Si ricomincia e alla grande: corso a Mantova Medievale!

Dopo una lunga pausa estiva, strana per me ma assolutamente rigenerante, si riprende con uno degli eventi più attesi e di solito conclusivi della stagione: Mantova Medievale.

Questa volta si riparte alla grande perché ho accettato la richiesta di Sebastiano e terrò il corso di tablet weaving, all’interno dell’evento, dedicato esclusivamente alle rievocatrici e ai rievocatori. E’ grande l’emozione, ma devo dirvi, indossando la mia coda di pavone migliore (sì, lascio da parte modestia e umiltà, ma a volte ci sta), che i 6 posti che avevo concordato per i corsisti sono stati occupati in meno di 1 ora. Grande è la mia ansia di essere all’altezza delle loro aspettative, ma soprattutto di poter insegnare loro le basi e in particolar modo che la tessitura si fa con le mani e con gli occhi e non è un modo di dire scontato…

La richiesta di Sebastiano è stata per me, lo devo ammettere, un gran riconoscimento perché viene da un rievocatore di cui ho stima per l’attenzione ai particolari e alla ricostruzione. Questo corso lo ammetto significa un bel passo, non un punto di arrivo, ma uno scalino passato e in questo momento della mia storia di rievocatrice credo proprio che ci volesse. Dove porta questa scala? Non lo so, ma ho smesso di chiedermelo. Ho deciso di percorrerla, la percorro da 13 anni oramai e non c’è giorno che mi penta di averla iniziata.

Ci vediamo a Mantova il 29-30 agosto! Mi raccomando, numerosi!

promemoria

promemoria

Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano

Corso di tablet weaving: resoconto

Con la mente sgombra da pensieri e casini e dopo che abbiamo anche archiviato queste feste, posso raccontarvi come è andata.

E’ andata bene. Bon, finito resoconto! 😀

Scherzi a parte, è davvero andata bene e non me lo aspettavo. O meglio lo speravo, ma da qua a realizzare che le cose come le avevo pensate potessero essere la soluzione ottimale (con qualche aggiustamento) non ci potevo credere.

Sono partita da Parma con un sole pazzesco, ma più mi avvicinavo alle Marche e più il cielo si faceva cupo. Niente di buono, anche se le previsioni del tempo di questi tempi raramente sono positive. Mi preoccupava il freddo e la scarsità di luce, perché alla fine dovendo fare un corso al chiuso, che piova o meno è poco interessante. Arrivare verso casa (perché sì, sono un po’ di quelle parti per via paterna) e vedere quanto buona parte della provincia di Pesaro Urbino stia crollando per le frane, per l’incuria, per il menefreghismo, per il magna magna che non si dice (perché tanto chi se ne frega delle Marche? Son povere e la “brutta copia” della Toscana…ho sentito dire tutto ciò a suo tempo) è stato un dolore e rabbia, ma questo esula dal corso. Poi il giorno del corso tutto è cambiato e un sole splendente con un’aria frizzantina primaverile si è palesato in tutto il suo splendore.

Il corso si è tenuto in una splendida casa di campagna nelle colline attorno a Urbino. Un posto splendido dove l’associazione Salicevivo (a questo link anche la pagina fb) si incontra per creare delle meraviglie e trasformare il mondo in cesto (ho una passione per i cesti fatti a mano che voi non potete capire. Ad averci spazio e casa avrei una mucchia di questi cesti!).

La sede di Salicevivo.

La sede di Salicevivo. Casa di Viviana

l'entrata: un luogo di perdizione. Li avrei rubati tutti.

l’entrata: un luogo di perdizione. Li avrei rubati tutti.

Una volta arrivata lì finalmente ho conosciuto tutte le mie allieve. Momama che follia! Pensare che io abbia delle allieve e farmi chiamare maestra è stato un dramma, mentre quando mi hanno chiamato per nome è stato molto meglio. Essere maestri è un cammino lungo e impegnativo, pieno di ostacoli e ripensamenti, dove l’umiltà si fonda con la bravura…quindi chiamatemi per nome che è meglio.

Oltre a Betta e Momo, le mie amiche che mi hanno incastrato in questa esperienza, c’erano le loro amiche, quelle con cui o si trovano a divertirsi col vimini o con altre situazioni, ma tutte desiderose di imparare, di provare, di mettersi in gioco. Ovviamente non avevo calcolato che chi volesse provare il corso non avesse niente a che fare con la rievocazione. Nella mia mente settoriale per me certe tecniche le impari perché hai uno scopo e per approcciarsi a questa 9 volte su 10 è perché le hai viste in un reperto o immagine storica e hai necessità di riprodurlo. Invece qui è il mondo “normale” quello che vive, conosce, si mette in gioco, anche senza un “secondo interesse”. Mi sono ritarata in pochi minuti, mentre mi passavano biscotti fatti in casa da assaggiare e mani da stringere. La giornata iniziava bene.

Si è partiti dalla teoria, un minimo. Non è una conferenza e alla fine non è detto che nemmeno interessi più di tanto conoscere tutti i singoli reperti ritrovati e perché, questo è un aspetto che magari si può approfondire con un altro tipo di gruppo, quindi alla fine ho preferito concentrarmi sulla tecnica vera e propria e cercare di far capire i fondamenti della tecnica base: impostazione del filato, impostazione della mani, girare le tessere.

Questo era lo scopo della prima giornata.

Dopo aver spiegato che il mio metodo non è “il” metodo e che non ho nessuna verità in tasca e soprattutto che esistono un’infinita serie di modalità per preparare il telaio, ho spiegato che però era fondamentale che capissero la differenza del filato posto in S o in Z. Tragedia!!! Non me lo aspettavo, ma qui è sorto lo scoglio più grosso che pian pianino hanno superato quasi tutte vedendo il lavoro fatto. Qualcuna è rimasta dubbiosa, qualcuna recalcitrante, qualcuna è partita come un turbo. Va bene così.

preparazione del telaio

preparazione del telaio

La mattina è volata, seguendo tutte in giro per le stanze, per rispondere alle domande, per controllare che fossero impostati bene i fili, per correggere gli errori, per spiegare per la millionesima volta S e Z (chiedendomi mille volte come fare per far vedere cose che per me, dopo tanto tempo, sono diventate meccaniche. Certo le controllo ogni volta, ogni volta sbaglio qualcosa soprattutto se è un po’ che non preparo un telaio, ma alla fine quelle due maledette lettere le vedo!), a ridere, scherzare, curiosare i titoli dei libri nella libreria.

La pausa pranzo è stata degna di un pasto hobbit, perché con la motivazione che ognuno porta qualcosa (il pranzo non è compreso, ma da loro c’è questa ottima abitudine) ci ha fatto mangiare come chissà. Il convivio è stato rispettato, con cibo e chiacchiere, come tradizione vuole.

il convivio

il convivio

Il pomeriggio è stato il momento della tessitura vera e propria. Si impostano le mani, si fa capire il valore della tensione, del sistemare i fili e soprattutto si cerca di far capire come ogni movimento, ogni passaggio della navetta, ogni sistemazione del filo creino il disegno senza se e senza ma. Sono le mani del tessitore alla fine che decretano il risultato finale anche nella scelta di girare in avanti e/o indietro e per quante volte.

La lana AquiLana ha dimostrato di essere una valida alleata sia nella resa (anche se alcuni colori un po’ più chiari di altri con la luce naturale in un primo tempo ingannavano la resa delle corsiste, ma alla fine hanno dato ragione della scelta) che nella resistenza (solo una corsista, un po’ tesa, è riuscita a spezzare i fili. La tensione va lasciata nei fili e non nelle spalle o nelle mani!). Per il prossimo corso abbiamo già richiesto anche altri colori, di varie sfumature, per aumentare le possibilità di soddisfazione. Rimane ferma la mia scelta sia per il materiale che per lo spessore: così sottile verranno sì dei manufatti piccoli e questo ha mandato un po’ in dubbio qualcuno, ma i punti sono ben fitti e precisi quando il lavoro viene fatto bene che rendono la tessitura leggibile più di quanto si possa credere.

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il tavolo di lavoro comune

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si parla

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ci si concentra

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ci si aiuta

E il primo giorno si chiude con tanta mia stanchezza da farmi cadere in coma presto, dopo aver mangiato e letto in santa pace. Il giorno dopo si apre con “che cavolo di ore sono?” visto che proprio quel fine settimana cambiava l’ora solare/legale e quindi con una serie di “oh, mamma mia, sono in ritardo, non sapevo più che ore erano!” anche se in realtà si è arrivate tutte per tempo, con la calma necessaria per affrontare le nuove sfide.

Seconda colazione, come casa hobbit prevede e poi si parte!

Si parte con la mia sfida: ragionare sullo schema base e poi, se si vogliono buttare, provare a costruire un loro schema seguendo quello di base. Una bella sfida perché prevede aver compreso la base della tecnica e sono stata contenta che qualcuno ci abbia provato, creando anche cose molto particolari (come un modello fronte e retro uguale con due belle esse), sicuramente personali che hanno soddisfatto abbastanza. La mattinata è quindi scivolata con chi rimontava telaio e schema, chi continuava il lavoro modificando il movimento, chi imparava a disfare gli errori e chi in riposo si godeva la compagnia.

lavoro di Momo

lavoro di Momo

Il corso si è concluso con il pranzo degli avanzi del giorno prima (e lo sapete tutti che questo vuol dire un altro pranzo di nozze), ma soprattutto piacevoli chiacchierate su tutto con chi si è potuta fermare.

Sono soddisfatta, lo devo dire, soprattutto dei visi sorridenti delle corsiste, di averle sentite dire che “non è la mia tecnica, ma mi è piaciuto impararlo” o “ho deciso che farò qualcosa per le nipoti” o anche un semplice “grazie, è stato tutto chiaro e preciso” e vedere che gli occhi erano lo specchio delle parole.

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io con quasi tutte le corsiste

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tutte le corsiste, anche se in ombra…

A questo punto si farà un secondo corso base, forse a breve, ma adesso mi riposo e penso a cosa devo ricostruire.

p.s: menzione speciale a Ombra cane umarell che controlla come parcheggi, possibilmente mettendosi fra te e la siepe, ma nell’angolo buio dello specchietto così non vedrai mai se lo prendi o meno; guarda se hai messo tutto nella macchina, possibilmente mettendoci dentro il naso; ti segue per vedere se hai bisogno di lui.

Ombra

Ombra

Corsi: tablet weaving

Oggi vi posso annunciare, con trepidazione, ansia, timore e contentezza che il 28-29 marzo sarò in quel di Urbino a tenere un corso sulla tecnica base del tablet weaving.

Sono emozionata perché è la prima volta che mi metto a insegnare qualcosa di tecnico e sarà un’esperienza nuova e stimolante. Non vedo l’ora di raccontarvi come è andata (intanto io incrocio le dita, sai mai).

Il corso è praticamente chiuso, visto che i posti sono tutti occupati, ma se la cosa vi interessasse potete contattare il numero e farvi dare tutte le informazioni, perché in caso si farà un secondo corso a data da destinarsi (in primavera o in autunno, in base ai miei impegni rievocativi).

volantino 2

volantino

La lana del corso, sia quella naturale che quella tinta, proviene dalle mani sapienti di AquiLana che vi ho parlato poco tempo fa. Sono molto orgogliosa di poterla usare per far entrare la gente nel magico mondo della tessitura, ma soprattutto non vedo l’ora di poter scegliere tutte le sfumature di colore tinto naturalmente che abbiamo potuto avere (io e Betta, l’istigatrice del corso nonché mia amica) e che faremo usare ai corsisti. In foto le sfumature sono meravigliose, ma mi dicono che dal vero sono ancora meglio.

lana AquiLANA che useremo per il corso.

lana AquiLANA che useremo per il corso.

Cuscino punto bayeux

Sara vs punto bayeux 1-0

Prima o poi chi si occupa di ricamo storico questo punto lo vuole o deve affrontare, dipende dal periodo storico. Non so se sia una forma di masochismo interno, oppure una sfida, oppure necessità o solo mera curiosità, ma sta di fatto che non è raro pensare di doverlo affrontare e provare e poi vedere se e quando utilizzarlo.

Il punto bayeux è famoso soprattutto per il suo arazzo (che tale in realtà non è, ma comunemente chiamato in questo modo per la grandezza): 68,30 m, diviso in 9 pezze, ricamato in filo di lana, racconta la vittoria e conquista di Guglielmo il Bastardo (non ancora il Conquistatore) del regno di Inghilterra. Vuole la storia che sia stata la moglie e regina Matilde a farlo realizzare per raccontare le vicende del marito. Un’opera manifatturiera unica nel suo genere per l’attenzione per i particolari da renderla una fonte primaria per la ricostruzione di quel periodo; un favoloso mezzo di propaganda; la dimostrazione della maestria delle donne anglosassoni. L’arazzo ha un suo museo ed è stato dichiarato patrimonio dell’UNESCO. In questo link qualche dritta per poterlo studiare e conoscere meglio.

Torniamo a me. Come mio solito giro attorno alle cose finché non scatta la molla per provare o per capire come si fa una cosa e a questo giro è stato trovare un libro di mia mamma con tutte le spiegazioni dei punti da ricamo. Un libro intitolato “250 punti di ricamo” che era un inserto di Marie Claire, spiega con foto e con descrizioni semplici e chiare come si devono eseguire tutti i più diversi ricami del mondo (o quasi, non so, non ho controllato). Il punto in questione si compone di tre passaggi:

1. riempire in un verso tutto il disegno prescelto.

2. tirare delle linee rette perpendicolari al riempimento scelto. Queste linee saranno quelle che daranno il vero movimento della luce sul disegno.

3. fermare le linee rette con punti posizionati a distanze prestabilite e standard, sfalsandoli fra le righe dispari e pari.

Un lavoraccio o meglio un lungo lavoro che impone molta pazienza e attenzione, ma soprattutto pazienza. Esiste sicuramente un paradiso specifico per le ricamatrici del punto bayeux, a fianco del paradiso delle sarte dei lanzichenecchi (poi vi spiegherò anche questo, spero, se mi fanno delle foto a breve).

Come al solito parto inconsapevole di cosa ne farò del mio ricamo, ma in questo caso l’inconsapevolezza era legata al fatto che poteva anche diventare un vero schifo e ci stava anche, visto che era un imparaticcio. Se sono qui a scrivere un post è perché, con mia totale sorpresa, il ricamo è venuto molto bene e quindi si è dovuto pensare in corso d’opera cosa farlo diventare.

Primo passaggio: scegliere il soggetto. Gironzolo un po’ nei miei album di foto e di reperti tessili per trovare qualcosa di stimolante e mi trovo a prendere due falchi tessuti su tela insieme a una sequenza di leoni. Estrapolati i falchi dal loro contesto, ricamo il contorno (io parto sempre da quello, non so se sia corretto, ma mi sembra rassicurante capire cosa riempire, un po’ come quando da bambina coloravo con le matite e pennarelli) con un piccolissimo punto catenella. Poi si passa al riempimento, anche se prima va visualizzato nella mente il diverso modo di riempire ogni particolare in modo da rendere il disegno più vivo e meno piatto. Credo che lo scopo di questo punto sia proprio la possibilità di giocare con la luce e quindi enfatizzare i particolari. Con molta calma si accingo al riempimento, chiedendomi come abbiano fatto le donne a ricamare dettagli minuscoli rendendo il lavoro chiaro e pulito (mi piacerebbe vedere il dietro dell’arazzo, perché di solito è il dietro che fa capire la professionalità e manualità della ricamatrice), ma soprattutto “perché”. Sarà una domanda che mi tormenterà per tutto il lavoro. 🙂

l'inizio

l’inizio

Una volta finiti i due falchi, ricamati con filo da ricamo in cotone, mi stupisco della chiarezza con cui sono venuti e mi rendo conto che è un vero peccato che rimangano così, spersi su un pezzo di tela leggera, abbandonati al nulla. Non si può e quindi rompendo le scatole a un mio amico rievocatore mi faccio dare le dritte per poterlo rendere pieno e con un senso (al di là della chiacchierata piccioni-falchi-pappagalli e il medioevo). Nasce così un nuovo e molto bello cuscino ricamato.

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i tre passaggi del ricamo: riempimento, linee perpendicolari, punti a blocco delle linee

Ho aggiunto un nastro che non solo circonda i due falchi, ma crea anche quattro piccoli cerchi ai lati del primo più grande. Il nastro è stato colorato con filo di lana color oro e ho usato il punto catenella; mentre i quattro cerchi ai lati sono stati riempiti con filo di lana color acqua marina (è un verde con sfumature azzurre) e ho usato il punto bayeux.

il contorno

il contorno

A questo punto dovevo pensare come riempire lo sfondo dei falchi e ho optato ancora per il punto bayeux, con movimento opposto a quello dei quattro cerchi più piccoli e sempre usando filo di lana acqua marina. E’ stato lavorando in ampio che ho capito la difficoltà del punto e anche la sua vera peculiarità: in piccolo rende bene e rimane compatto, mentre in ampio rischia di lasciare dei buchi se non si riempe bene e fitto il lavoro. Credo davvero che il punto valga per le miniature.

sfondo e falco

sfondo e falco

Il lavoro è stato assemblato con una tela di cotone tramata di color bordeaux, riempito con ovatta, creando un cuscino di grande effetto (ma di dimensioni contenute 22 x 22 cm) e molto particolare. Un altro oggetto di ricostruzione si è ora unito al mio bagaglio di didattica sulla tessitura, ricamo e sartoria e devo essere sincera sono molto fiera di me.

verso

verso

retro

retro

In fondo all’articolo ci sta un vero ringraziamento a Silvio Luciani per la pazienza nell’avermi sopportato mentre cercavo di dare un senso a questo oggetto che non è la riproduzione di un reperto particolare, ma la costruzione di qualcosa di possibile e storicamente accettabile: grazie per le fonti che mi ha passato, per i consigli, per le dritte e per l’incoraggiamento. Ammetto che senza la sua spinta sarebbe rimasto un dubbio nel mio cervello e un progetto non finito.

 

 

Postilla:

Essendo autodidatta, ho sicuramente fatto degli errori nella realizzazione, soprattutto nella comprensione del movimento del punto e come sfruttarlo al meglio e in modo più corretto. Mia intenzione è di continuare ad apprendere meglio questo punto ed usarlo nel modo giusto potendo dare vita anche a vere ricostruzioni di reperti storici. 🙂

Test materiali #1: lana “AquiLANA”

Questo post vuole essere uno dei tanti (spero) in cui metto la faccia nel giudicare un prodotto che ho testato per uno dei miei lavori. La mia opinione vale come le altre, non ha valore assoluto e sinceramente è frutto della mia esperienza e della mia manualità. Fatta la premessa iniziamo a presentare il prodotto: lana Aquilana.

Dove trovarla? Chi è? Cosa fa? Da dove viene?

Su fb potete trovarla alla pagina dell’Azienda agrozootecnica Damiani Ovidio e aprendo la pagina vi troverete la bella foto della bella famiglia che si è rimboccata le maniche e ha ripreso un lavoro antico come il mondo: la pastorizia. Alla pagina troverete anche il link del loro blog “L’AquiLANA” dove potrete trovare informazioni sulla loro storia e sul loro lavoro. Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione perché davvero le informazioni le trovate ai link, ma da tempo seguo il progetto per alcuni motivi:

1. Riproposizione dell’allevamento di animali autoctoni italiani.

2. Lavorazioni di lane italiane (se penso a quanti secoli le lane italiani imperversavano sui mercati italiani…) con vero marchio “made in Italy”.

3. Riscoperta di un lavoro antico, ma fondante della nostra economia.

4. Passione: quanto leggi le parole di Valeria ci senti la fatica, la passione, la voglia di credere ad ogni singolo sforzo, il valore della scelta e delle scelte che si fanno. Insomma passione è vita, ma quella vera che non va in tv.

5. Viene dall’Aquila e Dio solo sa quanto bisogna dare una mano a quell’economia per ripartire davvero e metterla in quel posto agli speculatori.

Mi sono fatta spedire una presentazione del prodotto per non sbagliare:

AquiLANA

L’azienda agrozootecnica Damiani Ovidio opera a Barisciano in via provinciale dal gennaio del 2010.

L’allevamento di ovicaprini è l’attività principale dell’azienda a cui si aggiungono poi le coltivazioni di lenticchie nere di Barisciano, Patata Turchesa e Grano Solina.

La lana viene prodotta grazie alla raccolta durante la tosatura dolce di velli esclusivamente di pecore merinizzate italiane, vengono infatti scartate già dall’avvio alla trasformazione in filato velli ordinari provenienti da pecore di altre razze.

Una volta raccolta  la lana sudicia viene inviata al Consorzio Biella The Wool Company, dove viene trasformata in filato, attraverso la tecnica della pettinatura.

La pettinatura è un processo raffinato che rende il filato così ottenuto, non solo più morbido, ma anche più duraturo nel tempo rispetto all’altro metodo di trasformazione che è la cardatura, più grezza e grossolana.

Fase di lavaggio della lana.

Fase di filatura: dal top al filato-

Appena terminate le fasi di trasformazione, il filato di AquiLANA (marchio registrato), torna da Biella a L’Aquila in diverse tipologie di titoli ed in rocche da un chilogrammo.

A L’Aquila il filato, se necessario, viene tinto a mano e naturalmente e viene confezionato sottoforma di matasse o gomitoli da 100gr.

Sono arrivata a questo prodotto perché da anni cerco un filato di lana sottile che mantenga la tensione che esercito quando lavoro con le tavolette per la tessitura. Il mio test personale è sempre stato quello di spezzare con le mani il filato: quando questo accade la lana è buona per altro non certo per le mie tavolette. Mi è stato garantito che questa lana era di altra qualità e non è un modo di dire visto che l’anno scorso mi era stata mandata da Betta per la didattica una nuvola di prodotto solo cardato. Sì, probabilmente era davvero di altro tipo.

Un mese fa circa, sempre da Betta, mi è arrivato un bel gomitolo di color grezzo molto bello: è il colore che cerco sempre per sostituire il bianco. E’ caldo quel tanto che basta per essere un bianco “sporco” (scusate la definizione, ma se ci pensate noi siamo abituati al bianco sparato che tutto ci sembra sporco), ma perfetto per essere storico. Al test manuale non si spezza per niente, anzi al massimo mi sega le dita. Ottimo. Primo passaggio superato a pieni voti.

Si va al telaio.

In comparazione a questa lana, prendo la mia solita Sesia (lana merino, made in Italy, ma senza altre indicazioni) con cui lavoro sempre bene, ma ha uno spessore per me troppo grande (si lavora con il 3.5 dei ferri, tanto per intenderci). Aquilana invece è un 2 capi, 10000nm.

il prezioso gomitolo. Il colore più chiaro, ma non è venuto benissimo in foto

il prezioso gomitolo.
Il colore più chiaro, ma non è venuto benissimo in foto

SCHEDA con comparazione

1. Elasticità: Aquilana è meno elastica della Sesia. Tagliando i fili per 1 metro, una volta messi sul telaio la Sesia si tende, mentre l’altra no. Mi chiedo come mai. Non è un vero difetto, ma abituata a usare fino all’ultimo centimetro possibile, con questa bisogna ragionare più come con il cotone e quindi tagliare qualche centimetro in più per sicurezza.

diversità di elasticità finale

diversità di elasticità finale

2. Tensione: Aquilana tiene benissimo la tensione senza problemi.

i fili sono sempre ben tirati

i fili sono sempre ben tirati

3. Sfibratura (non so se si dice in italiano): purtroppo tende a sfibrarsi un po’ nella sollecitazione del lavoro. I due capi pur tendendo ad aprirsi non si slegano e quindi il lavoro rimane compatto.

fine lavoro

fine lavoro

4. Aquilana è leggermente pelosa, mentre la Sesia è pettinata. Questo comporta il sorgere di veri pilucchi in fase di lavorazione e in caso tocchi disfare un pezzo si aggroviglia e tocca tagliare i pilucchi che fanno da legaccio. Ho notato, anche lavorando con la lana cornigliese, questo aspetto un po’ peloso delle lane naturali che non da alcun fastidio al contatto, ma con la sollecitazione delle tavolette diventa fastidiosetto.

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i pilucchi che si arrotolano fra loro

i pilucchi che si arrotolano fra loro

Malgrado questo aspetto la tessitura è pulita e ordinata e non c’è alcuna differenza con l’altra lana. E questo è di sicuro il punto più importante di tutti quelli analizzati.

particolare

particolare

GIUDIZIO FINALE:

E’ stato un piacere provarla finalmente e trovare un filato sottile che mantenesse la tensione in ogni momento della tessitura senza dare mai problemi. Lavorata è perfetta, perché da vita a un lavoro preciso e ben ordinato come mi aspettavo di trovare. I pilucchi sono fastidiosi lo ammetto e bisogna stare attenti alla lavorazione e non sbagliare troppo perché, essendo più pelosa, può “rovinarsi” a furia di correggere, ma si spera che, quando si sta attenti a quel che si fa, un errore si rimetta a posto con poche manovre. La pelosità della lana è comunque in una soglia più che accettabile sia per il lavoro che per i peletti che volano per l’aria. Se sotto la pressione di eccessiva torsione tende ad aprirsi e perdere corposità, ma questo capita spesso alle altre lane (nel mio lavoro le 4 tavolette estreme hanno subito le maggiori torsioni per esempio), lasciandomi sempre un po’ preoccupata per la resa.

VOTO: 7 

Non so se effettivamente la lana sia migliorabile negli aspetti per me più fastidiosi, ma è già di per sé un buon prodotto che consiglio a chi voglia tessere o lavorare a maglia cercando di essere più storico o naturale che sia.

Ora vorrei provare anche gli altri colori che sono stati tinti a mano per vedere l’effetto che fa con un prodotto tutto “made in AquiLANA”.

prodotto finito. Soddisfatta

prodotto finito.
Soddisfatta

 

Il riccio

De Herinacio. On the Hedgehog

Con la scusa di questo stupendo video oggi ho voglia di parlarvi del riccio nel medioevo. Solo un breve accenno, perché in effetti questo post nasce per tenere a mente a tutti solo esclusivamente il video per vari motivi: la bravura della costruzione, la tecnica scelta  e i materiali, il fatto che sia in latino.

Prendendo come punto di riferimento il libro di Pastoureau “Bestiari del Medioevo” veniamo a sapere che il nostro animaletto non era propriamente ben visto perché era considerato “nocivo”, “avido e pieno di spine” e che cerca di rubare l’uva dalle vigne (guardate il filmato). “E’ il ladro che, come il cinghiale biblico, <devasta le vigne del Signore>.” (cit.) La cosa meravigliosa è che per i medievali il riccio ruba gli acini dopo averli fatti cadere dai pampini e poi si rotola sopra per infilzarli con gli aculei!

Il nostro animalino così raro nelle nostre parti e da proteggere sicuramente, essendo un animale notturno veniva associato con la malvagità e questo è un retaggio che il cristianesimo assorbe dagli antichi romani e greci che vedevano (se non in rari casi come la civetta simbolo di Atena) negli animali notturni e scuri i compagni delle divinità degli inferi.

Godetevi il filmato e proteggete i ricci!

p.s. Grazie Lara per avermi fatto scoprire questa meraviglia di video

Nota:

Siccome non riesco a postare una foto nei commenti (vista la giusta obiezione di Mercuriade) aggiungo qua una comparazione fra l’immagine del manoscritto e l’originale riccio (foto mia quando riesco a beccarli in giardino).

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Anna Attiliani e il suo progetto “Campfire chats”

Anna è una rievocatrice giovane, ma con spalle quadrate e idee chiare, e che soprattutto in questi ultimi anni, grazie al suo blog Tacuinum Medievale si sta davvero imponendo nel circuito della ricostruzione del XIV secolo. Brava, preparata e con tante idee, per quanto ci divida il periodo di ricostruzione ci troviamo spesso a chiacchierare e a confrontarci su aspetti piccoli e grandi della rievocazione.

Quindi quando mi ha proposto il suo ultimo progetto per il suo blog sono rimasta entusiasta e stupita: 4 interviste a 4 rievocatrici (italiane ed estere), le quali attraverso 6 domande si raccontano e raccontano la propria esperienza personale. Entusiasta perché è un progetto, nella sua “semplicità”, stimolante e “provocatorio” (nel senso del confronto e dell’esporsi); stupita perché mica avevo capito che voleva intervistare anche me! 😀

Quindi ecco la prima intervista, la mia appunto, sul suo blog, con tanto di foto e di traduzione in inglese (momama adesso mi leggono anche all’estero! 😀 ).

Ringrazio pubblicamente Anna per la fiducia nei miei confronti, per la stima e per l’amicizia e, augurandole aghi fili e ogni bene, aspetto con ansia di leggere le altre 3 interviste.

 

Anna e il suo splendido vestito

Anna e il suo splendido vestito

 

Cosciali da combattimento

Più si combatte e più ci si fa male e più ci si fa male e meno ci si vuol far male: è la regola del buon rievocatore combattente. E dopo esserci fatti male più e più volte e tornati a casa con un sacco di lividi sulle gambe, ho pensato bene di progettare e fare dei cosciali che fossero ben imbottiti per attutire le botte, ma non impedissero il movimento.

Punto di riferimento sono sicuramente i lavori fatti da Adriana per l’Ars Dimicandi: protezioni molto imbottite, ma che non impediscano il movimento

Tarraco Viva. Combattimento Ars Dimicandi

Tarraco Viva.
Combattimento Ars Dimicandi

A noi sinceramente non serve così tanta protezione, primo perché abbiamo anche altre protezioni da sovrapporre e secondo perché, per quanto fisico, non siamo ancora a quei livelli agonistici e fisici.

Ma procediamo con ordine. Prima di tutto bisogna partire dalla fonte e io ho usato la famosissima bibbia Maciejowski dove c’è tutto (cit.). Non è l’unico punto di riferimento ma è di sicuro quello di più chiara comprensione.

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski

bibbia Maciejowski, particolare

bibbia Maciejowski, particolare

Poi ho chiesto un po’ in giro per capire quale migliore imbottitura si dovesse scegliere e devo ammettere che non mi soddisfacevano le risposte non tanto per il materiale, quanto per lo strato di imbottitura. Già il mio gambeson è troppo morbido per i miei gusti e i nostri standard di combattimento e ricostruttivo, che non volevo che i miei cosciali fossero poco più spessi di un misero piumino d’oca: devono fermare le botte, attutire i colpi e impedirmi di farmi male. Quindi ho optato per una doppia imbottitura naturale, ma di spessore e lavorazione diversa: feltro pressato e lana da materassi. Il primo è stato usato per imbottire quasi tutti i canali dei cosciali, mentre la seconda è servita per imbottire quelli più interni alla coscia e quindi più complicati da sagomare per non dare fastidio.

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strati di feltro pressati

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lana da materassi

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imbottitura

Una volta imbottito il quadrato di stoffa diviso in canali, inizia il lavoro vero e proprio: la sagomatura. La scelta di modello di questo gambali è stata di farli aperti e sagomabili in ogni momento, alla bisogna, quando li si indossa, per non essere costretti ad avere delle protezioni che possono diventare larghi o stretti al cambio di fisicità.

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primo lavoro di rifinitura

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sagomatura

Le prove sul corpo sono state necessarie e fondamentali per calibrare al meglio le imbottiture e per non intralciare i movimenti con cuciture o imbottiture mal messe.

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prima prova: Maresciallo e Madre

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attenzione a ogni dettaglio

Una volta completati i cosciali sono stati uniti da un’unica cintura. Anche questa è una delle tante opzioni valutate e ci è sembrata quella più comoda e veloce da indossare. Rimane una delle tante possibili opzioni però.

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dietro con la chiusura coi lacci

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davanti

Tutto questo lavoro è stato fatto a mano da mia mamma nel suo mese di ferie agostane, spezzando aghi e incavolandosi con la macchina da cucire che ovviamente non è progettata per lavori così particolari. Senza di lei questi cosciali avrebbero visto la luce nel 2015 rischiando di rimanere lettera morta o sogno del cassetto. Grazie grazie grazie.

Conclusioni:

I cosciali sono stati sperimentati per Mantova Medievali sia da me che da mio fratello (la santa mamma è riuscita a farli entrambi) per la solita e aspettata battaglia contro i quattrocenteschi.

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La mobilità è ottimale: non solo il movimento non è impedito, ma in caso di piegamento permettono una buona ammortizzazione. L’ingombro è minimo, paradossalmente, essendo sagomati. Il peso è quasi del tutto ammortizzabile con tutto il peso che si ha indosso. La resa è ottima. Non posso dire quanto sia la resa in rapporto con le botte, perché a questo giro non ne ho prese sulle gambe, ma aspetto altra occasione per provarli. Da sistemare la posizione di cosciali e schinieri in modo che non si spostino durante l’azione. Da valutare l’applicazione di un ginocchiello di metallo. La posizione della cintura proprio sul bacino stranamente non da né fastidio né intralcio.

Devo dire che sono molto soddisfatta per questa prima prova e che mi da modo di pensare a come migliorarli o fare altre imbottiture sagomate su di me (e sui miei), quindi molto più comode e funzionali in ottica di un modo di combattere non figurato, ma in libera e sempre più impegnativo.

Santo Buddha e il Battistero di Parma

Ci sono cose che dai per scontate perché ce le hai sotto mano e ci sono cose che si scoprono e si comprendono anche solo con un là trovato su una rivista. Ecco quello che mi è capitato leggendo un articolo di “Medioevo” del 2013: in una lunetta del Battistero di Parma c’è narrata una parabola tratta dalla storia di “Barlaam e Josaphat” che altri non è che la storia cristianizzata del Buddha. Come è strano il medioevo eh?

Perché il medioevo tanto vituperato non solo non è buio e grigio, ma non è nemmeno statico. Viaggiavano i mercanti, viaggiavano i marinai, viaggiavano i pellegrini, viaggiavano gli ambasciatori, viaggiavano le principesse mandate in sposa a signori lontani, viaggiavano i soldati, viaggiavano i maestri e gli studiosi, ma soprattutto viaggiavano i monaci. E ovunque andassero queste persone raccontavano storie, interagivano con gli altri, ascoltavano gli altri, portavano a casa storie che facevano loro. L’apporto a questo meccanismo è dovuto soprattutto ai monaci che in un modo o nell’altro hanno copiato, ricopiato e tramandato tutto quello che passava sotto le loro mani con l’unico “difetto” di cristianizzare il tutto. I monaci cristianizzavano miti e divinità positive altrui perché in esse, dicevano, si vedeva la mano, lo spirito e la volontà di Dio. Non è proprio un’appropriazione, ma piuttosto la vera essenza del medioevo che è sempre e costantemente permeato di Dio, per cui solo in casi estremi non si riconosce che Dio può essere ovunque e che non esiste popolo (anche il più strano) che non possa essere raggiunto dalla sua misericordia.

Questo modo poi di “tradurre” la mitologia altrui ha permesso non solo di venire a conoscenza di altre religioni e dei meccanismi di contatto fra i cristiani occidentali e non e gli estremi del mondo, ma permette ai filologi di poter ricostruire la base storica reale e poter permettere ad antropologi e rievocatori (perché no) un miglior studio: basta togliere la copertura.

Ma andiamo nello specifico. E scusate se vado a parlarvi della cosa in sintesi, ma se no, come ho potuto notare iniziando a cercare informazioni sulla cosa, ci scappa una tesi.

La leggenda o il racconto di Barlaam e Josaphat (da ora in poi B&J) arriva a Bisanzio attraverso i contatti con l’islam islamitico che aveva a suo tempo trasformato Buddha in un mistico mussulmano. Qui la storia arriva e si fa così interessante che nel X secolo il monaco georgiano Giovanni e suo figlio Eutimio ottenendo dall’imperatrice Teofano di poter istituire un monastero sul monte Athos iniziano a rielaborare questa storia e soprattutto a metterla per iscritto. Dalle loro mani esce il testo fondamentale per la nostra vicenda: il “Balavariani”. Questo testo sarà il libro cerniera per i racconti che arrivavano dall’oriente attraverso la doppia via bizantina e araba e poi si diffonderanno in modo inimmaginabile per tutta Europa diventando davvero la fonte di tantissimi racconti del medioevo cortese.

il mondo è piccolo a volte

il mondo è piccolo a volte

Ci sono traduzioni in tutte le lingue attraverso le linee di contatto (greco → slavo ecclesiastico → russo e serbo; greco → est del mondo; greco → occitano, oil, medio-alto tedesco, inglese, spagnolo, boemo, polacco); continuando a riproporsi nel secoli dal X secolo fino al 1800, trovando echi fino al “Siddharta” di H. Hesse.

In Italia più e più volte è stato riprodotto:

  • cappella di Sant’Isidoro nella basilica di San Marco a Venezia
  • rilievo della cattedrale del duomo di Ferrara
  • affreschi dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma
  • affreschi di Palazzo Corboli ad Asciano
  • mosaico della cattedrale di Otranto
  • lunetta del Battistero di Parma

Nel medioevo è tale la fama di questo giovane santo, tale il suo esempio che non ci si pone alcun dubbio e viene inserito nel novero dei santi della “Legenda Aurea” di J. da Varrazze. Ma il medioevo è anche questo, coi suoi santi popolari, acclamati e mai visti, la cui presenza fisica alla fine non è così importante basta avere una reliquia che ne attesti la presenza. E alla fine non hanno tutti i torti, lasciando perdere il discorso economico e di prestigio e basandoci solo sull’umanità, in un’epoca in cui le comunicazioni erano lunghe; i papi cambiavano e tu che magari abitavi a 1000 km non sapevi nemmeno che faccia avesse se non per volere di un pittore che te ne riportava le fattezze; in cui gli echi di vittorie arrivavano quando oramai non si avevano più praticamente gli esiti; in cui si facevano a piedi o a cavallo non più di 30 km al giorno o giù di lì; insomma dove internet e la tv non esistevano come si poteva stare a controllare tutto e subito? Va bene così, gli effetti del credere non portarono solo guerre ed eresie, ma anche ricchezza e monumenti meravigliosi.

Cosa parla la storia? Di un giovane principe che per volere paterno, a seguito di una profezia negativa, è costretto a vivere rinchiuso in una torre allietato solo da persone giovani e sane in modo che il suo cuore e la sua mente non possano mai vedere la corruzione della malattia e della vecchiaia. Ma soprattutto non gli è permesso conoscere i cristiani che vivono nel suo regno. Il re può tutto, ma diciamo che Dio può qualcosa di più e il giovane Josaphat viene a conoscenza dell’eremita cristiano Barlaam e non solo scopre cose che gli erano precluse e che faranno di lui un misericordioso, ma si converte e sceglie di abbandonare tutti i lussi, difendere i cristiani e vivere come un eremita. Ovviamente il contrasto col padre è duro e drammatico, fino a quando il buon cuore del giovane riesce a portare a Cristo tutti quegli che gli sono vicini, padre compreso.

Ma arriviamo a Parma. O meglio è probabile che ci arrivasse una serie di operai di origine serba a seguito della scuola bizantina di Costantinopoli che nel XIII secolo lavorò all’abbellimento del monumento. Questo si ipotizza studiando in modo analitico tutte le varie scuole che si avvicendarono nel XIII per la conclusione dell’opera e di cui non mi dilungo perché è davvero troppo dettagliato.

Lato meridionale

Lato meridionale

Cosa viene rappresentato?

lunetta meridionale

lunetta meridionale

Un ragazzo arrampicato su albero frondoso e ricolmo di frutti è intento a mangiare miele, incurante del fatto che ai suoi piedi un enorme drago gli sputi addosso fuoco e due roditori rosicchino le radici dell’albero. Ai lati i due carri del sole e della luna trainati da cavalli e da buoi compiono il loro rispettivo tragitto proprio correndo contro l’albero.

il sole

il sole

la luna

la luna

il fanciullo e il favo di miele

il fanciullo e il favo di miele

il drago e i due roditori

il drago e i due roditori

Questo è il quarto apologo del B&J che l’eremita racconta al giovane per mostrargli le vanità del mondo. Nel testo originale è leggermente modificato: un uomo caduto in un abisso fuggendo dall’unicorno, si aggrappa a un arbusto, mentre due topi (uno bianco e uno nero) ne rosicchiano le radici, e un drago e quattro serpenti lo attendono nel fondo dell’abisso. L’uomo distratto da una goccia di miele dimentica tutti i pericoli.

La versione parmigiana è semplificata, ma mantiene tutti gli elementi che fanno capire al suo osservatore il senso dell’ exemplum: le lusinghe del mondo distraggono l’uomo dall’avvicinarsi della morte e dei pericoli che lo circondano. Se pensiamo che è posizionato su una lunetta di uno dei due ingressi del battistero, possiamo ben capire il messaggio che si voleva non tanto dare al battenzando, ma a coloro che battezzati lo erano già, ma troppo distratti dal ricordarsi il messaggio cristiano.

Ancora una volta un monumento parla non a un singolo, ma a un’intera comunità ricordando in modo chiaro e facile (per loro, meno per noi) come ci si dovesse comportare. Ancora una volta il medioevo appare così semplicemente complesso, raccontando su un punto piccolissimo di un edificio a migliaia di chilometri di distanza la storia stravolta, rivista e rivisitata ben due volte da due religioni, del Buddha indiano e della sua straordinarietà spirituale. Per chiunque volesse continuare a pensare che il medievale era un uomo chiuso nel suo mondo, chiuso alle storie altrui e ignorante, si rilegga questa vicenda e verrà smentito.

I libri che ho usato per questo breve post sono

  • “Storia di Barlaam e Iosafat” di Cesaretti e Ronchey
  • “Il Battistero di Parma. Iconografia Iconologia Fonti Letterarie” a cura di Giorgio Schianchi
  • “Medioevo” dicembre 2013