Le carote

Riprendiamo a parlare di alimenti che troviamo nelle nostre tavole, ma che sono state a quelle dei nostri avi da tantissimo tempo.
Cercherò di parlare sempre di frutta e verdura di stagione visto che io per prima, figlia del benessere e delle tavole imbandite, faccio fatica a capire la vera ciclicità della natura: ogni giorno dell’anno, attraverso la globalizzazione, abbiamo frutta e verdura in abbondanza e senza stacco di sorta sulle nostre tavole. Invece fino a dopo la seconda guerra mondiale la natura entrava nei piatti e ne usciva anche, dando ai nostri palati e al nostro fisico differenze e qualità.
Ho deciso di parlare di carote anche un po’ a caso e un po’ ripensando al fatto che dall’anno scorso all’Esselunga era possibile trovare delle carote viola sconvolgendo tutti. Qualcuno ha urlato in modo forsennato alla manipolazione genetica, agli ogm, all’arroganza dell’uomo; qualcuno le ha guardate dubbiose; qualcuno come me e qualche amica le ha comprate, mangiate e gustate. E soprattutto tinte le mani. Già esse tingono come l’inchiostro. Meravigliosa cosa.
Partiamo dall’inizio e come al solito uso il libro “La cucina medievale. Lessico, storia e preparazioni” di Enrico Carnevale Schianca, come punto di riferimento e di citazioni.
Pianta delle ombrellifere di cui si mangia la radice
Nome tecnico: Daucus carota
Le varietà erano in passato varie:
viola: coltivata dai Romani nel I sec. a.C., importando i semi dall’Oriente, ma con scarsi risultati di interesse visto che si estinse presto.
rossa: segnalata in Siria nel III-IV sec e considerata molto succulenta.
giallo-verde: conterranea e contemporanea a quella rossa.
Queste due ultime rimasero in auge per molto tempo.
Gli arabi la introducono in Spagna nel XI secolo e in Italia nel XIII secolo.
In quel periodo le varietà più diffuse furono quelle violacee, rosse e di mutanti gialle e bianche.
Quelle arancioni che tutti noi conoscono arrivano sulle nostre tavole nel XVII secolo e sono di importazione Olandese, dove vennero selezionate in onore della casa d’Orange.
Ostia antica: insegna di una taverna romana

 

Qualità:
la carota venne ritenuta molto diuretica e importante per la bile, ma anche afrodisiaca.
Grande diffusione:
soprattutto nel Quattrocento e nel tardo Cinquecento, ma da lì in poi fu sempre presente nelle mense di grandi e poveri.
Consumo:
raramente in insalata;
spesso in agrodolce;
famose soprattutto dal  XVI secolo in composte.
Ricette:
1) in agro dolce: cuocerle sotto le ceneri calde e poi condirle con olio, aceto e mosto cotto o sapa (di origine romana. Io la trovo all’Esselunga nella zona degli aceti e olii).
2) in insalata: Il medico genovese Ambrogio Oderico nel XVI secolo consiglia di lessarle e poi condirle con aceto, finocchio, zafferano e cinnamomo e servirle come intermezzo nelle cene invernali.
3) in composta: nel “Menagier” si puliscono, raschiano e tagliano a pezzi, cotte al dente, scolate e passate in acqua fredda e poi cotte nel miele.
Adesso provo a scartabellare negli altri libri per cercare altre ricettine carine.

2 pensieri su “Le carote

  1. non so se è una ricetta antica o moderna, io le lesso, le faccio a rondelle, poi le ripasso in padella con olio, sale, rosmarino e aglio! interessante questa “storia della carota”, non sapevo ne esistessero di altri colori

  2. Sicuramente è una ricetta per tutti i tempi, visto che gli ingredienti sono abbastanza base per qualsiasi epoca.

    Per quanto riguarda i colori, purtroppo negli ultimi 100 anni abbiamo perso un sacco di diversi tipi della stessa specie: la possibilità di avere alimenti più facilmente coltivabili e che rendano di più è stata il discrimine alla morte delle differenze.
    Vale per le sementi, le farine, le frutte, le verdure e anche per la carne.

    La nostra alimentazione è quantitativamente molto superiore a quella dei nostri avi (con indubbi miglioramenti), ma qualitativamente perdente, producendo anche dei problemi ai nostri fisici.
    Che paradosso vero? Ora che abbiamo la possibilità di stare molto bene, distruggiamo ciò che ha permesso ai nostri avi di stare bene. Mah…

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