Palmira è già morta.

Come avrete già visto ogni tanto mi lascio andare a sfoghi, ma di solito sono sfoghi sulla scuola, la cultura e tutto quello che ci gira attorno, sempre riferito al panorama italico. Questo post è diverso, lo so.

Il titolo di questo post è provocatorio, volutamente e non riguarda il fatto che oggettivamente il regno di Palmira è già morto da secoli, che la regina Zenobia è solo un bellissimo personaggio scomparso e ricordato (forse) nei libri; il post si riferisce all’inevitabile scomparsa per sempre da questo mondo fisico dei suoi reperti per colpa dell’isis. Con Palmira (sempre che non succeda un miracolo) sono già morti altri siti di interesse assiro, babilonese; sono già morte le comunità cristiane più antiche al mondo con il loro bagaglio culturale e storico; sono già morte le comunità islamiche che non si sono piegate e hanno visto scomparire le loro storiche moschee considerate blasfeme.

Palmira è già morta, mentre noi pensiamo di fermare questi esseri senza cultura firmando delle petizioni. Le nostre parole di persone, per quanto vittime della crisi economica con il sedere al caldo, non valgono nulla: sono il vuoto simulacro di chi sta alla finestra e non interviene a fermare un omicidio. Parole buone solo per cercare dietrologie, dare colpa a questo o all’altro stato, cercare finanziatori e poi trovare idee con basi solide come le leggende di storica memoria. Parole vane, buone da scambiarci su fb, pensando di essere i più furbi del cioppo. E no, non mi dite “vacci tu” o “contro chi andresti?” o “cosa faresti tu?” provocatoriamente, perché se fosse a me possibile andarli a prendere a calci nel sedere lo farei, ma io sono una e senza potere (purtroppo): ad altri spetterebbe onore e onere di mettere mano a questo mondo, visto che sono stati eletti anche per quello.

Palmira è già morta in ogni donna stuprata e venduta come schiava, strappata dalle braccia della famiglia, del decoro, del rispetto. E’ morta in ogni bambino venduto o ucciso. E’ morta in ogni uomo, di qualsiasi età, giustiziato per non aver accettato di piegarsi a un destino contrario. Morta, ogni volta morta, straziata, stuprata, umiliata. Morta perché un bene archeologico senza un uomo, una donna liberi che lo possano ammirare non sono nulla: sono solo un ferma vento nel deserto; un nulla; un non esistere.

Palmira è già morta, non possiamo farci niente. Non vogliamo farci niente, perché noi stessi, in questo nostro occidente ricco e opulento riteniamo che quei “sassi vecchi” (cit.) siano alla fine un pesante retaggio bello da vedere, ma pesante da custodire. Ogni volta che nelle nostre città permettiamo la vandalizzazione del nostro patrimonio artistico, uccidiamo qualcosa dentro di noi; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la comprensione e la discussione sul nostro passato, spargiamo sale sulle ferite dei nostri morti; ogni volta che scontiamo ai nostri ragazzi la fatica di imparare, li rendiamo già morti. Quando non diamo loro la coscienza di cosa sia passato e cosa serva per il futuro; quando la tolleranza è solo un fiocco di qualche colore da appuntarsi al petto, senza nessun ragionamento e contraddittorio; quando insegniamo loro che è meglio essere ignavi che Uomini e Donne; quando facciamo un passo indietro e ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, beh…ogni volta Palmira è morta.

Un sito archeologico scompare, ne sono scomparsi tantissimi nel tempo in modo più o meno accidentale, ma la memoria storica ne rimane come il fantasma di quello che è stato. Il progresso è un male e una necessità che fa parte del genere umano da quando ci staccammo da quell’albero e smettemmo di essere scimmie. Non possiamo fermare il futuro, la necessità di lasciare anche noi un segno ai posteri, ma c’è un limite e qui si sta oltrepassando. Il compito degli archeologi, degli storici, dei rievocatori è proprio permettere che la macchina del progresso si fermi per un po’ e riporti alla memoria chi siamo e da dove siamo venuti, che ci piaccia oppure no.

Quando un sito archeologico viene scientemente distrutto che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne, tutta l’umanità nel suo futuro viene uccisa per sempre. Quando il resto dell’umanità rimane inerte e permette tutto questo scempio; quando non si muove nemmeno a vedere il sangue che imbeve la sabbia fino a renderla torbida; quando le schegge di pietra colpiscono tutto l’intorno come impazzite; quando niente ci smuove dal nostro posto di tranquillità, noi siamo già morti.

Palmira è già morta. Ed è anche colpa nostra.

teatro romano

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6 thoughts on “Palmira è già morta.

  1. Buongiorno,

    io condivido in pieno la Sua analisi ma devo farle notare alcuni punti in cui mi pare che Lei non spieghi chiaramente come stanno le cose.
    Palmira non è stata distrutta, durante i combattimenti con le forze Siriane e con le milizie della “Coalizione” (di cui non conosciamo la composizione) sono state colpite e purtroppo abbattute diverse colonne. Un peccato mortale e triste. Dire che noi, gente comune che si alza la mattina per andare a lavorare e guadagnarsi il pane (ché di più non possiamo ottenere) non abbiamo fatto nulla per Palmira è esatto ma non tiene conto della nostra impotenza… e della Sua!
    Non so, vorrei capire cosa avremmo potuto fare noi, gente comune, nuovi proletari, nuovi operai, noi ignoranti, noi colti, noi non-soldati e magari non guerrafondai.
    “Armiamoci e partite” parrebbe il tono di questo articolo e non mi trova d’accordo. Cosa vogliamo? Cominciare una nuova guerra? Siamo sicuri di sapere cos’è l’ISIS? Lei ha mai sentito un approfondimento in TV sullo “Stato Islamico”, su questo “Califfato”. Ha mai visto una foto del califfo? Magari sono disinformato io eh…
    Infine noto un pregiudizio non voluto ma inconscio quando Lei dice: “che tu sia un sindaco di un paesino francese che passi sopra una chiesa con una ruspa, o un pazzo col turbante in testa che prende a martellate delle colonne…”, sarebbe a dire che in Europa ci sono dei “Sindaci” che passano con le ruspe sopra beni di immenso valore culturale e in Medio Oriente “pazzi col turbante”.
    Non saranno entrambi pazzi?

    In generale volevo sapere cosa Lei ha fatto o farà nel prossimo futuro per Palmira.

    • Buongiorno,
      molto volentieri le spiego il mio pensiero.
      Partiamo dal titolo che è poi il motivo di fondo di tutto il post “Palmira è già morta”. Il titolo e il senso non sono legati a un dato oggettivo (distruzione già avvenuta), ma a una sensazione di futuro prossimo che vista la situazione odierna sembra impossibile fermare. L’inevitabile sembra possibile e prossimo e la nostra impotenza è dovuta sia alla nostra impossibilità di agire (è stupido per me che la gente comune, non addestrata e preparata, vada allo sbaraglio in territori di guerra), ma anche al nostro disinteresse (siamo buoni a scandalizzarci solo a cose avvenute, mai a ragionare prima che esse succedono, perché tanto sono molto distanti da noi, come se le cose che avvengono in certi paesi del mondo non ci riguardassimo).
      Come vede, ben lontano dalla citazione di “armiamoci e partite”; ben lontano dal vedere una soluzione semplice e fatta solo di buona volontà, ben lontano dal fatto che sia il semplice cittadino a fare tutto.

      Salvare Palmira è come salvare il MaMe (museo dell’Alto Medioevo a Roma) che rischia ogni giorno la chiusura per decreti ministeriali che poco tutelano il nostro patrimonio artistico.
      Salvare Palmira è salvare la dignità dell’insegnamento scolastico di storia, massacrato da anni di riforme scolastiche barbare di ogni schieramento politico.
      Salvare Palmira è salvare il futuro dei nostri ragazzi e di permettere loro la comprensione del mondo che li circonda in ogni luogo essi si trovino.
      Salvare Palmira è salvare i parchi archeologici dall’abusivismo edilizio che li uccide.
      Salvare Palmira è salvare il patrimonio culturale del mondo intero.
      Palmira è un simbolo.
      L’ennesimo.
      Quello che mi auguro che venga salvato da un miracolo.

      E se ho parlato di “sindaco” e di “pazzi col turbante” non è un pregiudizio inconscio o meno, ma semplicemente fare capire che in occidente abbiamo gente che marcia sui beni storici e li distrugge è stato votato democraticamente e che quindi è supportato da una serie di elettori conniventi, mentre quello che è successo nei musei è frutto di ignoranza che casualmente indossa un turbante (poteva essere un qualunque cappello tipico di x cultura che per me era uguale), ma in entrambi i casi la sostanza non cambia: il totale disprezzo per la Storia in nome di ideali.

      Lei ha frainteso una parte del mio post e me ne dispiaccio, pensando che io voglia fare un intervento politico contro il califfato, isis, musulmani. Il mio volere era dire all’occidente che ogni volta che ci giriamo dall’altra parte e non facciamo, sia qui come in ogni posto in cui possiamo agire (e questo non vuol dire guerra, ma significa anche diplomazia, costruire rapporti politici costruttivi), siamo solo ed esclusivamente degli ignavi. E l’ignavia uccide non solo le persone, ma anche la nostra Storia.
      Quando si uccide la Storia, si uccide il futuro.

      La ringrazio per avermi permesso di spiegare meglio il mio pensiero visto che spesso buttando di getto i post, frutto di ragionamenti anche con altri amici storici, rievocatori, archeologi, insegnanti e non addetti ai lavori, posso rischiare di dare per scontato alcune cose.

      • Lei continua ad avere ragione ma non dice fattivamente cosa possiamo fare. Io, personalmente, credo nell’autodeterminazione dei popoli e credo che uno o più paesi possano perdere l’indipendenza di colpo per riconquistarla anche secoli dopo. In questo ci vedo un percorso storico che noi non possiamo permetterci di forzare anche perchè noi stessi siamo all’interno di un percorso storico e se il nostro destino è quello di essere cancellati possiamo opporci ma non è detto che la scomparsa della nostra civiltà sia un male, semmai un altro tassello nel mosaico della Storia.

        Io ricordo di Scipione l’Emiliano che rase al suolo Cartagine, crimine imperdonabile. Ricordo le distruzione subite da Babilonia, Milano, Aquileia, Padova, Pavia distrutte dagli Unni di Attila per non parlare delle razzie di Genserico a Roma. Non si possono impedire queste cose e anche io stavo per piangere nel vedere la distruzione perpetrata nei musei da presunti militanti dell’IS. C’è un’ineluttabilità, in questo mondo, con cui bisogna fare i conti. C’è chi gioca a fare l’Ezio e chi gioca a fare l’Attila. Guardi il lato positivo: la distruzione di Aquileia permise la nascita di Venezia.

        La Storia non si sa dove vada, passa sopra tutto, esattamente come le ruspe di certi sindaci. Il MAME che Lei cita non esisterebbe se i limes romani non fossero collassati… e c’è morta un sacco di gente, anzi, di “genti”.

      • Lei ha ragione, ma non ricorda i pianti che fecero i nostri antenati alla notizia della distruzione di Aquileia o al pensiero delle razzie di Roma; o quanti cercarono di alzare la voce di fronte a stragi e distruzioni. La Storia che noi leggiamo, racconto frutto sicuramente della mano del vincitore, non è una cosa unidirezionale e per ogni strage o distruzione c’è sempre qualcuno che esulta e qualcuno che si strappa i capelli e piange. Purtroppo io oggi sto dalla parte di chi piange e non posso che dolermi della distruzione di beni e vestigia del passato, sentendomi nel mio piccolo impotente per poter fermare tutto.

        Se Palmira è un simbolo, lo è anche Pompei nella nostra “tranquilla” Italia: due simboli che per diversi motivi e situazioni crollano (o rischiano di crollare) per l’incuria e l’incomprensione di chi dovrebbe proteggerli. Non do scusanti a nessuno.
        Distruggere le rovine del passato per “incidente” può starci, ma per colposa protervia e superbia non è qualcosa che possa accettare.

        Per quanto ami la Storia e la “viva sulla mia pelle” in quanto rievocatrice non posso essere una spettatrice asettica di fronte a quello che succede; come donna in più non posso accettare passivamente ogni cosa solo perché è parte della Storia, perché ognuno di noi è parte del meccanismo storico dal momento in cui nasciamo.

        Lei vuole da me la ricetta per salvare Palmira, ma mi dispiace rivelarle che se la avessi non scriverei su un blog e non mi sfogherei con lei, ma avrei già fatto quello che potevo. La mia impotenza è grande e non per questo me ne pascio, ma me ne dolgo.

  2. Pingback: Palmira è già morta. | Tra la via Emilia e il Savena

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