circa.

 

La giornata a lui dedicata è il 13 gennaio e di solito nell’oratorio si fa la messa per le autorità (anche perché è talmente piccolo che non ci sta nessun altro), la distribuzione delle scarpette dolci e dei guanti bianchi (questa tradizione non so da dove venga) ai bambini.
In più in Comune con gran cerimonia vengono premiati i cittadini illustri che con le loro opere di valore hanno reso lustro alla città. Ecco  i premiati di quest’anno e la motivazione.

Io di solito me ne sto a casa a polleggiare o si esce con gli amici per una birra o cose del genere, ma quest’anno ho proprio voglia di godermi la mia città e quindi l’occasione era propizia.
Peccato il cattivo tempo che ha costretto tutti a chiudersi in casa.
Eppure il piccolo oratorio era pieno zeppo di gente e io non sapevo nemmeno perché. Il mistero è durato poco perché ho scoperto che ci sarebbe stata una lezione di storia nell’oratorio su di esso e poi un concerto di musica popolare parmigiana.

Il coro tutto femminile, intramezzato da poesie in dialetto che ci raccontano le feste nelle famiglie parmigiane, è il coro “Il cuator Stagion” diretto da Mariangela Bazoni, ci ha deliziato con canzoni nel nostro dialetto degli inizi del ‘900.

Una bella giornata tutta parmigiana, perché alla fine non si può dire altro che Parma è “tam bela!”.

Una domenica al museo dei burattini

Per “colpa” di questa immagine e della diatriba amichevole fra rievocatori sul suo funzionamento, ho contattato la Famiglia Ferrari per chiedere ragguagli.

foto incriminitata
dall’ “Hortus deliciarum” del XII secolo

La Famiglia Ferrari è una vera istituzione a Parma ma non solo: 4 generazioni di burattinai che dedicano a questa antichissima arte, la loro passione, il loro corpo e voce, in poche parole la loro vita.
Ammetto che li conoscevo solo di fama, anche perché per vari motivi non è che abbia avuto la possibilità di vedere tanti burattini dal vivo nella mia infanzia, però riconoscendo la loro bravura ho provato a spedire un’email chiedendo se potessero aiutarmi a decodificare l’immagine.
Mi aspettavo di dover rinunciare alla risposta, forse più per sfiducia nei confronti di una illustre sconosciuta rievocatrice quali sono, più che per prova di loro scontrosità. Difatti la mia sfiducia è stata massacrata nel giro di mezza giornata dove non solo ho ricevuto risposta positiva a darmi delucidazione, ma anche invito a chiederlo prima di un loro spettacolo in dicembre.
Purtroppo la didattica mansio al freddo e al gelo e il mercatino degli hobbisti a cui ho partecipato mi hanno fatto rimandare l’incontro fino ad oggi.
Non sapevo cosa aspettarmi, ma sono stata accolta molto gentilmente da Daniela Ferrari (la bisnipote del fondatore Italo Ferrari), la quale non solo mi ha catapultato dietro le quinte dello spettacolo (sono andata dietro dove si muovono le marionette! Come andare dietro le quinte di un teatro!), ma anche nella cantina dove tengono un po’ di materiale, ma soprattutto mi ha permesso di chiedere al resto della compagnia delucidazioni sulla foto.
E’ stato emozionante poter parlare tranquillamente di storia, di burattini, di ricostruzione, di mancanza di opportunità e anche di templari, con dei professionisti che faticano e lavorano per non far mancare al mondo una vera arte, ma che non se la tirano per nulla.

Poi mi sono goduta lo spettacolo, che più che uno spettacolo di burattini vero e proprio è stata una vera lezione sulla differenza fra le epoche e le diverse tipologie di burattini, marionette e altro.
Lo spettacolo si è tenuto nel piccolo museo dei burattini nel complesso che ospita i Giardini di San Paolo, la biblioteca Guanda e la superba camera di San Paolo affrescata dal Correggio. Un complesso che si nasconde alla città come un angolo di pace e di cultura, sempre aperto e con tanta gente, proprio nel centro della città stessa: a un passo dal duomo e dal Battistero, a fianco di via Cavou la via del passeggio giovanile, dietro la polivalente e polidistrutta Pilotta. Insomma un vero gioiellino che in estate si apre all’evento dell’horror “I giardini della paura”, dimostrando la sua natura poliedrica.

Lo spettacolo, anzi la didattica, era aperta a grandi e piccini e diciamocelo ero l’unica che non avesse a che badare a un piccolo di altezza attorno al mio ginocchio. Di certo la scelta di portare per le feste i piccoli a vedere i burattini è azzeccata e magari si sperava di trovare relax: il signore a fianco a me, eravamo in ultima fila, dopo aver rifilato i gemellini alla moglie in prima fila (le file erano poche perché le stanze piccole), ci ha piantato una ronfata che abbiamo dovuto svegliarlo visto quanto russava…
I piccoli bravi (tranne uno dei due gemelli) hanno ascoltato tutta la lezione quasi in silenzio, ma ammettiamolo si sono solo emozionati quando si spegnevano le luci e “gli umani” sparivano del tutto…e gli adulti con loro.
Divertente, rilassante, da vedere più spesso.

Per quanto riguarda la spiegazione della foto incriminata, loro sono convinti (ma contattando potrò accedere al loro centro studi e magari scoprirne di più) che fossero figure tridimensionali e non sagome, legate con delle corde al bacino in modo che potessero roteare da destra a sinistra, senza poter fare altri movimenti,
simulando proprio uno scontro (infatti si vedono due guerrieri in atto militare).
Non hanno niente a che spartire con pupi siciliani o cose del genere prima di tutto perché non dotati di fili agli arti, ma soprattutto manca l’imbracatura per tenere su il pupo (pesa tantissimo, me lo hanno fatto provare) e per aiutare il puparo a muoverlo. Fra queste sagome e il pupo napoletano (antenato del siciliano, mi hanno detto) corrono veri e propri secoli di storia e di evoluzione dei burattini.
Questa la loro spiegazione logicamente in mezz’ora (ma sono molto precisi con riferimento e altro. Ricordo che la famiglia Ferrari non solo studia, tramanda e recita, ma costruisce i burattini, quindi dalla loro hanno anche l’artigianato vero).

E’ stata proprio una domenica proficua.
E divertente

Per saperne di più sul museo dei burattini (ho già chiesto se fosse possibile fare un post con tanto di foto qui sul blog e per loro non ci sono problemi) questo è il sito:
http://www.castellodeiburattini.it/project/default.asp

Per chi passa da Parma dovrebbe diventare un altro punto fisso, visto che all’estero lo conoscono molto più di noi.

Chiesa Santa Maria in Quartiere (Parma)

Seconda chiesa, anche questa in Oltretorrente.
Avrei voluto mettervi una bella foto di presentazione, ma per fortuna la “Fondazione Cariparma” si è presa l’onere di restaurare l’edificio sacro. Non ho capito se solo i tetti, oppure un restauro totale. Dico per fortuna, perchè negli ultimi anni questa chiesa, frequentata, purtroppo è stata vittima delle interperie (neve, pioggia e ghiaccio che hanno ampliato le crepe) e dei disastri naturali (il terremoto di 3 anni fa ci ha messo lo zampino).
Quindi piena di entusiasmo, in una bella giornata settembrina, mi sono accinta alla mia scoperta.

La chiesa ha visto la posa della sua prima pietra nel 1604 dal vescovo Papirio Picedi, il quale affida luogo e fabbrica ai Terziari Regolari di San Francesco nel 1610.
In poco meno di 15 anni viene terminata.
Il suo nome proviene dal fatto che lì vicino era eretto un quartiere militare. Eppure la chiesa ha poco di militare (eliminando due elementi molto interessanti).
La sua vita travagliata vede chiusure  sia nell’ ‘800 che agli inizi nel ‘900, ma nel 1938 vi viene celebrato il Congresso Eucaristico Diocesano e da lì in poi è rimasta aperta e utilizzata.

La sua forma ottagonale rivela una cupola centrale affrescata da Pier Antonio Bernabei (1567-1630) con scene del paradiso, mentre gli affreschi in chiaro scuro alla base sono di Gian Maria Conti.

Di questa chiesa mi ha molto colpito l’aspetto “femminile” della scelta degli oggetti con una predominanza visiva della Madre di Dio che sembra mettere in secondo piano Gesù e Dio. La Madonna dietro l’altare, di Mercurio Baiardi, attrae l’intero sguardo del fedele, monopolizzando l’attenzione anche con accorgimenti di architettura (sfasamento di piani che sembrano creare una sorta di palcoscenico per il dipinto) e la statua della Madonna della Salute di T. Bandini, che occupa una delle due cappelle.

Un’altra Madonna allattante il Bambino.
Inizio a notare che nella mia città questo tema è più diffuso di quanto immaginassi.

L’altra cappella è occupata da un altare dedicato a San Ludovico, opera sempre di T. Bandini.
Il santo dovrebbe essere Luigi IX re di Francia. Ammetto che questa discrepanza di nome mi lascia perplessa, ma spiegherebbe la scelta stilistica della sua cappella.
Felice da Mareto nel suo libro “Chiese e conventi di Parma” (che uso per le indicazioni biografiche dei monumenti che sto visitando) chiama il santo proprio Ludovico, ma non aggiunge altro; sia l’iconografia che le indicazione datami dal custode (dopo aver letto un volantino tirato fuori da chissà dove) riferisce a San Luigi dei Francesi.

Questa cappella ci ricorda come Parma sia stata sotto la dominazione francese per molti secoli, che abbia molti dei suoi lemmi dialettali di orgine francese, che in fin dei conti siamo come una piccola colonia francese in terra emiliana. E questo legame spezzato dalla Storia, senza nostalgie o vere recriminazioni, rimane come un ricordo fortissimo nella nostra città, come se da un momento all’altro fosse normale tornare a sentir parlare francese (beh un po’ è tornato visto che nella scuola europea ci sono classi piene di bambini francesi, figli di impiegati dell’EFSA) e vivere in una sorta di età dell’oro.

Altra cosa particolare di questa chiesa è la presenza di molti personaggi della storia recente di Parma, da dottori a professori universitari, da benemeriti a pittori e scultori, da fisici a ingegneri.

Ora passiamo all’enorme nota dolente, una nota che mi ha disgustato e fatto fuggire da questa bella chiesa.
E’ un mercato!
Non è un modo di dire. All’entrata, ma già in chiesa, sono esposti oggetti per il mercatino dell’usato; nei confessionali stazionano valige piene di abiti e coperte; le lapidi sono coperte da scaffali pieni di libri; i piccoli altari alla Madonna o a una santa (non sono riuscita a capire) sono impediti al culto da altre valige e oggetti che circondano addirittura gli stalli per le candele.
In più la solerte custode ha un tono di voce che impedisce la meditazione e per quanto accolga tutti coloro che portano o vengono a prendere gli oggetti, con solerzia e familiarità, fa sembrare il luogo una casa più che una chiesa.
Per non parlare che in quel momento colui che si occupava delle pulizie parlava tranquillamente al cellulare, spolverando le statue e gli ex voto.

Ora che bisogna dire?
Che avrei dovuto rispondere alla solerte custode che voleva sapere quale scopo facessi le foto (se per lavoro o per me) che non ero io il problema! Che era quello scempio il vero problema in quella chiesa! Che l’abuso di immagine non stava nelle mie foto pubblicate, ma per sporcare un luogo sacro! Perché fin tanto che quella chiesa sarà usata come luogo di culto essa è un luogo sacro e in tale posto non ci deve essere né mercanzia né cose simili!
Mi sono sentita offesa…

Io rispetto tutte quelle parrocchie che faticano, che fanno cene, feste, pesche di beneficienza per poter restaurare o costruire i luoghi di culto. La mia chiesa è stata edificata con questa fatica, ma mai il suo altare è stato invaso da cose non consone, anche quando era un prefabbricato. Quel prefabbricato, ora diventato luogo di aggregazione nella mia parrocchia, aveva un’aura di santità maggiore di questa chiesa barocca così abusata.

Il mio sdegno è totale.
E non voglio stare in silenzio.
E non voglio che nemmeno voi stiate in silenzio.
Se mai la visiterete pretendete rispetto sia che siate credenti o meno; sia che siate acculturati o meno; sia che siate fotografi o semplici turisti.
Quella chiesa merita rispetto che ora non ha.

Chiesa di Santa Croce (Parma)

Con questo post inizia una serie di mie incursioni sulla mia amata città. Da oggi spero di poter documentare al meglio la situazione dei monumenti di Parma, cercando di farvi conoscere la loro storia e anche il loro stato attuale.
Non ci sarà una logica nella scelta di monumenti e musei. Diciamo che mi lascio prendere dall’ispirazione e dalla mia bicicletta.

Altra avvertenza: aspettatevi che mi soffermi su quello che è rimasto di medievale e soprattutto di 1200. Mi sa che scoprirò anche io delle bellezze.

Prima chiesa : Santa Croce.

Deve il suo nome al fatto che durante la sua consacrazione nel 21 agosto 1222 il vescovo Grazia colloca nell’altare una reliquia del Sacro Legno, insieme ad altre reliquie.
A pensare a Parma mi viene da dire che questa chiesa eretta nel 1210 circa dovesse trovarsi ai limiti estremi nella città (tutt’ora si trova all’inizio del centro partendo dalla zona comunemente chiamata Oltretorrente) durante il medioevo. Molto probabilmente si trovava su una delle strade che portava alla via Francigena (la più importante via di pellegrinaggio che attraversa la nostra zona).

La sua storia poi si perde nel silenzio di una chiesa sempre usata, per poi tornare alla ribalta nel 1415 quando l’architetto Giorgio da Erba le da la forma attuale.
Da quel momento in poi la sua storia vede alternarsi la proprietà all’abate di S. Giovanni Evangelista, alla chiesa di Santa Maria in borgo Traschieri, alla Confraternita di S. Giuseppe e infine alla Congregazione della Carità.
Il 16 settembre 1933 viene eretta parrocchia in sostituzione di S. Maria in borgo Taschieri e in quel momento le viene dato un nuovo restauro.

La chiesa in questi giorni di settembre ci regala luci e ombre molto evocative: si appoggiano su statue e dipinti, lambiscono volti e nascondono mostri, rivelano pietà nascoste e lasciano soprattutto il tempo per la meditazione.
Questa piccola chiesa dall’esterno spoglio e lasciato a se stesso, rivela un interno accogliente anche se purtroppo non curato come dovrebbe. Di certo non è colpa dei fedeli (a qualunque ora sono passata ho sempre trovato qualcuno che pregava) o delle donne che ci badano: purtroppo necessiterebbe una pulizia profonda. Vabbè che anche i ragni sono creature di Dio, ma certe loro ragnatele ricordano dei film horror.
Ma in fin dei conti importa che il luogo di culto sia fruibile e accogliente.
E la cappella del Santissimo Sacramento accoglie il fedele in preghiera con una magnificenza non troppo ingombrante e una luce che si riflette sl legno dorato di ispirazione barocca.

In questa chiesa ci sono almeno due dipinti che mi hanno molto colpito o per la sua rarità del soggetto o per la sua strana impostazione.
Per il primo esempio si tratta di una Madonna allattante il Bambino, un affresco del XV secolo. Spicca per la sua isolata presenza su una parete completamente spoglia, ma anche per essere ben circondata da ex voto. Non ho saputo indagare se questa Madonna viene invocata per particolari grazie, ma spero di scoprirlo presto.

Per il secondo esempio c’è il dipinto “San Lorenzo e San Rocco con la Madonna detta di Campagna”. La cosa particolare è proprio la Madonna che è un busto di terracotta del XVI secolo.
Il nome della Madonna viene dal fatto che nei tempi passati veniva invocata per essere preservati dalle alluvioni e piogge eccessive e nel caso portata in processione per la città.

Ma ammetto che ciò che mi ha colpito sin dall’inizio sono i capitelli.
Di certo sono l’elemento più originale della chiesa, anche se il professore Arturo Quintavalle li data nel XII secolo facendoli scolpire da due scultori della bottega della Cattedrale di Parma, guidata dal “Maestro dei Mesi” e di influenza cluniacense.
Non tutti i capitelli sono ben comprensibili e trovano certa spiegazione. Purtroppo questo grande fumetto di pietra ha perso la parola, perdendo con la morte i suoi lettori. Noi rimaniamo silenti e possiamo solo cercare di avventurarci in spiegazioni, anche se mai davvero lo potremo capire.
Due sirene con code biforcute e due serpenti intrecciati che le mordono

Centauro sagittario trattenuto da un uomo nudo e…

…attaccato da animale che lo morde.

Aquile e serpenti a X

Uno dei due grifoni presenti nella chiesa. Entrambi sono solitari e non coinvolti in scene particolari.

Leone con due corpi. Di solito si vede il contrario: due teste e un sol corpo.

La strage degli Innocenti

Uomini carponi. Agli angoli si possono notare delle teste che uniscono gli uomini attorno a tutto il capitello.
Cavaliere. Alla sua destra si possono intravedere due uomini che lottano.
Questo personaggio viene collegato ai racconti che proprio nel XII secolo iniziavano a farsi largo nella società medievali: chanson de geste e romanzi cortesi.
Ecco il primo reportage dei monumenti della mia città. Spero che vi abbia incuriosito ad andarla a visitare.