Ricostruire un abito storico. Pantaloni per turcopolo

Non sono qui a insegnare niente a nessuno, ma semplicemente a raccontare la mia crescita come rievocatrice.
Undici anni fa non mi sarei posta tanti problemi: avrei preso della stoffa, l’avrei fatta tagliare e poi avrei fatto un abito che poteva essere medievale.
Ma fare il rievocatore, serio soprattutto, è altro ragionamento.
E’ cercare la stoffa giusta, non solo per genere, ma anche per colore e tramatura.
E’ andare in giro per negozi fino allo sfinimento.
A volte è anche perdere la pazienza con se stessi, perché ci si rende conto che si è pignoli, che a volte anche odiosi.
Poi si deve tagliare nel modo giusto e non come è possibile: esiste il concetto del risparmio della stoffa, ma non in ottica a te contemporanea, ma del periodo che hai scelto.
A volte si decide anche che bisogna (sottolineo “bisogna”) tagliare la pezza con la metratura di allora e poi ricavarne i pezzi da assemblare.
Per arrivare a questo livello un rievocatore fa e vuole fare certi passaggi, i quali a volte portano alla follia.
Qualcuno si ferma prima ed è contento lo stesso, qualcuno va avanti e diventa un po’ più talebano: cucire tutto a mano, magari anche alla luce delle candele; tessere la stoffa con riproduzioni di telai dell’epoca e poi comporre il vestito. Cose così.
Il mio livello di ricostruttore storico (con mamma al seguito perché è lei che taglia e cuce) è medio alto. Non intendo come qualità, visto che quella non la voglio giudicare io, ma come voglia di essere precisa. L’ultimo mio abito invernale medievale è stato tagliato secondo il metodo del Medievale Tailor’ assistant (da questo link scaricate direttamente il manuale) e ciò ha fatto impazzire mia mamma (oltre al fatto che lo ha fatto in mia assenza), ma con risultati ottimi. Mi sono totalmente bulleggiata ad Armi&Bagagli 2013 che potevo sembrare un po’ arrogante, ma cadeva giusto ed ero soddisfatta.
Il prossimo fine settimana poi farò un corso apposta di cucito medievale e vedremo cosa riuscirò ad imparare.
Nel frattempo imparo nuove cose sul ricamo e qui ritorniamo all’argomento di partenza, perché ricamare così, imparare i punti, fare due disegni ha sì un suo valore, ma impari di più se devi ragionare su una fonte o su un disegno per ricostruire un abito.
E qui caschiamo in due, io e Mario, amico da anni con cui abbiamo condiviso anni di rievocazione nello stesso gruppo e ora collaborazione ed amicizia.
Il suo punto di riferimento è ricostruire un turcopolo.
Con turcopolo si intende la truppa turca o araba in generale al soldo delle truppe crociate in Terra santa. Non ha un valore religioso, perché potevano essere mussulmani come cristiani, ma solo geografico. Franchi per indicare gli europei, turchi per i medio orientali.
Siamo partiti da questa immagine, anche perché io non ne sapevo nulla.
E abbiamo ragionato sui pantaloni visto che quelli erano il suo obiettivo.
A mio parere erano tessuti già così, visto che non è solo un bordo in fondo, ma ci sono alcune righe lavorate a spina di pesce lungo tutta l’altezza della gamba. L’immagine non è un reperto, ma Mario è un rievocatore scrupoloso e quindi è sicuramente quella più leggibile per ora. Vedremo cosa potrò trovare in futuro di fonte primaria.
La mia conoscenza dell’arte del ricamo è ancora agli inizi e quindi non dubito che potrei trovare un punto più adatto e corretto, ma vedendo il lavoro e poi il periodo ho scelto un punto erba e del filo di cotone da mettere in doppio per dare più spessore.
Visto che la pezza da ricamare che mi ha dato Mario era insufficiente per tutto il lavoro pensato all’inizio (bordo orizzontale e strisce verticali), ho pensato di focalizzarmi solo sui bordi inferiori. Ringrazio la Sartoria del Borgo (credo che siano a Riolo Terme) che ha fatto gli abiti di Mario per avermi dato le dimensioni giuste, perché se aspettavo lui potevo fare mille metri…
La parte di progettazione è stata quella più noiosa.
Odiavo tecnica alle medie: avevo sempre tutto il foglio sporco, anche se giusto. La professoressa era rassegnata e a volte mi dava un buon voto per l’impegno. Quindi progettare tutti questi rombi che dovevano essere uguali e precisi è stato un lavoraccio.
Alla fine ero molto fiera di me e anche se i rombi interni li ho fatti a mano libera, lo schema era venuto molto bene. Dico era, perché una volta messo sul tavolo luminoso con sopra la stoffa, essa era talmente spessa che non si vedeva nulla. Ma nulla. Avrei voluto piangere, lo ammetto.
Ripresa dallo sconforto ho dovuto rifare lo schema su tela a mano libera e stare attenta a non sbavare troppo, perché la matita non si cancella bene. Su consiglio della mamma sono andata a cercare la matita da ricamo cancellabile (lei se la ricordava), ma mi hanno guardato con aria dubbiosa. Continuerò la cerca comunque.
Poi è iniziato il lavoro e lì ho imprecato contro la mia leggerezza (mi ero dimenticata del lavoro e dovevo fare tutto in una settimana), ma soprattutto della stoffa: un truscello romagnolo-marchigiano, tela che un tempo si usava per fare le lenzuola pesanti e le tovaglie. Bellissima, forse ho qualcosa in casa di mia nonna, ma assolutamente non ricamabile, se non per delle piccole iniziali.
Quindi dopo aver spezzato un ago all’inizio del lavoro, rischiato di perderne uno per la camera, piegato un altro e finalmente minacciato il terzo (che era quello quasi perso), ho lavorato come una schiava e in una settimana quasi sono riuscita a fare tutto. Lunedì a scherma avevo male alla mano e alla spalla per il ricamare che maneggiare una spada è stata una cosa leggera.
Poi dopo aver spedito il pacchetto sono partita per Palermo e diciamo che me lo sono dimenticata finché non sono tornata in quel di Parma proprio in tempo per l’ultimo giorno di fiera.
E quando ho visto il bordo montato e sistemato, mi sono sentita molto fiera di me.
dettaglio. Non si vede nemmeno che i rombini interni sono uno diverso dall’altro. 
Mario nella sua turcopolaggine a fianco del nostro manichino templare.
Non mi aspettavo una copia del disegno, ma alla fine è molto più vicino di quanto si pensi.
Lui era molto soddisfatto e ciò mi ha fatto piacere.
Adesso continueremo a collaborare per rendere ancora più preciso il vestito, ma diciamo che è un buon inizio.
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La balena duecentesca

La serie del ricamo si ingrandisce con un pezzo duecentesco e anche di un punto in più da ricamo.
Sotto potrete vedere come la follia del rievocatore possa avere la meglio su qualunque neurone possa egli/ella possedere. E purtroppo credo che questo sia solo l’inizio.
Una balena ricamata a punto erba per i contorni e a punto catenella per il riempimento.

La parte più difficile è poter rendere a ricamo ciò che è stato dipinto, difatti, a mio parere, per quanto la resa sia buona, le differenze ci sono: rendere il tratto sfumato mi è stato possibile solo nella testa e nella pancia mentre sarebbe stato più complicato nelle squame; qualche tratto nero è stato perso (rendendo la balena più “giovane”); il colore non era proprio identico soprattutto per i pesci che ho fatto di due sfumature di ocra, completamente differenti dall’originale (erano un colore mischiato fra ocra, rosso e verde).
Ecco il risultato:

Sì è una balena. No non è un pesce normale, ma grande. Sì credetemi è una balena.
L’originale è tratto dal manoscritto Harley 4571, conservato a Londra, ma che potete trovare le altre immagini in questo sito, ma che io ho potuto trarre dal libro meraviglioso “Bestiari medievali” di M. Pastoureau.
Leggendo l’articolo a lei dedicato nel libro, si capisce che la biologia marina per i medievali era un po’ approssimativa: grosso pesce, meraviglioso, che si mangia pesci piccoli, che dorme tanto che sul dorso che spunta dalle acque cresce erba; spesso viene scambiata per un’isola. 
La balena è un animale mitico, sconvolgente e di certo prima che arrivasse Melville con la sua “Balena Bianca” oppure Collodi e Pinocchio, la Bibbia ci aveva narrato la storia del profeta Giona che visse nello stomaco della stessa vivendoci anche comodo, la narrativa alto medievale di san Brandano che visse sul dorso.
La stupefacenza dell’animale non lo esime dall’avere anche un lato diabolico o negativo: essa è seduttrice. Attraverso il suo alito attira i poveri piccoli e innocenti pesciolini per cibarsene (ovvio che i medievali non sapessero dell’esistenza del plancton e del fatto che la balena non ha denti, ma vabbè). Alla balena poi si associa il Leviatano biblico.
Molto più divertente è leggere che gli scienziati d’allora si domandassero come potessero accoppiarsi, prevedendo semi maschili che viaggiano nel mare per andarsi a mettere “dove deve”, a misteriosi organi preposti a questo; di certo avevano indovinato che le balene sono poco prolifere, partorendo uno o due balenottere. Avevano anche confuso le specie dicendo che il capodoglio fosse il maschio della balena.
La caccia della balena è pericolosa e non si può affrontare da soli.
Il domenicano Vincenzo di Beauvais, nel XIII secolo, racconta le varie fasi sottolineando che è fondamentale per la caccia la musica del tamburo e dei cimbali: sembra infatti che la balena sia sensibile alla musica. Quando sembra sedata il più ardimentoso la infilza con un arpione, ma tutti si devono allontanare perché essa si dibatterà fino allo sfinimento (ora mi sfugge, leggendo, come sia possibile allontanarsi velocemente da una balena ferita, ma tant’è), a quel punto tutti insieme la si uccide.
Prodotti ricavati: olio, grasso, carne, ossa, fanoni, lingua, denti, pelle. Come si sarebbe potuto dire “della balena non si butta via niente”.
Balene particolari.
Cete: maschio della balena. Guillaume le Clerc, nel suo “Bestiaire divin”, lo nomina, diversificandolo dal capodoglio (che quindi viene scalzato di ruolo), ma dice solo che è pericolosissimo, incredibile e malefico.
Serra: tipo di balena, ma ibrida. Mezzo pesce e mezzo uccello, “possiede due grandi ali e sul dorso ha una lunga cresta ornata di aculei che le permette di infilzare le navi, di sollevarle in aria e di trasportarle molto lontano dal luogo dove intendevano andare, per poi, quando è stanca, lasciarle cadere tra le onde. La nave si spezza e i marinai muoiono annegati, senza viatico né sepoltura…” *
Se volete vedere come la immaginavano, ecco una prima immagine e una seconda immagine (un grazie all’amica Momo Girfalco che mi ha aiutato a trovare le foto). 
E questa è la balena.
Spero di aver voglia di fare tanti altri animali per poi poter raccontare la loro storia e condividere con voi tante cose e scoprire come vedessero i nostri avi gli animali.
NOTE:
* “Bestiari Medievali” di M. Pastoureau, Einaudi editore.